Intervista ad Elías Capriles, Istruttore del Santi Maha Sangha

The Mirror:  qual è il tuo approccio nello studio del Santi Maha Sangha e la tua formazione accademica è stata utile?

Elías Capriles: per l’esame della Base ho studiato abbastanza intensivamente, per quasi quattro anni, e ho imparato tutte le citazioni a memoria anche se quello che mi interessava era l’essenza degli insegnamenti – il loro vero significato e la loro realizzazione. Infatti sebbene la mia comprensione degli insegnamenti del SMS è aumentato con il passare del tempo e insegno il SMS abbastanza spesso oggi non ricordo più le citazioni a memoria.

interview elias caprilesLa mia formazione universitaria mi ha probabilmente aiutato ma questo non è la cosa più importante. Ho vissuto in India e nel Nepal dal 1973 al 1983. In Nepal un maestro Dzogchen professore universitario mi invitò a studiare con lui presso una università indiana. In quel periodo avevo ricevuto un tregchod Dzogchen e specifici insegnamenti Anuyoga da Thinley Norbu Rinpoche e per questo declinai l’invito del professore per entrare in ritiro sulle montagne e dedicarmi alla pratica. Andai da Dudjom Rinpoche per ricevere la sua benedizione prima di partire per le montagne il quale mi invitò a ritornare il giorno dopo – durante il quale mi ha dato dettagliate e specifiche istruzioni per il mio ritiro. Quello che ho sperimentato durante quel ritiro e in quelli successivi è stato molto più utile per capire ed entrare nell’essenza del SMS di qualunque cosa io abbia appreso all’università e di qualunque formazione universitaria potessi avere.

Poi nel 1978 ho incontrato Chögyal Namkhai Norbu, mentre dava insegnamenti a Boudhanath, e mi sono sentito così connesso con il maestro che immediatamente ho scritto un poema su di lui. Non solo, trovavo il suo modo di insegnare adatto ai nostri tempi e più tardi lo invitai in Venezuela e iniziai a studiare con lui. Poi sono diventato un istruttore del SMS.

The Mirror: hai passato molti tempo in ritiro?

Elías Capriles: non ho mai fatto i ritiri di 9 anni, 9 mesi e 9 giorni, o quello di 7, 7 , 7 né quello di 3, 3, 3, perché questo non era il genere di ritiri a cui ero interessato – e d’altro canto il visto che le autorità nepalesi mi davano ogni volta che entravo nel paese durava solo tre mesi. Così rimanevo in ritiro sulle montagne per tre mesi, scendevo poi a Kathmandu, andavo in India e ritornavo in montagna di nuovo. In questo modo ho fatto alcuni ritiri di tre mesi, non ne ho mai fatti di più lunghi. Mi concentravo sul tregchod, sebbene facessi due pratiche Anuyoga di cui una era in forma rituale.

The Mirror: presto ci saranno gli esami del SMS a Dzamling Gar. Hai dei consigli da dare agli studenti che si stanno preparando per l’esame?

Elías: Anche se le enumerazioni sono essenziali per passare l’esame penso che per la propria evoluzione spirituale è molto più importante comprendere il significato reale di quello che si studia. Per raggiungere questo scopo penso ci siano due modi. (1) Il primo è quello di distinguere nel Vaso Prezioso i principi dei diversi insegnamenti così da non rimanere perplessi dalle apparenti contraddizioni (a) tra gli insegnamenti dei diversi veicoli Sutra, tra gli insegnamenti dei diversi veicoli del Tantra e quelli delle diverse serie Dzogchen, (b) distinguere i significati di esterno, interno e  segreto e (c) tra la comprensione relativa e definitiva. (2) Il secondo è qeullo di applicare intensamente le pratiche che fanno parte del training della Base del SMS – e in particolare i semdzin, i rushan, e le tre variazioni del 7° lojong. Anche se non ottenete la realizzazione praticando intensamente queste tre serie potrete avere esperienze significative. Sulla base di queste esperienze potere avere almeno qualche sprazzo di rigpa, assaporare il sapore del rigpa, e iniziare a distinguere il rigpa dalla varietà delle mere esperienze che sono il carburante per mantenere lo stato del rigpa. Penso che la pratica sia la chiave per afferrare il vero significato dell’intero SMS.

The Mirror: vorrei fare una domanda sulla tua recente pubblicazione, The Ornament of the Thought of Nagarjuna. In che modo questo libro è utile per i praticanti Dzogchen?

Elías: Penso che questo dipenda dal tipo di mentalità. Ci sono due modi per ottenere la piena realizzazione con lo Dzogchen. (1) Il primo è quello di essere di mentalità molto semplice, ingenui e non troppo intelligenti: applicando in modo essenziale le istruzioni, senza studiare troppo, ci si può realizzare anche così. Dal momento in cui la propria mente è semplice non si hanno molti dubbi da chiarire e si hanno una fiducia e una fede sincera. (2) L’altro modo è per chi ha una mente molto complicata, la si sfianca: si studia intensamente e tutto è sottoposto alla propria attitudine critica (Buddha stesso diceva che i suoi insegnamenti erano come l’oro che deve essere testato secondo certi metodi in modo da verificare che sia vero ed utile, oppure falso e inutile), e con ragionamenti corretti si confuta contrapponendola ai propri convincimenti errati prima di cominciare a praticare. Questo libro è utile solo a questo tipo di persone dalla mente complicata.

Il libro tratta della filosofia Prasangika Madhyamaka che, in base alla visione corrente del Dra Thalgyur Tantra è il punto di vista Dzogchen. Ovviamente lo Dzogchen non è il Prasangika Madhyamaka, perché il Prasangika Madhyamaka è Sutra, non Dozgchen né Tantra. Quindi non possiamo dire che il Prasangika Madhyamaka sia la stessa cosa dello Dzogchen. Ma date le differenze di approccio, di metodo di realizzazione e così via è uno dei sistemi, tra quelli Sutra, che meglio si adatta allo Dzogchen.

I maestri del movimento Rime – con l’eccezione di Mipham Rinpoche, aderente al Prasangika – si definiscono Mahamadhyamaka e sostengono di essere il sistema Madhyamaka più vicino allo Dzogchen. Il Prasangika non insegna la vacuità esistenza altra da sé come è insegnata dalla Mahamadhyamaka ma il modo in cui entrambe le scuole spiegano la vacuità di un sé in tutte le esistenze è lo stesso dello Dzogchen. Per questo per molti motivi entrambi i sistemi sono compatibili con lo Dzogchen – il quale, devo dire, uso molti termini del Terzo Dharmachakra.

In tutti i veicoli, eccetto lo Dzogchen, e in base a uno dei significati del termine tibetano, tawa si riferisce al un punto di vista intellettuale. Negli insegnmenti Dzogchen tawa ha uno degli altri significati che non quello intellettuale ma a quello del vedere. Infatti, nel contesto Dzogchen rendo l’idea usando il termine Visione perché il tawa Dzogchen è la Visione diretta della vera condizione della realtà, molto al di là dell’intelletto. È così perché perché è evidente a tutti i maestri Dzgochen che parole e concetti non possono essere adatti alla realtà, qualunque cosa possiamo capire o dire della realtà è sbagliata. Tanto per cominciare la vera condizione della realtà è continua – è un continuum che non implica divisione, discontinuità, differenze o separazioni – mentre i pensieri sono discontinui: stabiliscono differenze e (come è evidenziato dalla dottrina di Dignaga con apoha e anyapoha) sono definiti per esclusione rispetto a qualcos’altro. I pensieri, che sono discontinui ed escludono sempre qualcosa, cono sono adatti per ciò che e continuo e che non esclude nulla. Infatti i pensieri stabiliscono limiti, rappresentati come angoli, metre la vera condizione della realtà è rappresentata da un thigle o sfera, che non ha angoli. Solo quando i pensieri cedono allora la vera condizione può apparire nel vostro flusso mentale. Questa vera condizione è paragonata al sole e il nostro samsara è paragonato al sole coperto da nuvole. I pensieri sono le nuvole. Come si può intuire il sole dalle nuvole che lo coprono? È assolutamente impossibile.

Così il punto del towa dello Dzogchen è che le nuvole sono sparse e lo splendere del sole si realizza al di là di qualunque interpretazione concettuale. Cocì capite che ogni interpretazione è sbagliata: qualunque interpretazione sono nuvole che coprono il sole.

Il Prasangika più genuino concorda che i pensieri sono come nuvole che coprono il sole e solo quando sono disperse il sole di manifesta. Però il Prasangika è intellettuale e quindi usa in modo esaustivo il ragionamento per portare la mente che ragiona al punto in cui si blocca e e quindi viene fatta crollare. Lo Dzogchen non fa così necessariamente. Nello Dzogchen si va direttamente alla vera condizione, si riceve una introduzione diretta, come indica la mudra di Garab Dorje, che punta il dito di fronte ai propri occhi. È una istruzione su come guardare alla mente così che la struttura della nostra percezione dualistica oggetto-soggetto cortocircuita e collassa, e che dal simbolo della vera condizione, che è l’essenza non duale o natura della mente che la nostra mente dualistica copre, possa manifestare – come nuvole che si disperdono e il sole splende così com’è.

L’approccio Prasangika e quello Dzogchen non sono chiaramente la stessa cosa e certamente il Prasangika non può portarci al livelli di realizzazione che si possono raggiungere con lo Dzogchen, però entrambe hanno i loro metodi per far crollare l’intelletto e la mente dualistica. E questo è il motivo per cui il libro può essere utile ai praticanti Dzogchen dalla mente complicata, altamente intellettuale.

The Mirror: hai scritto molto. Questo è il tuo ultimo libro? Stai lavorando a una nuova pubblicazione al momento?

Elías: ho pubblicato più di quindici libri. Alla fine del 2013 ho pubblicato un libro in quattro volumi, The Beyond Mind Papers: Transpersonal and Metatranspersonal Theory (A Dzogchen Approach), che ha avuto un impatto notevole sulla psicologia transpersonale.

Poi nel dicembre 2016 ho finito un libro in spagnolo, Shamanism and Dzogchen, che ora è pubblicato dalla casa editrice Ediciones La Llave. L’ho scritto perché molte persone praticano entrambi i sistemi non capendo che sono sistemi assolutamente diversi e reciprocamente contraddittori. Per esempio, in Sud America, per lo sciamanesimo il punto è quello di accedere alla realtà degli elementi, degli spirito e dei demoni che le persone ordinarie non possono vedere. Secondo questo sistema la realtà a cui questi esseri appartengono è la vera realtà mentre quella quotidiana è falsa. Nello Dzogchen il punto è realizzare che sia la realtà degli elementi, degli spiriti e dei demoni che la realtà ordinaria – veramente qualunque realtà – sono false e ci si può liberare dalla loro presa. Per esempio, nella pratica del chöd, che combina il principio dello Dzogchen con quello degli altri veicoli, si entra in contatto con gli spiriti, i demoni e gli esseri elementari e lo si fa per esperire l’estremo terrore e per applicare le istruzioni Dzogchen che consentono a questi esseri e alla vostra mente terrorizzata di dissolversi istantaneamente, liberandovi dal loro potere e dal crederli reali. E diventando liberi dal potere della vostra mente, dallo stesso simbolo vi liberate dalle vostre convinzioni della vostra realtà ordinaria e dal potere che questa realtà ha su di voi.

Ora sto lavorando alle ultime bozze del volume I del Buddhism and Dzogchen e sto cominciando a scrivere il vol. II dello stesso titolo. Sono diveri volumi ma una versione provvisoria del primo volume è già a disposizione sul mio sito da cui può essere scaricato gratuitamente (per accedere direttamente andate qui: http://webdelprofesor.ula.ve/humanidades/elicap/en/uploads/Biblioteca/bdz-e.version.pdf; anche se a volte l’URL non funziona, se succede, provate più tardi e in genere funziona). Dopo le ultime correzioni manderò questo primo volume all’editore.

The Mirror: grazie per il tuo tempo.

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