Intervista con Catherine Simmonds – Attrice e regista

Attrice e regista per lo Sviluppo della Comunità, Melbourne, Australia

“Cosa posso fare?”

Dzamling Gar, febbraio 2018

Catherine Simmonds

The Mirror: sappiamo dei tuoi inizi interessanti che hanno contribuito ad essere quella che sei oggi. Puoi dirci qualcosa dei tuoi inizi?

Catherine Simmonds: sono nata come tutti e poi messa in orfanatrofio e sono stata adottata quando avevo sei mesi di vita da quelli che sono diventati i miei genitori. Abbiamo vissuto in campagna a poche ore da Melbourne/Australia. I miei genitori hanno divorziato quando avevo cinque anni e sono stata affidata a mio padre adottivo anche se ho continuato a vedere mia madre. Da bambina pensavo che “una cosa è nulla e nulla è qualcosa”, era forse un accenno a qualcosa che mi avrebbe portato all’insegnamento?

Mio padre di è risposato con una donna madre di due figlie che sono diventate mie sorelle con cui sono cresciuta fino all’adolescenza. Mio padre era uno scrittore, suonava la chitarra ed era istruttore di taekwondo e per questo tutta la famiglia faceva taekwondo. Mia madre, le mie sorelle ed io siamo diventate cinture nere e un anno sono arrivata seconda al campionato australiano. La mia altra passione era il pattinaggio e sono diventata una pattinatrice del ghiaccio professionale.

M: A quel tempo eri interessata a recitare o al teatro?

CS: Sono sempre stata interessata nell’arte, nello scrivere storie, nel dramma, nella pittura e nell’illustrazione, e ho pensato di scrivere ed illustrare libri per bambini e per questo ho studiato grafica. Ricordo che a quel tempo un’amica di mia madre mi disse “Essere un artista visivo è da solitari, credo che tu sia troppo sociale” e le sue parole sono rimaste con me.

Ho continuato con i miei studi e dove pattinavo fu chiesto dalla Miss Victoria Quest di raccogliere fondi per i disabili di Victoria. Mi hanno chiesto di rapresentarli presso la Quest (ovviamente a 18 anni ne fui onorata). Con mia sorpresa ho vinto la Miss Victoria, cosa che attrasse l’attenzione dei media, le prime pagine dei giornali ecc. Qualche mese dopo mio padre ed io abbiamo ricevuto una lettera dalla Catholic Family Bureau (agenzia d’azione) in cui si diceva che mia madre biologica voleva contattarmi. In generale nascondo di essere stata una Miss Victoria ma se parlo è perché ha a che fare con quanto segue. Mia madre biologica voleva contattarmi e l’agenzia di adozione da un anno cercava Catherine Simmonds ma senza successo finché non hanno visto il mio nome sui giornali, l’età corrispondeva, e hanno pensato che fossio io, ed era così, ero io. L’agenzia ha chiesto se volessi incontrare mia madre biologica e i miei genitori adottivi erano d’accordo così ho detto va bene. Ho incontrato mia madre che aveva sposato mio padre biologico cinque anni dopo avermi dato in adozione e hanno avuto altri sei bambini. Così improvvisamente avevo una famiglia biologica al completo. Avevo tre madri, due padri e nove tra fratelli e sorelle. Come l’acqua che scorre le circostanze della vita cambiano.

Dopo questo periodo il mio interesse ha cominciato a spostarsi verso la recitazione e ho abbandonato il corso di grafica. Ho fatto i provini per il National Institute of Dramatic Art dove accettano solo 20 persone da tutta l’Australia ed ero seconda nella lista d’attesa per entrare. Non avevo alcuna preparazione nella recitazione eppure ha quasi avuto il rupo principale in una miniserie TV e questo esperienza ma ha molto incoraggiato. Ho fatto i provini al Victorian College of the Arts, sono stata accettata ed è dove ho studiato per tre anni. Studiare recitazione richiede di investigare se stessi, una specie di viaggio nel mondo interiore, esplorare le proprie motivazioni, i propri impulsi, desideri, la propria immaginazione e i propri sensi. La ricerca inizia da noi stessi, per certi aspetti recitare strappa il proprio ego, ti sfida ad affrontare lati scomodi e ad aprire un’ampia gamma di emozioni. È una specie di viaggio nella comprensione di se stessi.

Il lavoro corporeo è stato centrale per allenare la recitazione e mi sono interessata allo yoga. Ho cominciato a seguire i corsi di Oki Do Yoga e l’istruttore mi ha invitata ad andare a sentire un maestro tibetano. Rinpoche dava una conferenza presso la Melbourne University, ci sono andata ma non ho avuto l’esperienza né il linguaggio per comprendere veramente, non sapevo di cosa si trattasse. In seguito non ci ho pensato sopra ma avevo preso una piccola brochure in cui si annunciava un ritiro. Ogni tanto davo un’cchiata alla brochure, attratta dalle parole, “stato primordiale”. Mi chiedevo “che cosa significa?”

Alla fine sono andata al ritiro nella Blue Mountains vicino a Sydney. Quando sono arrivata ho pensato: “Oh mio dio, che ho fatto?”. C’era una donna, con capelli biondo chiaro, in un body in pelle di leopardo e co del rossetto rosso brillante che faceva questi gesti con le mani fuori dalla tenda (ora so che sono mudra) così sono entrata e molte persone erano sedute sui cuscini, la schiena dritta, qualcuno aveva delle mala nelle mani e mi sono seduta con la sensazione di essere la cattiva ragazza in fondo all’autobus. Per tre giorni ho ascoltato senza capire molto, combattuta tra aspettare di capire e scappari via, finché qualcuno mi ha consigliato di andare a parlare con Rinpoche. Ho visto tutti in fila e ho pensato che potevo andare. Quando mi sono avvicinata a lui ed era il mio turno sono scoppiata a piangere e lui a fatto una specie di risata guardando altrove e mi sono un po’ arrabbiata. Lui mi ha guardato e mi ha detto: “Se ti rilassi, la prima cosa è quella di rilassarti, è come andare a pesca, se ti rilassi puoi prendere un pesce.” Ho subito pensato : “Oh certo, ha ragione, è semplice e vero, e da allora mi sono rilassata.”

Nei giorni seguenti ho cominciato a partecipare, cercando di inparare le diverse pratiche, e la puridicazione degli elementi era un buon inizio. Alla fine del ritiro era arrivato il momento di quello che si chiamava la Ganapuja. Fuori pioveva, mi sono rilassata un po’ e anche se non conoscevo le parole, dal punto di vista energetico, con la leggera pioggia fuori, mi sentivo come fossi oro. Nel mio cuore qualcosa era successo, un grande senso di pace, mi sentivo a casa. Ho un ricordo, Rinpoche che mi cammina accanto e mi chiede: “Cosa puoi fare?” Mi sono sentita un po’ smarrita e non sapevo a cosa si riferisse ma in qualche modo queste parole mi sono rimaste in testa, ma sì, cosa posso fare? Allora sembrava che fosse una domanda venuta dal nulla ma oggi penso significa che dobbiamo essere attivi, non passivi. Cosa puoi fare?

Quando mi sono diplomata alla scuola di recitazione ho visto un piccolo avviso in cui si offriva una borsa di studio per lavorare presso compagnie internazionali. Sulla stessa bacheca c’era un altro annuncio di un seminario con un regista teatrale italiano, Renato Cuocolo. Avevo visto i suoi lavori, l’anno prima di iniziare la scuola di recitazione e mi sono ispirata al sogno, la poesia del suo lavoro. Sembrava una coincidenza e ho pensato, wow, magari faccio la richiesta di lavorare con la sua compagnia. L’ho incontrato e stava creando una compagnia con base a Melbourne, avevo partecipato ai suoi seminari e immediatamente mi ha chiesto di far parte della compagnia. Mi ha spiegato che la formazione avrebe richiesto totale dedizione e che questo significava che non avrei avuto tempo da dedicare ad altri impegni teatrali e ho accettato. Il lavoro era intenso, ogni giorno, con grande sforzo fisico come correre verso un muro e aprire il corpo al contatto, a volte studievamo un gesto per ore, meditavamo o improvvisamo anche per 24 ore di fila. Lo scopo della formazione era quello di svelare l’autentica libertà di espressione grazie alla disciplina, di sviluppare la presenza e l’energia dell’attore strappando via le maschere, esplorando il movimento al di là del normale ritmo quotidiano. Dal punto di visto antropologico il movimento è visto come la radice di tutta le culture della danza intendendolo come collegato alla conoscenza dell’ “hara”. Questo lavoro ha aiutato a sviluppare la mia concentrazione e ad approfondire l’espressione del mio corpo e della mia voce, mi ha aiutato ad aumentare la fiducia in me stessa come artista. Ho lavorato come attrice con la compagnia per dodici anni, dislocamento, identità e minoranze culturali sono stati i temi centrali degli spettacoli e ci siamo esibiti in festival nazionali e internazionali molto importanti.

Era il 1990 quando Rinpoche è venuto nuovamente in Australia, il ritiro si svolgeva a Kyenton e senza alcun dubbio sapevo di dover andare. Dopo questo ritiro mi sono coninvolta di più con le attività della comunità. Abbiamo arganizzato un tour di insegnementi per Fabio Andrico e ho avuto il privilegio di viaggiare e imparare molto da Fabio e dai suoi insegnamenti, in particolare mi sono interessata allo Yantra Yoga. Sebbene fossi appassionata al mio lavoro di attrice sapevo che quella strada non mi avrebbe portato molto denaro ed ero consapevole di dover sviluppare qualcos’altro. Non molto tempo dopo la partenza di Fabio mi trovavo nella mia città natale, aspettando l’autobus e incidentalmente ho visto un giornale locale. C’era un annuncio in cui si cercava un’artista locale che volesse lavorare con donne migranti impiegate nelle fattorie.

La mia forma d’arte era il teatro e sebbene non avessi mai veramente diretto ho pensato di sviluppare un’idea e fare domanda per quel posto e ho ottenuto il lavoro! Sono andata dai vicini, nei centri di cura, nei negozi sia inglesi che non, nelle fattorie per incontrare e parlare con le donne migranti della loro esperienza. La giunta locale aveva invitato le donne a partecipare al progetto e ho finito con il trovarmi in una stanza con diversi gruppi di donne e mi sono detta, ok, cominciamo a recitare! Lentamente ho rafforzato la loro fiducia grazie alla recitazione e ai metodi teatrali, incoraggiandole a connersi tra loro tramite il movimento, con la loro voce e le loro storie. Lavorare nelle fattorie è un lavoro pesante, tra il rumore assordante dei macchinari e attività ripetitive con la pressione di produrre e il timore di perdere il lavoro, giorni interi sotto il sole e scarsa conoscenza dell’inglese ecc. Tutti questi fattori hanno contribuito a stordire i sensi e quindi il lavoro creativo è stato quello di riattivare i sensi. Dopo molti mesi di scambio creativo con queste donne ho scritto e diretto uno spettacolo dove ogni donna è stata la protagonista delle propria storia. Lo spettacolo si chiamava “She of The Workplace”, che raccontava storie di sfruttamento delle donne all’interno di fabbriche, di razzismo e storie di migrazione.

La partecipazione non si basava sul talento, l’unico requisito era il desiderio di partecipare e il rispetto reciproco. Questo progetto ha segnato il mio futuro come direttore artistico dello sviluppo della cultura della comunità.

Torniamo al punto principale, l’influenza che gli insegnamenti di Rinpoche hanno avuto su di me. Parole come “collaborazione”, “lavorare con le circostanze”, e “rilassarsi” risuonano a tutti i livelli del mio lavoro.

Mentre lavoravo con persone di diverse culture è stato importante favorire uno spazio di collaborazione, dove è praticato il rispetto per le differenze. Non significa appianare le differenze e rendere tutti uguali ma piuttosto di connettersi attraverso le storie e le emozioni umane di usare il potere del teatro per comunicare e creare empatia. A metà della mia carriera ho ricevuto una borsa di studio di due anni dal consiglio australiano per le arti e ho vissuto in Brasile seguendo il lavoro del defunto e leggendario leader dello sviluppo culturale della comunità “Augusto Boal” che ha fondato il Teatro degli Oppressi. Ho anche ricevuto una borsa di studio Asialink e ho lavorato nei villaggi di Timor Est con anziani e giovani esplorando la conoscenza e la creatività culturale come strumento per la costruzione della pace e un mezzo per esplorare questioni comunitarie come l’istruzione, la violenza domestica e il lavoro minorile.

Sono passati 25 anni e il mio lavoro ha contribuito a coinvolgere con forza diverse comunità nell’affrontare alcune delle questioni più urgenti del nostro tempo, tra cui: le relazioni interculturali, il cambio dei valori tra una generazione e l’altra, la violenza pubblica e privata, il traffico delle donne, cambiare il futuro degli indigeni, le malattie mentali, le dipendenze, i richiedenti asilo e la potenzialità di un mondo interculturale. Uno dei miei spettacoli ‘Journey of Asylum – Waiting’ è stato pubblicato in una raccolta di spettacoli sui richiedenti asilo.

Sondare i problemi con persone che provengono da paesi molto diversi, tutti in un unico spazio, a volte può essere complicato a causa di storie controverse, forse è come lavorare all’ONU. Ho imparato a tenere la polica fuori dal lavoro creativo, concentrandomi solo sulle narrazioni personali. Non dico mai a nessuno cosa dire, faccio un sacco di domande, la principale è quella se le persone pensano di essere ascolte veramente? Ritengo ognuno esperto della propria esperienza e questo facilita il raccondo delle persone. Quando dirigo una storia cerco l’umorismo, la tragedia, l’amore, la rabbia, il desiderio e le contraddizioni in termini di emozioni. Il processo di scrittura significa ascoltare tutti e poi attraverso l’improvvisazione e le prove continue butto giù nuove idee e scrivo di nuovo, a volte l’idea che rifiuto è la chiave creativa e le cose continuano a pedalare fino a quando lo spettacolo è pronto.

Il mio lavoro offre agli emarginati uno spazio creativo in cui ‘scoprire il bisogno di parlare e di dire l’indicibile’. Si tratta di aiutare le persone a condividere le loro esperienze che si liberano attraverso l’atto di recitare. Non confondo il teatro con gli insegnamenti perché è una forma d’arte ma qualcosa di speciale accade nel rito teatrale. C’è il battito del cuore del pubblico e quello degli attori in un unico spazio che è il teatro e questo scambio è una opportinità di creare empatia e comprensione. Creando un autentico teatro dinamico con la comunità sulle loro storie ha la capacità di toccare i cuori, di sfidare gli stereotipi di di ridurre gli stigma e l’ignoranza su molti temi di rilevanza sociale, forse dovrei chiamarlo del docu-teatro!

M: Pensi che l’insegnamento aiuti a sviluppare la tua capacità di gestire tali difficile emozioni?

CS: Rinpoche è il mio maestro, il mio eroe, e so che gli insegnamenti hanno migliorato la mia capacità di non avere paura di nulla e lasciare che tutti si manifesti. Autoliberazione, non negare le esperienze, permettere alle storie e ai sentimenti di manifestarsi senza giudizio e di coltivare l’intenzione di beneficiare gli altri applicato al mio lavoro creativo. Gli insegnamenti sono il mio punto di riferimento e mi aiutano ad essere presente. In temini semplici do il mio meglio con quello che ho.

Sono un facilitatore e l’arte teatrale è il veicolo il cui contenuto sono le persone. I metodi sono a disposizione delle persone, non il contrario. Non sono io il contenuto e lavoro con dove sono le persone perché, come potete capire, lavoro con persone molto vulnerabili e con temi molto difficili. Le persone vanno preparate, devo rispettare i loro limiti e riuscire a spostarli. Quando si costruisce un dramma lo scopo è quello di esprimere il pathos e di trovare un punto di liberazione e di trasformazioni. Molti partecipanti hanno esperienze traumatiche e quando si mettono in scena le loro storie possono vivere momenti di dolore ma allo stesso tempo è un momento di celebrazione e rafforza la loro resilienza. Alla fine il lavoro teatrale da rispetto e dignità alle persone ed è moltro trasformativo, specialmente quando gli spettatori applaudono di cuore e sono riconosciuti.

Le persone imparano a lavorare con il loro corpo, la loro voce e la loro mente e quando dico mente non intendo la natura della mente la loro mente narrativa. Lo spazio dell creatività è uno spazio sia visibile che invisibile e non so cosa accadrà, non ho una formula. Ogni volta che comincio non so nulla e questo è creatività perché se lo sapessi sarebbe una formula e non scopro nulla. Tornando agli insegnamenti posso dire che la creatività è un modo diverso per dire “lavorare con le circostanze”. Per esempio, lavoro con la comunità, sono sono pagati, magari nessuno si presenta, che fare allora? Arrivano in diverse condizioni emotive e fisiche. Si tratta di mantenere il lavoro vivace, in ogni momento, bisogna lavorare con le circostanze perché nulla è veramente rigido. Tutti dobbiamo essere flessibili, non si tratta dello spettacolo ma del processo, quello che finisce in scena è il risultato dell’intero processo, un processo che risponde ad ogni elemento delle circostanze. Per questo non esista alcuna formula.

M: Come intendi procedere?

CS: Sono 25 anni che faccio questo lavoro. Le arti sono sempre in una posizione vulnerabile nella nostra società ma riconosco di trovarmi in una relativa buona posizione perché riesco a vivere come artista e do voce alle persone perché possano essere ascoltate e riuscire ad influenzare l’educazione, la salute e settori governativi. Amo quello che faccio e scopro il mondo attraverso le persone.

M: La domanda che Rinpoche ti ha fatto tanti anni fa, ‘cosa puoi fare?’ e guada cosa hai fatto! Hai raggiunto molto.

CS: Non parlo mai direttamente degli insegnamenti nel mio lavoro e non uso nessuno dei suoi termini ma per esempio quando faccio un esempio per costruire la sicurezza nelle persone a volte uso un esercizio che chiamo specchio. Sei di fronte a qualcuno e vi specchiate a vicenda, segui i movimenti dell’altro e per farlo veramente bene devi essere attento e presente a molte cose, alle sensazioni, al ritmo della respirazione e non solo a imitare le azioni esteriori. Spesso chiedo alle persone quando lo fanno: “Quando siete nello specchio giudicate ma lo specchio giudica voi? e inevitabilmente rispondono “Siamo noi a giudicare noi stessi” e dico loro “Sì non è lo specchio a giudicare, lo specchio non giudica nulla, lo specchio p solo lo specchio, riflette, vede tutto, cercate di entrare nello specchio”.

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