La potenzialità individuale

La potenzialità individuale

Imparare lo Dzogchen significa scoprire il nostro Dzogchen

Namkhai Norbu Rinpoche parla dell’insegnamento Dzogchen e della sua finalità 21 settembre 1990, Merigar West

Un praticante interessato alla realizzazione non deve diventare passivo, ma essere attivo e consapevole. Buddha Sakyamuni aveva infinita saggezza e onniscienza, o realizzazione totale, e ha detto: “Io vi do la via, ma la realizzazione dipende da voi.” I praticanti che sono interessati devono seguire la via. In questo mondo non c’è stato un Maestro migliore di Buddha Sakyamuni, ma non poteva far realizzare altri individui. Questo significa che dobbiamo essere attivi e comprendere innanzitutto cos’è l’insegnamento e sapere come seguirlo. Nell’insegnamento Dzogchen la conoscenza è più importante della meditazione. La meditazione è solo un mezzo per raggiungere la realizzazione. Può avere diversi significati ma resta sempre e soltanto un mezzo. Dobbiamo capire bene cos’è realmente la meditazione e come funziona, altrimenti diventiamo passivi. Ci sono molti modi, proprio come esistono persone e condizioni molto diverse. Abbiamo la nostra condizione e la nostra capacità, e siamo tutti diversi.

Una volta che abbiamo compreso cos’è il Maestro, capiamo cos’è l’insegnamento. L’insegnamento è la conoscenza al di là di colore e forma; la conoscenza che le persone interessate devono scoprire. Il punto non è che andiamo da un Maestro e lui ci dice cosa fare. Siamo esseri umani e gli umani sanno ragionare e parlare. Quando riceviamo un insegnamento non è necessariamente qualcosa che dobbiamo seguire ciecamente.

Cos’è l’insegnamento Dzogchen?
Per prima cosa dice: “Apri gli occhi e guarda quello che c’è intorno a te; quali sono le condizioni concrete.” In questo modo possiamo capire l’insegnamento, il maestro e ogni cosa. Dobbiamo vedere se il senso dell’insegnamento corrisponde alla nostra condizione oppure no, se è utile per la nostra esistenza oppure no. Se qualcuno non lo esamina chiaramente e dice: “Ah, questo è l’insegnamento fantastico di questo o quel Maestro, che ha questo titolo e si chiama così”, significa che è passivo. Non dobbiamo essere passivi perché se siamo passivi non possiamo diventare realizzati. Se non ci realizziamo perdiamo un sacco di tempo, e non ne abbiamo molto. Non occorre necessariamente essere vecchi per morire. Ogni giorno ci sono incidenti d’aereo, di macchina, di navi e treni e le persone muoiono. Anche se non c’è una causa precisa, nessuno sa cosa può accadere. Viviamo in queste circostanze, per cui non abbiamo alcuna garanzia che vivremo un’altra settimana, un mese o un anno. Lo crediamo solo, dicendo: “Il prossimo anno faremo questo e quello”, e a volte ci spingiamo oltre e diciamo: “Faremo questa cosa e quell’altra tra due, o tre anni.” Questo è anche utile, perché se io non sarò vivo altre persone lo saranno, e le cose devono andare avanti. Ma nel profondo non abbiamo alcuna garanzia. Perciò il tempo è prezioso e non lo possiamo sprecare.

Prepararsi alla vita
Nei templi tibetani ci sono delle bandierine di seta, chiamate “bandierine della vittoria”, e ornamenti colorati su tutte le colonne. Tutti questi ornamenti si muovono continuamente un po’, finché un giorno si strappano e non hanno più una funzione. Allo stesso modo passiamo le nostre vite parlando, e alla fine si consumano. Questo è veramente un peccato, perché invece abbiamo molte possibilità. Forse abbiamo incontrato dei veri insegnamenti e veri maestri. Abbiamo tutte queste possibilità, ma ci limitiamo a collezionarle, a metterle in un sacco e a riempirlo. Poi, mentre ci stiamo preparando, arriva la fine della vita.

Esiste un detto di un prezioso maestro Sakyapa, che la vita si consuma solo preparandosi. Questo è vero anche per le cose spirituali. Se qualcuno è minimamente interessato all’insegnamento sembra che debba scrivere una tesi sull’insegnamento. Al massimo pensa: “Un giorno voglio fare questa pratica.” Lo ripete domani, e il giorno dopo continua a fare una collezione convinto che si stia preparando. In questo modo passa tutta la sua vita a prepararsi. Alla fine la prossima vita futura inizia prima che i preparativi siano terminati. E poi, quando muore, non ha ancora finito di prepararsi.

Dobbiamo capire questo molto bene, specialmente nell’insegnamento non dobbiamo solo prepararci ma anche applicare la nostra conoscenza. L’insegnamento Dzogchen ci chiede di osservare noi stessi, la nostra esistenza, le nostre limitazioni e le nostre condizioni. Questo è nel nostro interesse.

Se qualcuno scopre la propria esistenza, la propria condizione e i propri limiti, è meglio per lui. Viviamo in una grande confusione e abbiamo tanti problemi. Finalmente, in questo modo, possiamo scoprire da dove sorgono questi problemi. Per questo dobbiamo lavorare su noi stessi, non solo guardare agli altri, ragionare o credere in qualcuno. Perciò, durante il nostro ritiro, per prima cosa dobbiamo capire molto bene cos’è l’insegnamento.

Ho parlato di questo moltissime volte, e probabilmente molte persone che mi seguono pensano: “Sento sempre queste cose”, ma anche se l’hanno sentito, se non funziona vuol dire che lo devono sentire ancora un po’. Anche se non ci piace ascoltare, questo è esattamente ciò che dobbiamo fare.

Tutti hanno bisogno di lavorare un po’ su se stessi, altrimenti, anche se parliamo di tanti insegnamenti, non significa nulla. Molte persone si interessano quando leggono un titolo misterioso e molto elegante [di un insegnamento] e dicono: “Abbiamo un insegnamento fantastico!” ma dov’è la sua sostanza? La sostanza è che muta. Se qualcuno è così interessato ai titoli perché non si compra dei cataloghi? L’insegnamento non funziona in quel modo; deve essere integrato nell’individuo ed essere vivo. Quando l’insegnamento è vivo in questo modo, non è più necessario un titolo.

Cos’è l’integrazione
Il maestro dà un’introduzione diretta allo stato. Cosa significa “introduzione diretta”? Non significa leggere un libro o commentare un volume di Garab Dorje o il testo di un Tantra. Significa toccare qualcosa (che vi fa sentire) come se foste stati scottati. Questo va capito. Specialmente le persone che già conoscono e hanno seguito l’insegnamento, si possono sentire “vecchi praticanti”. Dovete veramente osservare un po’ cosa significa ‘vecchio’ in questo caso. Ognuno di voi deve osservare la propria pratica. Come vi sentite quando incontrate qualcuno che può risultarvi sgradevole, o che vi disturba? Avete veramente la capacità di integrare questa sensazione? Vi sentite allo stesso modo quando incontrate una persona a cui volete molto bene, come un amico, e quando incontrate qualcuno di sgradevole? Se attraverso la distrazione sorge l’odio o vi arrabbiate, ma grazie alla presenza siete immediatamente capaci di liberare questa sensazione, significa che siete dei praticanti e che la pratica è qualcosa che vive in voi stessi. Non è così difficile comprendere che la funzione dell’insegnamento è qualcosa di concreto.

Molte persone mi hanno spesso chiesto: “Come posso scoprire se sono realizzato?” Io ho risposto: “Non ti devi preoccupare. Se diventi realizzato, lo capirai molto bene.” Prima di ottenere la realizzazione devi sviluppare la chiarezza e capirai benissimo che stai arrivando lì ancor prima di diventare realizzato. Per esempio, se abbiamo la capacità di integrare un po’ o di trovarci nello stato della presenza, allora questo si manifesta anche nella nostra vita quotidiana come un aspetto del nostro corpo, voce e mente. Per prima cosa tutte le nostre tensioni e gli attaccamenti diminuiscono.

Ci sono molti praticanti che invece di ridurre o di integrare le loro tensioni non le scoprono nemmeno. Giorno dopo giorno accumulano tensione e alla fine sono pronti ad esplodere. È vero che molti praticano, fanno le pratiche, e poi finiscono dallo psicanalista, per non esplodere. Significa che non comprendono il manifestarsi delle tensioni e se non scoprono questo nella pratica significa che devono lavorare sodo, e capire bene l’insegnamento.

Molti “vecchi” praticanti dicono: “È così difficile, non riesco ad integrare.” Ovviamente è difficile integrare, se non lo facciamo mai. Integrare non è solo un’idea o la creazione di un’idea. Prima di tutto dobbiamo trovarci in un preciso stato di consapevolezza. A molte persone può mancare una base fin dall’inizio e, convinti di potere saltare molto in alto, pensano: “Ho capito tutto. Questa è la contemplazione.” E poi saltano e arrivano al thögal (thod rgal) e a pratiche come lo Yangthig (yang thig) e altri metodi elevati, senza possedere alcuna sostanza. Che c’è da sviluppare allora? Per far crescere dei fiori in un campo servono dei semi.

Prima dobbiamo seminare il campo, poi annaffiarlo, e così crescerà qualcosa. Se crediamo solo di aver piantato dei semi, anche se annaffiamo il campo tutti i giorni non cresce nulla. Oggigiorno ci sono molti fertilizzanti che fanno crescere delle piante enormi in due giorni. Alcune persone si procurano questi tipi di fertilizzanti e ne usano così tanto che non cresce nulla. Un metodo come la pratica del thögal è come un fertilizzante che serve a sviluppare la contemplazione, ad ottenere la realizzazione. Ma se non c’è alcuna conoscenza della contemplazione, cosa possiamo sviluppare?

Quindi, prima di tutto, dobbiamo comprendere la base e lavorarci molto bene. Non dobbiamo confondere un’idea con la vera conoscenza. L’ho spiegato molte volte, dando anche degli esempi, ma sembra che molti non siano in grado di comprendere bene. Non dico tutti, perché ci sono anche molte persone che certamente capiscono. Se tutti capissero, che cosa meravigliosa sarebbe. Non dovete neanche pensare che tutto sia sempre così facile. Milarepa, dopo aver ucciso molte persone, si sentì molto in colpa e pensò: “Oh, ora devo andare e fare purificazione per ottenere la realizzazione, è impossibile vivere così. Devo trovare un modo per realizzarmi.” Si narra che andò da un Maestro e che il primo che incontrò fu un Maestro Dzogchen.

Questo Maestro gli disse: “Se mediti la mattina ti realizzerai di mattina; se mediti il pomeriggio ti realizzerai nel pomeriggio.” Milarepa pensò: “Ah, anche se ho compiuto tante azioni malvage, la via è così semplice, quindi non c’è nulla di cui preoccuparsi.” Restò per due giorni con questo Maestro ma non concluse nulla. Finalmente anche il Maestro capì e gli disse: “È meglio che vai da un altro Maestro che ti dia qualcosa di più difficile.” E alla fine Milarepa incontrò Marpa, che lo torturava sempre. Allora si sentì meglio e finalmente fu in grado di purificarsi. Ma vedete quanti sacrifici ha fatto, per così tanti anni. Può darsi che Milarepa abbia compiuto molte azioni malvage ma non penso che Milarepa fosse uno stupido, e anche noi non dobbiamo pensare che sia così facile. Specialmente quando parliamo di un insegnamento come lo Dzogchen, grazie al quale è possibile raggiunge una certa conoscenza e svilupparla. Comunque non significa che otteniamo questa conoscenza senza fare nulla. Dobbiamo innanzitutto capire cosa il Maestro sta comunicando allo studente, ascoltarlo e comprendere bene, e poi portarlo nella nostra esistenza. In quel modo diventa reale.

Metodi e Dzogchen
La conoscenza dell’insegnamento Dzogchen deve diventare parte della nostra vita quotidiana. Cosa facciamo nella nostra vita di tutti i giorni? Respiriamo, ci muoviamo e pensiamo. Queste sono le tre azioni delle nostre tre esistenze che dobbiamo integrare nella pratica. La pratica non è solo sedersi e dire due o tre preghiere.

Quindi, cosa dobbiamo imparare quando usiamo un metodo? Per esempio se impariamo un metodo di pratica e in base a questo metodo dobbiamo sederci in un certo modo e pensare a una certa cosa, significa che stiamo lavorando con un’esperienza, stiamo cercando di avere un’esperienza. Qual è lo scopo di questa esperienza? Prima di tutto è scoprire la conoscenza, e poi, dopo aver ottenuto una certa conoscenza, realizzare questa conoscenza. I metodi non servono a nient’altro. Perciò i metodi non sono la cosa fondamentale, sono relativi.

Molte persone seguono l’insegnamento e pensano che sia come un metodo. Per questo le persone diventano schiave del metodo. “Un Maestro ha dato questo metodo, lo seguo, ne sono schiavo.” Diventa ridicolo, perché il metodo esiste per aiutarci a svilupparci o per ottenere un certo beneficio. Un metodo è come una forchetta per mangiare: se ne avete una è molto più facile mangiare. Se dobbiamo mangiare una bistecca, abbiamo bisogno di forchetta e coltello, così è molto più facile mangiarla. Ma non significa che sono il principio; questo è solo per facilitare. Perciò, tutti i metodi sono come forchette e coltelli, o come vestiti. Quando fa caldo indossiamo vestiti leggeri, quando fa freddo indossiamo qualcosa di più caldo, quando piove ci mettiamo un impermeabile.

Tutte le cose sono secondarie e possono cambiare a seconda delle circostanze, e lo stesso vale per i metodi. Esistono moltissimi metodi ma la cosa più importante è che il praticante capisca a cosa serve un metodo, e come debba essere usato. Un metodo ha sempre un suo principio, come un modo per lavorare con un’esperienza. Molti metodi non lo fanno capire chiaramente. Ma nell’Insegnamento Dzogchen possiamo capire il principio perché il principio è la conoscenza.

Perciò in questo modo un praticante non diventa schiavo del metodo, ma lo può usare. Noi abbiamo imparato tantissimi metodi, e abbiamo anche imparato come applicarli. Dobbiamo comprendere il loro valore.

Molti vengono da me per seguire l’Insegnamento Dzogchen. Prima di tutto mi chiedono: “Ho seguito altri insegnamenti e ho imparato altre tecniche, metodi e modi di fare le cose, ma quando seguo l’Insegnamento Dzogchen, posso usarli oppure no?” Questa tipo di persona ha l’idea, “Ora che seguo questo Maestro devo seguire solo i metodi Dzogchen.” Non esiste nessuna etichetta “metodo Dzogchen”. Tutto può essere un metodo Dzogchen. Dobbiamo capire cos’è lo Dzogchen: noi siamo Dzogchen. Noi non siamo dei metodi, siamo esseri. Abbiamo il nostro stato e infinita potenzialità e stiamo cercando di scoprire questa potenzialità. Cosa ci serve per scoprire questo?

Abbiamo molti modi, e questi sono i metodi. Non c’è problema rispetto a quale metodo usiamo, in ogni caso non dobbiamo dimenticare il principio. Se lo dimentichiamo, seguiamo solo questo e quel metodo, saltando di qua e di là e non concludiamo nulla.

Nell’Insegnamento Dzogchen innanzitutto dobbiamo capire che dobbiamo aprire gli occhi e scoprire il nostro stato. Tutto il resto è relativo e serve a scoprire e a realizzare questo. Non c’è bisogno di limitare nessuno. Questo è uno dei problemi più grandi per tutti gli esseri. La maggior parte delle persone, soprattutto intellettuali, in genere pensano: “Questo è così, quello è cosà, deve essere in quel modo.” In questo modo limitano ogni cosa. Significa che non vanno mai al di là di questi limiti e guardano sempre al di fuori, e mai a se stessi. Così si sviluppa una visione limitata e non scopriamo mai la nostra vera identità, la nostra potenzialità. Imparare lo Dzogchen significa scoprire il nostro Dzogchen, quello di ciascun individuo. Lo Dzogchen è proprio questo. È molto semplice ma anche molto difficile.

Se qualcuno sa come seguire un Maestro, comprendendo quello che comunica, allora forse non è così difficile trovare questo stato, questa conoscenza. Ma è molto difficile se qualcuno crede di avere acquisito la conoscenza o sente di sapere molto di questo o quello, bloccando sé stessi e allontanandosi sempre di più, invece di scoprirla. Questo significa che bisogna seguire l’Insegnamento Dzogchen molto bene, con grande attenzione, comprendendo di cosa stiamo parlando e dove vogliamo arrivare.

Collaborate!
Una cosa estremamente importante voglio dire a tutti quello che sono venuti a questo ritiro, ai nuovi, ai vecchi, ai semi-vecchi, a tutti: collaborate! Non dovete sempre pensare: “Voglio solo ascoltare il Maestro.” In genere le persone spesso non vogliono chiedere ad altri qualcosa sull’Insegnamento. Perché? Perché pensano: “Non è il Maestro. Io ascolto solo il Maestro.” Sapete da dove viene questa attitudine? Da quel famoso Ego. Pensiamo: “Sono intelligente, io sono quello che possiede la conoscenza,” È molto raro trovare qualcuno che dica: “Sono stupido, sono così limitato.” Questo non lo scopriamo. Nell’Insegnamento Dzogchen dobbiamo capire come osservare noi stessi. Perciò, anche se qualcuno non capisce un metodo può parlarne con qualcuno che lo capisce. Inoltre, le persone “vecchie” non devono pensare: “Ah, questa è una persona nuova; non posso parlarne perché è un segreto”. È un segreto quando non è il momento di parlare. Ma se qualcuno è venuto qui per seguire un ritiro, dobbiamo ragionare un po’. Cos’è venuto a fare? Non è venuto qui in vacanza ma per seguire l’Insegnamento, per capirlo e applicarlo. È chiaro allora che è interessato e vuole partecipare. Se è interessato e partecipa, perché le cose dovrebbero essere segrete?

Nell’Insegnamento ci sono alcuni tipi di metodi, come il thögal o pratiche dello Yantra Yoga, che devono essere comunicate solo a persone che hanno una base molto precisa e profonda dell’Insegnamento, perché una persona che non ha una base concreta e solo legge e fa quello che è scritto in un libro, invece di ricevere benefici da questi metodi, gioca solamente e blocca la propria possibilità di realizzarsi e svilupparsi. Per questi motivi a volte ci sono metodi che vengono tenuti segreti fino a quando non è il momento giusto.

Ma comunicare la conoscenza non è un segreto. Comunicare la conoscenza è il principio dell’Insegnamento. Se non può essere comunicata, perché dovrebbe essere insegnata? Qualcosa deve essere comunicato dal Maestro e anche tra gli studenti, e quindi la collaborazione è importantissima. Per esempio ci sono molti metodi, come la pratica dello Yantra Yoga o dei semdzin (sems ‘dzin), che sono metodi specifici per lavorare con l’esperienza, che non devono essere necessariamente dati dal Maestro. Se qualcuno possiede la conoscenza di questi metodi, quella persona può sempre collaborare con gli altri.

Maestro e studente
Dobbiamo avere un’idea precisa della nostra considerazione del rapporto tra il Maestro e studente. Non dobbiamo pensare che un Maestro sia sempre qualcuno di molto elevato, come un comandante, o pensare che qualunque cosa dica il Maestro debba essere così, chiudendo gli occhi e restando passivi. Il Maestro è una persona che collabora.

Ricordate che quando prendiamo Rifugio, nel buddismo Sutra diciamo Namo Buddha Bhya, Namo Dharma Bhya, Namo Sangha Bhya. Prendiamo rifugio nel Buddha, che è quello che ha dato la via, e rifugio nel Dharma perché è la via, e attraverso il Dharma possiamo ottenere la realizzazione. Poi c’è il terzo rifugio, il Sangha. Cos’è il Sangha in realtà? Generalmente Sangha significa coloro che stanno praticando la via, quelli che sono nella stessa barca per andare al di là dell’oceano del Samsara. Allora, se stiamo viaggiando sulla stessa barca, dobbiamo collaborare bene. Se le persone creano problemi a causa del loro egoismo e rovinano la barca, aprendo una falla, non arriveremo mai. Questo è il principio del Sangha. Significa tutti, e Sangha include anche il Maestro. Non significa che il Maestro rimane fuori.

Quindi cos’è un Maestro? È qualcuno che collabora e aiuta le persone, e i suoi seguaci dovrebbe capirlo. Nel profondo abbiamo tutti infinite potenzialità, che possiamo non comprendere, ma che forse un giorno capiremo e otterremo la realizzazione. Sia nel Tantrismo che nell’Insegnamento Dzogchen, se veramente comprendiamo bene, possiamo vedere tutti gli esseri come esseri realizzati. Questa è la vera condizione. Noi ci troviamo nella condizione relativa, perché non comprendiamo, perché siamo sempre distratti. Per esempio, quando apriamo gli occhi e vediamo un oggetto immediatamente pensiamo: “Ah, che bella cosa”, oppure: “Questo mi piace, quello non mi piace.” Facciamo così perché siamo distratti e questa è sempre una manifestazione della distrazione.

Quando i nostri sensi entrano in contatto con un oggetto e siamo distratti, accumuliamo infinito karma negativo. Quindi, anche se abbiamo un potenziale infinito rimaniamo nell’ignoranza della vera condizione. Se tutti noi comprendessimo veramente qual è la nostra vera condizione, non sarebbe necessario classificare le cose dicendo: “Questo è più importante di quello”. Tutto è importante.

A cura di Tuula Saarikoski
Ristampa dal numero 9 di The Mirror, giugno 1991
Revisione finale di Liz Granger
Foto di Hans Vogel, Chögyal Namkhai Norbu a Merigar, aprile 1992

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