La storia di Francesco – Come ho
incontrato Chögyal Namkhai Norbu

Francesco's Story

Francesco Carpisi

La mia storia è molto ordinaria. Questo trasporto potente ma vago verso il Buddhismo e l’oriente c’è sempre stato. Certo, non trovava molte occasioni di concretizzarsi: erano gli anni 70 e io vivevo nella periferia di Firenze, in una famiglia di medici atei, materialisti e libertari che tutto si sarebbero aspettato tranne che loro figlio sviluppasse una propensione per il misticismo.

Le saltuarie incursioni che l’immaginario buddhista faceva nella mia giovane mente attraverso strani spiragli lasciavano sempre una profondissima impressione.

Quegli inguardabili b-movie di ‘Kung Fu’ ambientati in improbabili monasteri buddhisti cinesi, gli addobbi della palestra rionale di karate, documentari, racconti di viaggio, i “capelloni” con abiti bizzarri reduci da lunghi viaggi in India.

Il manuale di storia del primo anno di liceo riportava, nel capitolo sull’India antica, l’immagine di uno yogi tibetano tratta dai manoscritti di Dunhuang. Me la trovai sotto gli occhi all’improvviso, mentre sfogliavo il libro annoiato durante una lezione: rimasi senza fiato. Fui attraversato da una scarica di eccitazione, poi sollievo e poi euforia vera e propria. Pensai: “Ma allora esistono persone normali!”. Oggi la cosa mi fa molto ridere ma è esattamente quello che mi dissi allora. Persone normali. Gli anni del liceo furono ovviamente anni di esplorazione, di letture, di viaggi, di tentativi di meditazione.

Conobbi presto Chögyal Namkhai Norbu sui libri e sulle riviste specializzate.
La levatura del personaggio mi intimoriva molto ed il suo insegnamento così ‘segreto’ ma anche aperto e accessibile mi sconcertava.
Divorai ‘Dream Yoga’ che divenne subito un oggetto di culto. Poi altri titoli e qualche ‘cassetta’ avuta in prestito da amici di amici. Il timore tuttavia non scemava, anzi più mi avvicinavo al Maestro e più aumentava.

Frequentavo altri centri di Dharma con discreta disinvoltura ma la gita a Merigar veniva sempre rimandata con una scusa o l’altra. E qui giungiamo all’unica parte forse un po’ originale e anche buffa del racconto.
I miei genitori non avevano certo visto di buon occhio questo mio ‘percorso’ e spesso mi avevano invitato preoccupati a lasciar perdere tutte quelle stranezze per dedicarmi seriamente allo studio. Coi suoi modi bonari e ironici, ma comunque pressanti, mio padre mi invitava a ‘tornare alla realtà’ ed a lasciar perdere il buddhismo che come tutte le religioni non era altro che un cumulo di fantasie consolatorie per intelletti deboli.

Un giorno, di punto in bianco, il babbo mi invitò a sedermi accanto a lui con un accenno di solennità.
Come se si trattasse della cosa più normale del mondo iniziò a raccontarmi con grande ossequio e sincera meraviglia di un Lama tibetano che era vissuto a Napoli e del quale gli avevano parlato la mattina al lavoro. Il racconto andò avanti per un po’ includendo elementi diciamo ‘metafisici’ che mai e poi mai mi sarei aspettato di sentir uscire da quella bocca. Ascoltai esterrefatto. Finita la storia il babbo annuì e io mi congedai perplesso.

Poi tutto tornò come prima. I battibecchi tornarono ad animare le cene ed il Buddhismo fu nuovamente relegato tra le idiozie con le quali si trastullano gli immaturi e i perdigiorno.
Dopo qualche mese ecco un altro episodio: il noto orientalista Fosco Maraini suo cliente gli aveva parlato di questo lama tibetano. Il babbo mi riportò il colloquio con grande scrupolo. Io ero sempre più disorientato… provavo a convincermi della necessità di fare almeno un salto a Merigar ma il timor sacro nei confronti della montagna di fuoco restava insuperabile. E poi c’è da dire che questa incomprensibile episodica ammirazione per Rinpoche da parte di mio padre era veramente incomprensibile e forse contribuiva al mio disorientamento.

Giungemmo al paradosso. Una sera mentre cenavamo a casa con un ospite, un amico medico, eccoti il babbo che reclama la mia attenzione mentre già pensavo di sgattaiolare via di casa per andare a far danno.
“Francesco…”
Uffa che vorranno adesso?
“sai lui è un discepolo di Norbu Rinpoche. Mi ha raccontato che è un grande maestro di meditazione tibetana, dovresti proprio andare a conoscerlo.”

Fermi tutti: questo amico dei miei genitori è un praticante di yoga tibetano, cena con noi, e mio padre sta caldeggiando questo sentiero? A quel punto anche un sasso avrebbe capito che ‘qualcosa’ si stava muovendo nell’aria.
Allora tra l’imbarazzato e l’entusiasta non seppi dire altro che: “ma si lo conosco, insegna lo Dzogchen vero?”

Così per darmi un tono da tibetologo, come dire che sapevo bene di cosa si trattava. L’ospite sorrise con affetto, segretamente divertito dalla mia sicumera.
Da quel giorno il bombardamento di coincidenze, incontri strani episodi si fece sempre più intenso. Capitava spesso che amici che mai avevano dato segni di inclinazione per la spiritualità iniziassero a tormentarmi di domande su questo ‘Lama Tibetano’. Qualcuno restava magnetizzato da una costola nella mia libreria, qualcuno da un ciondolo, qualcuno da una fotografia. Addirittura alcuni fratelli ai quali avevo solo prestato un libro o una rivista erano corsi a conoscere Rinpoche e quindi diventarono suoi studenti veri e propri prima di me. Questi stessi amici iniziarono poi anch’essi ad incoraggiarmi, tempestandomi di racconti sulle loro esperienze con Rinpoche e contagiandomi sempre di più.
Alla fine nel 1995, di ritorno da una infruttuoso quadrimestre di vagabondaggio mistico/barbonismo in Nepal, accettai il fatto che la verità è una cosa ‘seria’ e che forse il periodo delle fantasie romantiche intellettuali era finito: feci lo zaino e partii per il mio primo ritiro.
Quando, superato il balzo, la valle di Merigar mi si aprì davanti agli occhi feci fatica a trattenere le lacrime.
Incontrai quell’odore di Merigar’, quella ‘luce di Meriga’ che da allora sono il cardine della mia vita interiore e che in qualche modo, intimamente, per me sono il Maestro.
I primi ritiri furono di una intensità devastante.

I successivi anche.
Come tutte le persone molto cerebrali mi prendevo lunghe pause nella frequentazione della Comunità per elaborare intellettualmente le esperienze, per studiare, per metabolizzare. Cercavo di ricondurre tutto nei binari di un misticismo di tipo filosofico nella speranza vana di riuscire a gestire in solitaria, dentro la mia testa, questo processo che invece è una relazione. Una relazione con il Maestro, l’insegnamento e la Comunità.
Per una decina d’anni ho praticato in relativo isolamento, frequentando i ritiri ma senza troppo farmi notare.

È stato un fulmine al ciel sereno perché io non conoscevo Zopa Rinpoche né avevo mai praticato il sentiero gelugpa. Accettai un po’ a torto collo… ma debbo riconoscere che grazie a quegli anni di servizio ho finalmente iniziato a comprendere l’importanza del gioiello del Sangha. La vita nel Sangha è un bagno nell’acido della saggezza del Guru che corrode tutte le nostre scorie, tutte quelle incrostazioni che ci rendono goffi, antipatici, presuntuosi.
E così grazie a questa esperienza di intensa vita comunitaria diciamo ‘coatta’ sono riuscito a mollare gli ormeggi delle fantasie da ‘yogi solitario’ e da allora frequento la Comunità Dzogchen con più rilassatezza e apertura.

Francesco Carpini

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