Conferenza, ‘Nel volto della morte’

Insieme all’associazione no profit Tutto è Vita si è svolta la conferenza l’8 aprile 2017 a Merigar West

Essere un praticante Dzogchen significa anche e soprattutto integrare l’Insegnamento nella vita quotidiana. Per questo a Merigar stiamo proponendo degli incontri o seminari su argomenti solo apparentemente non strettamente connessi all'Insegnamento, per confrontarci con esperienze di altri gruppi o scuole e farne un’esperienza di crescita. Lo scorso aprile abbiamo organizzato un seminario su come affrontare la morte.

La giornata ha avuto momenti di lezione frontale e momenti di esperienze direttamente vissute dai partecipanti, una cinquantina di persone, interessate per motivi professionali (medici, infermieri) o anche semplicemente per motivi personali, ad acquisire qualche strumento in questo speciale accompagnamento attraverso la malattia terminale e la morte.

death conferenceChi guidava la giornata ha una grande e lunga esperienza nell’accompagnamento alla morte: il monaco Guidalberto Bormolini, infatti, si occupa di questo tema da molti decenni, fino a farlo diventare un percorso strutturato di insegnamento, sia all’università di Bologna che di Padova.

Sempre per la sua grande esperienza e competenza, viene chiamato spesso da Asl o luoghi pubblici tipo hospice, per fare formazione a chi si occupa di accompagnamento alla morte.

Hanno contribuito al programma della giornata tre giovani donne, esperte di tanatologia, che lavorano in equipe con Bormolini da molto tempo per l’associazione Tutto è vita, in qualità di counselor o psicologhe.

death conference

Colpisce molto in quello che Bormolini racconta, come in 30 anni in Europa e 50 negli Stati Uniti, si sia alterata profondamente la percezione e la cultura del morire, rimasta viva per millenni.

Attualmente infatti il morire viene negato, nascosto come qualcosa di negativo, i morti non si mostrano ai bambini, non fanno parte della nostra vita, come invece è stato per secoli e in tutte le culture, di oriente e di occidente.

Non ci sono più rituali, morire è un tabù e anche il linguaggio di chi accompagna alla morte non riesce ad essere più incisivo; Bormolini ci ricorda come il linguaggio della natura e dei suoi ritmi, dal quale ci siamo allontanati come senso e come simboli, è molto collegato al linguaggio del morire: il sole che ogni giorno muore e poi rinasce, le piante che d’inverno scompaiono, paiono morte e poi rinascono a primavera, non sono più immagini e simboli così significativi per noi da aiutarci ad affrontare il momento del morire nostro e di chi accompagnamo.

In pochi anni è stato spazzato quindi un immaginario, un linguaggio, una cultura che rendeva naturale e quindi più semplice il morire.

Questa profonda e drastica negazione ha i suoi effetti sul piano sociale: gli adolescenti non conoscono la morte e quindi ci giocano senza consapevolezza con comportamenti estremi tipo giochi a alto rischio, o suicidio o aberrazioni di tipo omicida. Oppure si creano patologie psicofisiche che nascono dalla negazione della morte.

Non abbiamo più familiarità con la morte, che non crea depressione, anzi, dà immensa energia di vita, afferma sempre Bormolini.

Questa è stata la premessa, è la premessa per chi vuole accompagnare alla morte. Dobbiamo ritrovare la sacralità del tempo che precede la morte, invece che fare inutili recite di negazione e false rassicurazioni, che vengono fatte da tutti, medici in primis e poi i parenti e gli altri operatori. Mentre il percorso spirituale, che non significa confessionale, ma appunto del rendere sacro e dell’essere consapevoli, può portare all’accettazione e a volte funziona anche come alleggerimento dei sintomi, come un vero e proprio antidolorifico; aiuta inoltre il morente a essere davvero defunto nel senso etimologico latino, colui che ha fatto tutto quello che ha da fare, che ha compiuto la sua missione e dare quindi senso al suo morire.

Gli strumenti che vengono poi proposti nella parte esperienziale della giornata sono essenzialmente di due tipi: la meditazione, in forme diverse, strumento fondamentale per Bormolini e la sua Comunità fiorentina e qui usato per rilassare, per entrare in contatto con la propria condizione e prepararsi a incontrare l’altro, come strumento di evoluzione personale.

E poi esercizi vari fatti in relazione con le altre persone del gruppo di partecipanti, che aiutano a conoscersi, a capire come riusciamo o meno ad accompagnare, a essere accompagnati, come sappiamo usare il silenzio, come è la nostra capacità di ascolto, la nostra capacità di empatia, perché, dice sempre Bormolini, nella comunicazione l’invisibile prevale sul visibile e quindi dobbiamo nutrire l’invisibile sia nostro che di coloro che vogliamo aiutare.

Fra gli strumenti usati ci sono anche lo yoga e soprattutto il respiro, il primo gesto della nostra entrata nel mondo e anche l’ultimo. Sappiamo come nella Comunità Dzogchen utilizziamo da sempre la consapevolezza e la presenza come strumenti di evoluzione, lo yantra yoga con le sue profonde tecniche di respirazione come pratiche potenti: abbiamo quindi fra le mani strumenti preziosi da utilizzare anche nel percorso di accompagnamento alla morte, facendoci possibili strumenti di una ripresa di naturalità e semplicità di cui il nostro mondo ha bisogno attualmente quando si avvicina alla morte.

Pia Barilli

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