Interconnesso – Abbracciare la vita nella nostra società globale

Interconnected

Di Karmapa Ogyen Trinley Dorje
Wisdom Publications, 2017
248 pages, ISBN 9781614294122

Recensione di Alexander Studholme

Quando il 17° Karmapa Ogyen Trinley Dorje  fece la sua coraggiosa fuga dal Tibet al giro del secolo non poteva immaginare che avrebbe speso buona parte dei suoi successivi diciassette anni in una tediosa casa di detenzione, rinchiuso in un monastero preso in prestito nel nord dell’India, vittima innocente del lungo scisma che ha attraversato il suo lignaggio Karma Kagyu. Alla fine però gli viene concesso la libertà di viaggiare dalle le autorità indiane e diventare quello che sembrava il suo destino di leader spirituale internazionale. Interconnected – Embracing Life in Our Global Society è il contesto in cui Sua Santità colloca l’etica buddhista del 21° secolo pubblicato nella primavera del 2017 in concomitanza con la sua visita in Inghilterra, Canada, USA e Germania.

La visione etica del Karmapa affonda le sue radici nella dottrina centrale buddhista dell’interdipendenza o insorgenza dipendente (pratityasamutpada in sascrito, o rten cing ’brel bar ’byung ba in tibetano). Da qui segue le orme di numerosi pensatori buddhisti moderni, tra i più noti il Dalai Lama e Thich Nhat Hahn, che hanno divulgato questo principio come chiave per comprendere il nostro posto nel mondo e soprattutto in quello che ci circonda. “Appeofondendo la nostra consapevolezza o interconnessione”, scrive il Karmapa, “possiamo creare una società molto più salutare e armoniosa e vivere una vita molto più soddisfacente.” Questo non è un manifesto politico. Per esempio pone tranquillamente domande sulla direzione in cui la globalizzazione e il consumismo ci stanno portando, parla di eventi contemporanei come il disastroso crollo di una fabbrica di vestiti in Bangladesh e si definisce un vegetariano. È soprattutto preoccupato qui di proporre un nuovo orientamento etico che possa poi essere applicato in temi e situazioni specifiche.

Parlando in generale esce dalla sua stalla in tre modi: quello intellettuale, quello emotivo e quello pratico. Tanto per cominciare questa interconnessione deve essere capita attraverso l’analisi, poi deve essere sentita sviluppando l’empatia e infine va agita usando l’energia della compassione. Senza dubbio questo è un libro buddhista: la sezione che riguarda le persone come individui interconnessi ricorda gli insegnamenti tradizionali buddhisti sulla mancanza di un io, o vacuità, per esempio, e la pratica di generare gratitudine come un mezzo per sviluppare la corretta attitudine di interconnessione fiorisce direttamente dall cultura dell’allenamento della mente secondo il buddhismo. Eppure c’è poco gergo, o termini specialistici, che possa allontanare un non buddhista qui. L’interdipendenza, dopo tutto, fa parte di un discorso politico tradizionale. Le indicazioni del Karmapa non servono a rimpiazzare o cambiare ma piuttosto a rinvigorire un intero e scolare approccio a questo tema.

Quando ho visto il Karmapa durante i suoi insegnamenti pubblici a Londra sono stato colpito da due cose. La prima è come fosse capace di parlare con le persone della sua generazione – è nato nel 1985 – che cresceranno con lui e che si uniscono con lui in quello che sembra una sincera e urgente ricerca di un cambiamento perché il mondo possa era migliore. Questo libro chiaramente si rivolge a questo pubblico ed è il risultato di una serie di seminari condotti dal Karmapa con un piccolo gruppo di studenti universitari americani. Questi studenti, ovviamente, fanno parte della prima generazione che non ha mai conosciuto il mondo senza internet. Sebbene non neghi i molti benefici della tecnologia, è da sottolineare che il Karmapa insiste nell’esprime le sue perplessità sulla particolare tendenza millennial di spendere sempre più tempo online.

Critica la natura insoddisfacente della connettività dei social media. “Dubito che le comunità virtuali possano ricoprire la funzione di una comunità reale”, scrive. La versione di noi stessi che presentiamo agli altri online, sostiene, può troppo facilmente essere falsa, una “persona artificiale”, un “sè virtuale”. “Non possiamo andare molto lontano con la lusinga di queste connessioni illusorie,” scrive, “e finiamo intrappolati all’interno del nostro mondo privato e illusioni elettroniche.” Aggiunge, “In un’era di connessioni sarebbe saggio fare una pratica di cosciente spegnimento dello schermo in modo che sorga l’avvicinamento lento e diretto.”

Il secondo aspetto del Karmapa che più mi ha sorpreso a Londra è stoto quando sia molto personale. Non significa che ha una una sua voce disitintiva, sebbene questo sia vero. Il suo libro è permeato da un profondo senso percettivo di indagine, un occhio fresco sul mondo, capace di molti approfondimenti originali e memorabili giri di frase. Allude in modo acuto, per esempio, all'”ironia della compassione”, che significa: “Quando la consapevolezza della sofferenza altrui rimane una mera conoscenza senza un effettivo coinvolgimento può provocare pena e angoscia. Quando si è completamente connessi a livello emotivo questa angoscia sparisce.” Riesce ad arrivare alla poesia nella sua immagine di come gli altri, nel modo con cui ricevono le risorse che gli offriamo, “possono essere degli specchi in cui poter ammirare la nostra bellezza… qualcosa che non può accadere se siamo intrappolati in una vita incentrata sull’ego.”

Con “personale” mi riferisco al modo con cui il Karmapa è così aperto e onesto riguardo la sua esperienza. Il precedente 16° Karmapa, che in confronto diceva poco e insegnava attraverso la sua presenza noumenica, sembrava avere una personalità ordinaria trascendente. Il 17° Karmapa al contrario è spesso deliberatamente umano in modo disarmante. Si emoziona nel ricordare la sua semplice educazione in una comunità nomade (“uno stile di vita pastorizio – uno stile di vita premodermo”) che chiaramente ispira il suo amore per il mondo naturale e il suo istinto per una genuina connessione emotiva.

È anche più commovente la sua mancanza di paura nel dimostrarsi vulnerabile. Parla in modo franco delle difficoltà di essere stato sottratto dalla sua famiglia e iniziare la vita come un lama reincarnato (“È stato strano allora.”) e chiama se stesso “Sua Solitudine” (in inglese His Loneliness n.d.t.) (“Chi vuole essere amico di qualcuno che non è considerato essere interamente umano?”) e condivide il dolore di essere stato sfruttato (“Ci sono state delle persone di cui mi fidavo che non hanno pienamente corrisposto la fiducia che avevo riposto in loro…”). A Londra, rispondendo a una domanda, ha confessato di aver cercato, senza riuscirci, di tenere una voliera, come aveva fatto il 16° Karmapa con successo, perché non si è mai sentito a suo agio nel vedere gli uccelli in gabbia. Con schiettezza ha affermato: “Perché sono sempre stato ingabbiato.”

Cosa ci dice il Karmapa? Di voler essere se stesso e non la pallida imitazione del suo predecessore. Le sue affermazioni hanno qualcosa in comune con quelle di altri giovani lama che, negli ultimi anni, hanno scelto di gettare luce sul lato oscuro del sistema dei tulku, sebbene diversamente da alcuni il Karmapa sembra assolutamente risoluto di vivere assumendosi le responsabilità del suo ruolo – quelle responsabilità, come lui sottolinea, a causa dell quali ha dovuto lasciare il Tibet da ragazzo. In effetti, si può vedere una fiducia e una convinzione appassionate nel suo valore, riflessa nella sua frustrazione per gli ostacoli posti alla sua libertà di movimento. “La conseguenza è che ho dovuto ridurre molto le mie aspettative di quello che sarò in grado di fare”, scrive, “… vivo questa vita avendo cura e aiutanto gli altri cercando di essere una specie di rifugio dove trovare amore.”

La candida apertura di sé è anche coerente con un’atmosfera di radicale veridicità che circonda il Karmapa, determinato nel tagliare tutti i protocolli e trambusti della sua posizione e nel relazionarsi con il mondo così com’è senza nascondersi dietro la facciata di un inscrutabile monaco spirituale. Nel contesto del suo messaggio etico questo è parte integrante del modello che lui stesso presenta agli altri di umiltà e di autenticità di sé che cosidera come essenziale per una sincera partecipazione alla rete di interconnessione, essendone coinvolto come chiunque altro. “Anche se non sono nelle condizione esterne migliori per lavorare nella direzione che vorrei sono sostenuto dalla consapevolezza che molti dipendono da me e che hanno riposto le loro speranze in me,” dice, “Per me la mia interdipendenza è fonte di coraggio e determinazione.”

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