Realizzazione del Mandala della Danza del Vajra a Zhenphenling

Alcune riflessioni

creating vajradance mandala zhenphenlingRealizzare il MANDALA DELLA DANZA è una pratica preziosa e impegnativa: si tratta di rendere materiale la visione del sogno del Maestro.
Non c’è nulla da inventare o creare, c’è già tutto, molto preciso: disegno, misure, proporzioni,  colori. Si tratta solo di mettersi al servizio e lavorare.

Dal Maestro viene anche l’insegnamento di come lavorare: basta averlo osservato e ricordare i suoi gesti. Qualunque cosa facesse, anche la più semplice e quotidiana, come aprire un pacco o ritirare i suoi fogli, i suoi gesti erano perfetti, essenziali, armoniosi, insomma bellissimi. In lui tutto sgorgava dalla pura presenza, senza sforzo. Quando lavoravo al Mandala avevo quell’insegnamento dentro di me; ma io lo sforzo l’ho fatto e anche parecchio: nei miei gesti praticavo il rigore, l’attenzione, la precisione, la concentrazione; ma tutto questo era ancora soggetto allo sforzo. È stata una pratica di concentrazione e presenza, che può regalare qualche attimo di pura presenza senza sforzo.

1. Il compasso

Un altro insegnamento che si applica quando si fa il Mandala è “ are del proprio meglio adeguandosi alle circostanze”. In questo caso le circostanze sono le materie concrete con cui si lavora: il supporto, i colori, l’umidità o meno del posto., ecc. Se visualizzi il mandala ad occhi chiusi, sei in una dimensione di pura luce. Ma se lo devi portare a terra e lo devi poter calpestare hai a che fare con la materia. E la materia è concreta, ha le sue caratteristiche e ti impone i suoi limiti.

2. Il nastro adesivo

Faccio solo un esempio di un problema che abbiamo affrontato: il problema della trasparenza.
Se stendi i colori pieni su un supporto bianco, i colori mantengono tutta la loro qualità. In questo caso valorizzi la forza di energia di ogni colore, ma li accetti in tutta la loro materialità.
Se vuoi avvicinarti di più alla luce, cerchi di lavorare invece con la trasparenza del colore e quindi con la diluizione.
Ma la trasparenza ha i suoi limiti.
Il giallo -beige del parquet condiziona e modifica i colori e li modifica tanto più, quanto più stendi il colore diluito, per lasciare vedere il legno: guadagni in trasparenza e perdi in qualità del colore. Inoltre il pavimento di legno è un materiale vivo, e col tempo sai che si trasformerà e tenderà a scurirsi. Il primo a rimetterci sarà il giallo, che perderà la sua luce.
Devi tenere conto di diversi fattori e cercare di trovare il punto di equilibrio tra colore, parquet e trasparenza.
Inoltre, dare i colori diluiti con una certa trasparenza è molto più complicato: mentre nelle tempere coprenti puoi correggere un errore, qui è come con l’acquarello, tutto si vede e non si può correggere. Ci vuole una mano più esperta e molta concentrazione. Questo condizione la collaborazione.

La capacità di collaborare infatti è un altro punto importante dell’insegnamento del Maestro ed ovviamente è messo alla prova anche nella costruzione del Mandala. Collaborazione non può essere un fatto estemporaneo e confuso, ma richiede da parte di chi decide di collaborare la consapevolezza di quali capacità ha da offrire alla buona riuscita del Mandala. È sempre il Mandala che comanda. e ogni momento del lavoro è ugualmente importante, dalla costruzione del compasso ai calcoli, dal disegno alla pittura, dalla cancellatura al mettere lo scotch: mettere lo scotch sulle linee di confine è importantissimo e non è semplice data la curvatura delle linee. Ma se uno sbaglia, lo scotch si toglie e si rimette, se uno sbaglia con la pittura trasparente, non è rimediabile. La collaborazione ha tenuto conto di tutte queste circostanze.

3. Dipingere

E poi si fanno i conti con l’attaccamento e la gratificazione dell’io. Man mano che lavori ti leghi sempre più a quel pavimento dove passi ore inginocchiata, all’odore di quei colori, all’emozione di quando togli lo scotch e non ci sono sbavature, e quando incominci a vedere il distendersi della visione su tutto il pavimento e balenare i primi raggi d’oro, sei davvero stanca e soddisfatta della fine. Ma quando tutto è davvero finito e chiudi la porta alle tue spalle, hai una piccola vertigine e ti chiedi cosa saranno adesso le tue giornate senza di lui. E questo è attaccamento. Come lo era nelle notti in cui ti svegliavi
pensando al Mandala. Ma il peggio ancora viene dopo, quando arrivano gli altri. Se non ti dicono niente, ci rimani male: il tuo ego ferito.
Se ti dicono “brava” ci rimani male lo stesso: senti il tuo ego che si rafforza e non ti va. E allora? l’unica è osservare tutto queste emozioni e questi pensieri e liberarli, lasciare andare tutto, assieme al Mandala.
Spero che questa sia l’ultima volta che parlo del Mandala e che me ne parlano. Adesso voglio solo danzarlo, insieme agli altri. Il più grande ringraziamento al Maestro che ci ha offerto la possibilità di questa esperienza.

Grazie anche a tutti quelli che hanno collaborato, in qualunque forma e momento, alla realizzazione del Mandala di Zhenphenling.

Daniela Monaci

Creare il Mandala

4. Gli strumenti da lavoro

I materiali: Un compasso, matite, gomme per cancellare, scotch di carta, scampoli di stoffa, spugnette, barattoli, scottex, pennelli, bacinelle di plastica, colori. Le ginocchiere o dei cuscini per le ginocchia.

I requisiti: Collaborazione, precisione, pazienza, ascolto, osservazione, dialettica, silenzio, occhi aperti. Ricordiamoci che siamo in uno spazio sacro, il dono del Maestro, e operiamo con attenzione, consapevolezza, amore, ascolto, collaborazione.

La preparazione: Il disegno, la prima dimensione. Il disegno è la base, la struttura, il dna del Mandala. Si comincia con il compasso, che abbiamo precedentemente costruito. Poniamo al centro del futuro mandala una base quadrata di metallo pesante perché non si muova, con un perno centrale in cui viene inserito il raggio del compasso, la cui lunghezza dipende dalle misure del mandala scelto.. Il nostro era 4 metri. Il raggio è una asta di profilato di metallo, su cui, in corrispondenza di ogni cerchio da tracciare, abbiamo praticato un foro in cui inserire le matite. Facciamo scorrere con attenzione l’asta in tondo fino a che tutti i cerchi siano tracciati.
Ora è il momento di disegnare il centro del mandala con i triangoli interni, da cui partiranno i raggi. È il momento più delicato: i calcoli devono essere molto precisi, perché una differenza di pochi millimetri al centro, diventerà una differenza di vari centimetri sul bordo esterno, data l’ampiezza della circonferenza. La parola approssimazione è bandita.

5. Al lavoro

Lo scotch. Un lavoro marginale? No. Stiamo entrando nella seconda dimensione del mandala. Se si sbaglia nel circoscrivere il disegno, il colore sborderà contaminando il lavoro successivo.Non vogliamo che questo accada. Il vantaggio è che in questa fase un errore può essere corretto. Il bordo esterno si può; fare tirando lo scotch e facendolo aderire in una sola mano, schiacciando bene, sempre, lungo tutto il perimetro. Più si entra nel cerchio più la circonferenza diminuisce più il lavoro si complica. Bisogna procedere a piccoli passi ovvero con piccoli pezzi facendo attenzione che tra un pezzo di scotch e l’altro non ci siano sovrapposizioni che fuori linea daranno tortuosità ai confini. La cosa più importante: comprare un buono scotch e schiacciarlo bene, non fare pezzi troppo piccoli.
È un lavoro che si può fare in gruppo ed è un bel lavoro da condividere. Opereremo a più riperse perché non dipingeremo il Mandala in una volta, ma in fasi diverse, entrando e uscendo dai cerchi e dai triangoli, lungo i raggi fino al centro. Vanno considerati i tempi in cui i colori asciugheranno bene, quindi le circostanze e i fattori esterni di tempo, stagione umidità, per poter mettere lo scotch sulle parti già dipinte e intervenire su quelle confinanti.
Appena abbiamo circoscritto le zone dove entreremo in azione con la pittura ricordiamoci di segnalare con un po’ di scotch i colori previsti negli spazi, un promemoria visivo molto utile perché la distrazione è sempre in agguato.

La terza dimensione. Cancellare i segni di matita. Siamo alla viglia della quarta dimensione quindi occhi sempre più aperti e ginocchia in terra, siamo nel dettaglio della messa a fuoco e del lavoro più noioso, ma solo all’apparenza. Cancellare con la gomma le tracce di matita che segnano i confini è un lavoro non solo manuale. Una bella occasione per praticare una purificazione attenta. Cancelliamo e purifichiamo il karma presente e futuro. La quarta dimensione La luce e i colori.

La quarta dimensione. La luce e i colori. Si entra nella fase più complicata, quella della presenza necessaria, ora nulla si può rimandare o correggere perché è tutto perfetto, ma siccome noi non lo siamo e dobbiamo operare con le circostanze esterne, le nostre capacità, tutti i sensi, il nostro ego e le nostre paure, i materiali, il supporto che cambia di volta in volta, c'è molta tensione, molte aspettative su noi stessi e da parte degli altri.

6. Removing the tape

La scelta dei colori: La scelta più complicata. Più di un mese di ricerca, interna ed esterna in cui attraverso prove ostacoli e tenacia si è arrivati a definire quella che ci è sembrata la soluzione più compatibile con la nostra sede, dove come supporto avevamo un parquet, con un suo colore tendente al paglia e volevamo lavorare con una certa trasparenza. Abbiamo scelto colori ad acqua, ma con delle resine naturali, non tossiche. Dovevamo poi capirne l’aderenza, la trasparenza, la diluizione per una resa finale difficile da prevedere. La stesura di un colore su una prova piccola, ha un effetto molto diverso quando la superficie dipinta è invece molto grande. Si parte sempre con un certo rischio e tutto si va poi definendo nel lavoro, attraverso continui aggiustamenti. Per quanti piani si possano fare prima, ora è tutto nel movimento, nella stesura, nel gesto, nella calma, nel respiro, nell’attenzione.
Prevedere i nostri potenziali errori di distrazione è fondamentale, quindi armarsi di una bacinella dove metteremo tutti nostri arnesi di lavoro: spugnette, colori e pennelli, panni antistatici per togliere la polvere che si deposita costantemente sulla superficie. Sotto la bacinella e intorno ad ampio raggio cartone per proteggere il pavimento.

Attenzione, non stiamo lavorando con delle vernici coprenti, ma con le trasparenze. Coordinarsi con gli altri sulle diluizioni e non: se la mano scappa e va di peso si va fuori fuoco e tutto verrà condizionato, alzato di tono, coperto, si sentirà un suono ottuso. Quindi, molta pazienza, molto ascolto.
Riflettere, guardare e guardarsi sempre alle spalle, un piede in un colore appeno steso è un pericolo anche per il più collaudato e attento pittore! Prevenire preparando bene nel proprio raggio di azione ci consentirà di essere attenti ma anche rilassati, senza spendere energie inutilmente a correggere sbagli, a volte molto pericolosi, come la colatura di un colore sul pavimento.

Passare sempre l’aspirapolvere alla viglia della stesura del colore è consigliabile, anzi necessario, altrimenti piccoli grumi di sostanze diverse, sopratutto la gomma che abbiamo appena usato comprometteranno la fluidità della stesura.
Lavorare tutti i giorni, quindi assicurarsi della disponibilità dei collaboratori, perché non è un lavoro che si può fare nei ritagli di tempo. Tante mani diverse sono sconsigliate, è già difficile prendere la mano, capire come dare il colore, rimanere coerenti nelle stesure. Guardare il lavoro dell’altro e consigliarsi per capire se si è nella stessa fluidità, il mandala deve essere bilanciato, nella resa finale.

Conclusione
Qui si entra nella fase dell’attaccamento.
Abbiamo finito di dipingere. Togliamo lo scotch e che godimento! È tutto perfetto! e anche aiuto! abbiamo sbardato da qualche parte. Non ci abbattiamo possiamo correggere, senza diventare ossessivi. Difficile ma possibile.
Bisogna staccarsi dal mandala e riavvicinarsi, correggere le piccole sbordature o lacune che fanno apparire confuse delle zone, questione di centimetri o millimetri, ma rimanendo nella visione totale, altrimenti l’ego che non si vuole staccare dal mandala adotta le strategie più subdole per inchiodarti fin nell’invisibile.
Consultarsi con il compagno di viaggio per riguardare dove si è operato, scambiarsi visioni, sempre, una volta lucidato il pavimento nulla si può più correggere. La perfezione è impossibile ma il lavoro va fatto con totale dedizione.
Abbiamo finito. A seconda del tipo di parquet, ci saranno interventi di finitura e lucidatura, e non sappiamo come cambierà la visione, ma è tempo di congedarci per consegnare la dimensione agli altri, che danzando entreranno nel sogno del Maestro e nella luce del mandala. Un immenso grazie per aver potuto partecipare a questa meravigliosa pratica.

Flaminia Lizzani

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