‘Buddhist Magic: Divination, Healing and Enchantment Through the Ages’

di Sam van Schaik

Shambhala Publications 2020, pp. 226

ISBN 9781611808254

Da qualche parte tra i mucchi di libri della British Library c’è n’è uno piccolo sugli incantesimi magici, vecchio di oltre mille anni, scritto a mano in tibetano e preso nel 1907 dalla biblioteca rupestre della città di Dunhuang sulla Via della Seta. I suoi evidenti segni di usura, inclusa una seconda rilegatura, così come numerose revisioni e note, indicano che è stato molto utilizzato dal suo proprietario, un monaco, altrimenti sconosciuto, che si chiama Bhikkru Pradya Praba. Questo strano e potente piccolo manufatto – come in un film di Indiana Jones o di Harry Potter – costituisce la base di un’affascinante rivalutazione della magia nella storia del buddismo da parte del dottor Sam van Schaik, un tibetologo e capo del programma Endangered Archives presso la stessa biblioteca di Londra.

Leggere questo libro di incantesimi nella completa traduzione di van Schaik è un’esperienza sconcertante. Non c’è nessuna introduzione nè alcun commentario ma solo una serie senza fiato di istruzioni di magia – gli escrementi animali sono molto usati e anche le lacrime umane. Questi incantesimi ricoprono una vasta gamma di effetti, dalla cura di malattie mentali a quelle fisiche, dalla predizione della fortuna alla magia d’amore, dal concepimento alla cura della gravidanza, dal controllo del tempo ad altro ancora.

Non è inusuale leggere: “Per chi è sotto l’influenza di un fantasma, o sotto l’influenza del demone che divora i cadaveri dalla testa di tigre, bruciate lo scheletro di un gatto per poi mischiarlo con della terra pulita e create la forma di un gatto. Alla presenza dell’immagine di colui dalle Cento-Armi e Cento-Facce impugnate una spada di ferro battuto e recitando il mantra tagliate la statuetta del gatto in 108 pezzi. Recitando il mantra del cuore, om hri ha hung phat svaha, le malattie causate da questi esseri maligni guariranno rapidamente”. E in un altro punto: “Spiumate la testa di un corvo e riempitela di semi poi interratela in un terreno scuro. Mettetevi in piedi e versate il latte di una mucca grigia e dell’acqua piovana. Una volta che crescono i semi tagliate i frutti maturi e i fiori e li legate con cautela insieme. Mischiateli con il latte di una mucca grigia e metteteli sugli occhi. Diventerete invisibili”.

Lo scopo principale di van Schaik è quello di sfatare l’idea che tale stregoneria arcana non sia realmente buddista. Al contrario, sostiene, la magia è stata chiaramente al centro della cultura buddista nel corso della sua storia: negarlo è un sintomo della visione moderna del buddismo come religione estremamente razionale. L’offerta di prestazioni magiche da parte di professionisti buddisti come Bhikkru Pradya Praba, spesso mischiata con servizi medici più empirici, è sempre stata una parte essenziale della diffusione del buddismo presso comunità laiche svolgendo un ruolo chiave nella fioritura del buddismo ovunque si sia diffuso. Il testo che più viene recitato in Thailandia è un trattato di magia del XIX secolo intitolato Buddha’s Armour (L’armatura del Buddha) che promette soldi e figli.

Van Schaik sostiene che è corretto vedere la magia come qualcosa che si è legato al buddismo o semplicemente come parte della successiva tradizione tantrica. La magia ha un lungo pedigree buddista di tutto rispetto, e va dagli incanesimi paritta, che Buddha insegnò ai suoi monaci per proteggerli dai morsi di serpente, al genere consolidato della letteratura Mahayana che propone gli incantesimi dharani, il cui esempio più famoso è il ventiseiesimo capitolo del Sutra del Loto. L’incantesimo che usa l’effigie del gatto morto ha origine da un testo sanscrito chiamato Dharani of the Blue-Necked One (Dharani dal collo blu) (una forma di Avalokiteshvara) mentre la capacità di far piovere degli adepti buddisti nel corso dei secoli ha radici in un testo, ancora ben noto in Giappone, chiamato Great Cloud Sutra (Il Sutra della grande nuvola).

L’impressionante eurdizione di van Schaik va dalle tradizioni magiche ad altre culture. Per esempio, le varianti della pratica tibetana di guardare nello specchio per fare divinazioni si trovano in Persia, presso gli ebrei, i romani, i greci e nella tradizione medioevale dell’Inghilterra. C’è molto da imparare e da apprezzare nella ricchezza dei dettagli che Van Schaik fornisce. Il termine “acqua delle stelle”, familiare a molti del mondo tibetano, risale al testo Dharani of the Blue-Necked One. C’è una sezione interessante sulle sottili differenze tra le creature a forma di serpente conosciute in India come naga, in Tibet come klu e in Cina come long, spesso tradotto come “drago”. L’invocazione buddista della divinità Garuda come mezzo di guarigione, divinazione e produzione di pioggia risale alle fonti vediche e Shaiva, dove il controllo dei serpenti da parte dell’uccello mitico è principalmente collegato ai rimedi per il veleno.

Questo è un libro abbastanza piccolo ma di portata enorme e, inevitabilmente, la presentazione a volte sembra un po’ approssimativa ma van Schaik senza dubbio è riuscito a sollecitare una riconsiderazione del ruolo della magia nel buddismo. Con la sua estesa bibliografia questo testo è un valido punto d’inizio per coloro che desiderano esplorare questo argomento in futuro. Van Schaik ammette che non sia una convinzione moderna che la magia sia veramente buddista: il Brahma Net Sutra secondo il canone Pali elenca molte forme di pratiche esotiche considerate “mezzi di sussistenza errati” ed è citata l’espressione dellolo studioso indiano del X secolo Abhinavagupta “la delusione della stregoneria”. Van Schaik dimostra che, nel bene e nel male, il buddismo e la magia sono intrinsecamente uniti. “Anche la filosofia è importante”, scrive van Schaik scrive ironicamente nella sua conclusione “ma in questi ultimi 2.500 anni ha avuto poco impatto sulle vite della maggioranza dei buddisti”.

Alexander Studholme

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