Come ho incontrato Chögyal Namkhai Norbu

How I Met Chögyal Namkhai Norbu

di Mila Misek

Mi ricordo, sì, mi ricordo ancora quell’anno 1977, quando mi sono ammalato. A quel tempo abitavo a Baden nei pressi di Vienna. Era primavera quando ho cominciato a star male e i medici non sapevano cosa fosse. Frequentavo un Centro Buddista a Vienna, dove ho conosciuto Kalu Rinpoche e Karmapa XVI. Un giorno i miei amici del Centro mi hanno chiamato incoraggiandomi: “Vieni al Centro, deve arrivare un lama tibetano molto particolare, non si sa chi sia, forse un Niyngmapa o Bönpo, sarà una cosa molto importante!”

Ero appena scappato dall’ospedale dove mi volevano trattare come una scatola di sardine da aprire per vedere cosa avessi, senza nemmeno fare prima una diagnosi. Avevo febbre, dolori in tutto il corpo, respiravo appena. Così con le ultime forze, combattendo i dolori, mi sono messo in viaggio. Arrivando al Centro ho visto un giovane tibetano in jeans, con la moglie italiana e due piccoli bambini che dormivano accanto a lui. Sorpreso, mi hanno spiegato: “Non ti meravigliare, non è un monaco.”

Lui era uscito per la prima volta dall’Italia con un piccolo gruppo di suoi studenti su invito degli studiosi austriaci per dare insegnamenti riguardo la sua linea di trasmissione. Abbiamo ascoltato tutti con grande interesse l’insegnamento, così diverso da quelli che conoscevo fino a quel momento. Era soprattutto il suo modo semplice e gentile e la sua chiarezza nel trasmettere un insegnamento così profondo a colpirmi. Che novità: si rideva, e si potevano fare tutte le domande! Era tutta un’altra cosa.

Quando ha parlato della sua formazione ci ha spiegato che tra tutte le materie da studiare c’era anche la medicina, e in particolare la diagnosi del polso. Allora mi sono detto: ma se lui è anche un medico, forse potrei chiedergli di farmi questa analisi per scoprire perché soffro!

Gli ho detto: “La prego, sto male e i medici non sanno cosa sia, potrebbe farmi la diagnosi del polso?”

Con mia sorpresa lui con grande gentilezza ha annuito, ha messo le sue dita sui miei polsi e dopo qualche minuto ha detto: “Ora so cosa hai… è un male freddo al polmone, devi andare a farti vedere da uno pneumologo”.

Ero stupito non solo dalla chiara diagnosi ma soprattutto dalla certezza che ho provato in quel momento: che fortuna! Avevo incontrato il mio maestro, chissà dopo quante incarnazioni! Era così semplice: era lui.

Mila Misek e Chogyal Namkhai Norbu a Montebelluna, 1980.

Rinpoche era ripartito con la famiglia e il gruppo di studenti, e io avevo prenotato una visita dallo pneumologo. Però non sono rimasto a lungo dal medico.

Dopo mezzo minuto mi aveva tirato fuori dalla cabina con un grande schermo dicendomi che avevo una neoplasia al polmone e che bisogna fare un intervento chirurgico. Allora – io non sapevo niente di medicina, facevo il liutaio e il musicista – ero andato in ospedale. Ma le proposte dei medici non mi convincevano: “Come prima cosa asportiamo le tonsille” (…le ho ancora oggi). Senza nemmeno fare una analisi del sangue? Non mi convincevano, così ho deciso di tornare di nuovo a casa. “Ma se lei non si fa operare, si prepari, morirà…”

“Prima o poi, sì; ma non ora. Ho ancora tanto da fare” ho risposto e ho chiamato un taxi. “Allora prenda almeno questo farmaco!” mi hanno imposto i medici.

Ho preso quelle pasticche per un pomeriggio ma non le sopportavo, mi facevano male e cambiavano molto il mio umore: se avessi continuato a prenderle per settimane come mi avevano ordinato, sarei diventato pazzo. Così ho smesso immediatamente. La sofferenza e i dolori aumentavano, e non riuscivo a respirare. Una sera ho pensato “E se morissi, finirebbe la sofferenza e starei meglio”. Dopo essermi addormentato ho fatto un sogno molto chiaro, come fosse reale: Rinpoche mi veniva incontro, mi guardava, gentile come sempre: “Ciao, come stai?”

“Sto molto male ma ho seguito il suo consiglio” ho risposto, “e lo pneumologo ha confermato una neoplasia al polmone; mi volevano operare ma io non ero d’accordo su come intendevano procedere, sono tornato a casa e là ho preso un farmaco che mi ha fatto male”.

“È vero, quella medicina non va bene per te, aspetta che ti mando la nostra medicina (tibetana).”

Quando mi sono svegliato non riuscivo a credere al mio sogno (che non ho mai dimenticato) e tre giorno dopo mi hanno suonato al campanello: “Ciao, sono stata a Napoli e prima di partire Rinpoche mi ha detto: vai a Vienna? Porta questa medicina a questo ragazzo, è molto importante”. Erano due sacchetti con dentro le pillole, uno da assumere di sera con acqua calda e l’altro di mattina con acqua fredda. Dopo qualche settimana ho cominciato a stare meglio e la febbre e i dolori sono quasi spariti. Alla visita dal medico ho avuto una sorpresa: “Le devo fare le mie congratulazioni: lei è guarito, il farmaco ha funzionato.”

“Non è andata proprio così – ho risposto – quel farmaco non lo sopportavo, mi avrebbe fatto impazzire, ho preso le medicine tibetane.”

“Ma quelle quattro erbette non hanno potuto guarirla, non guarirebbero nessuno. Ma comunque sia, lei ora sta bene. Ci vediamo fra sei mesi per un controllo.”

“Non mi importa cosa ne pensa, io so com’è andata… Diciamo che sono stato fortunato. La ringrazio, ma non credo che ci rivedremo.”

E così fu. Ero guarito e in più ero rimasto intero. È stato Rinpoche che mi ha salvato la vita. Da quell’anno ho cominciato a seguire Rinpoche in mezzo mondo e ho partecipato a tanti bellissimi ritiri. Sono stato fortunato ad averlo incontrato e anche ad avere avuto l’onore di averlo ospitato due volte a casa mia e di essere stato ospite a casa sua, a Formia. Ma la cosa più importante è stato l’insegnamento che ci ha trasmesso, unico del suo genere, unico come era lui. E questa è la mia storia “Come ho incontrato Rinpoche”, il mio maestro, la persona più gentile che abbia mai incontrato sulla Terra.

 

21 marzo 2020

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