Rifugio, Bodhichitta e Integrazione

Dzamling Gar, Tenerife, 30 dicembre 2017 

Nella tradizione buddista quando si comincia una qualsiasi pratica in principio ci sono il Rifugio e il Bodhichitta. Nel Mahayana ci sono tre cose sacre che non devono mai mancare. Quando facciamo qualsiasi tipo di pratica, cantiamo mantra, o facciamo visualizzazioni, all’inizio bisogna avere conoscenza del Rifugio e del Bodhichitta.

Noi sappiamo che, come ha detto il Buddha, tutto è irreale, e poichè potremmo non avere la capacità di potenziare ogni cosa con lo stato della contemplazione, possiamo almeno considerare tutto come irreale e governarlo con la potenzialità dello shunyata. Anche se abbiamo fatto qualcosa di importante, non dobbiamo considerarlo come qualcosa di concreto; piuttosto é come un sogno. In senso relativo esiste, ma nel vero senso è irreale. Questa è la seconda cosa importante.

Infine, dobbiamo dedicare [la nostra pratica] a tutti gli esseri senzienti. Se non facciamo questa dedica, anche se abbiamo accumulato meriti, li distruggeremmo e non sarebbero di alcun vantaggio. Nel Bodhisattvacharyavatara si dice:

Qualunque buona azione
Come venerare i Buddha o (atti di) generosità
accumulati in più di mille eoni,
Saranno distrutti in un momento di rabbia.

Possiamo aver accumulato molte buone azioni da offrire agli esseri illuminati, ma se non dedichiamo tutte le nostre buone azioni agli esseri senzienti, quando proviamo una rabbia molto forte possiamo distruggere tutto. Per questo motivo fare la dedica e potenziarla con il mantra è molto importante. Non è solo una buona azione perché stiamo ancora accumulando meriti, ma diventa qualcosa di veramente concreto, e in particolare noi stessi e gli esseri senzienti che hanno un rapporto forte [con noi] possono ricevere tali benefici. Queste sono le tre cose principali che non dovrebbero mai mancare in qualsiasi tipo di pratica.

Prendere rifugio
Rifugio e Bodhichitta tuttavia, non significano solo ricevere un voto e imparare a cantare qualche parola. Molte persone si concentrano su queste cose. Ad esempio diverse scuole della tradizione tibetana considerano il loro Rifugio più elegante, più bello di quello delle altre.
C’è una forma molto breve della pratica del Rifugio con pochissime parole:

Lama la kyabsu chio [Mi rifugio nel Lama] Sangye la kyabsu chio [Mi rifugio nel Buddha] Chö la kyabsu chio [Mi rifugio nel Dharma] Gendun la kyabsu chio. [Mi rifugio nel Sangha]

Questo è il principio Vajrayana dei Tre Gioielli e il Guru, e la maggior parte delle persone lo recita così. Tuttavia nel Rifugio di Thangtong Gyalpo ci si rifugia prima nel Guru:

མ་ནམ་མཁའ་དང་མཉམ་པའི་སེམས་ཅན་ཐམས་ཅད་བླ་མ་སངས་རྒྱས་རིན་པོ་ཆེ་ལ་སྐྱབས་སུ་མཆིའོ། 

Io e tutti gli esseri senzienti infiniti come il cielo ci rifugiamo nel Lama che è Buddha.
Poi ci si rifugia nei Tre Gioielli:

སངས་རྒྱས་ཆོས་དང་དགེ་འདུན་རྣམས་ལ་སྐྱབས་སུ་མཆིའོ། 

Prendo rifugio nel Buddha, nel Dharma e nel Sangha.

བླ་མ་ཡི་དམ་མཁའ་འགྲོའི་ཚོགས་ལ་སྐྱབས་སུ་མཆིའོ། 

Nello stile Vajrayana ci si rifugia in Guru, Deva, Dakini, il principio delle tre radici.
Alla fine si recita:

རང་སེམས་སྟོང་གསལ་ཆོས་ཀྱི་སྐུ་ལ་སྐྱབས་སུ་མཆིའོ། 

Prendo rifugio nel Dharmakaya, la vacuità e la chiarezza della propria mente.

Questo è un modo più elevato di prendere Rifugio.

Alcune tradizioni usano questi tipi di Rifugio e considerano la forma che loro usano essere la più elegante. Ma il principio del Rifugio non è cantare o intonare dei versi. Cantare e intonare parole è per aiutare a ricordare e farci capire il vero senso del Rifugio.

Ad alcune persone piace seguire l’insegnamento buddhista, ma non vogliono essere buddhisti. Per loro essere buddhisti significa dover fare un voto come prendere Rifugio. Altre persone prendono Rifugio per sentire che ora sono buddhisti. Tradizionalmente il Rifugio è come una specie di passaporto e avendo preso Rifugio le persone sentono di essere diventate buddhiste. Ma questo non è veramente il Rifugio, è piuttosto come un riflesso di esso. Rifugio significa che sappiamo che il samsara è sofferenza, prima per noi stessi, poi per i nostri genitori e tutti gli esseri senzienti. Dobbiamo essere liberi dalla sofferenza del samsara e per fare questo il nostro obiettivo finale è essere nella nostra vera natura. Questo è più il modo Dzogchen.

Nella tradizione Vajrayana ci sono la fase della creazione e la fase del completamento per arrivare allo stato non duale della Mahamudra che è la nostra vera natura. A tal fine seguiamo un insegnamento e un maestro perché non abbiamo quella conoscenza. Seguiamo il maestro che ci dà l’insegnamento e ci dice che tipo di pratica fare. Questo è veramente il Rifugio e significa che stiamo seguendo una via. Se stiamo seguendo l’Insegnamento Dzogchen, questo è il Rifugio. Perché seguiamo l’insegnamento Dzogchen? Non per fare soldi, o per diventare famosi, ma per avere realizzazione.

Come possiamo avere questa realizzazione? Possiamo scoprirla solo entrando nella nostra vera natura. Applichiamo e seguiamo ciò che insegna il maestro, e se abbiamo quell’intenzione quello è il Rifugio, il vero Rifugio. Quando facciamo qualsiasi tipo di pratica, dobbiamo tenere presente l’intenzione per cui stiamo seguendo una via. Ricordando che l'[intenzione] è il vero Rifugio. Anche se non usiamo parole di alcun genere, quando abbiamo questa presenza abbiamo un Rifugio perfetto. Potremmo aver ricevuto i voti, potremmo sapere come cantare i versi del Rifugio, ma è 1000 volte meglio se abbiamo la presenza che stiamo davvero seguendo una via. Questo è il motivo per cui ieri vi ho fatto l’esempio dei miei studenti che non hanno ricevuto l’iniziazione perché hanno detto di non aver ricevuto il voto del rifugio. Non glielo avevo spiegato perché pensavo che avessero capito un po’ il vero senso.

Coltivare il Bodhichitta
In secondo luogo abbiamo il coltivare il Bodhichitta, che significa cambiare un pò il proprio modo di pensare. Quando facciamo una pratica come l’Ati Guruyoga, consideriamo che sia la via Dzogchen e prendiamo Rifugio [in essa]. Come corrisponde il Bodhichitta a questo? Quando lo spieghiamo in un modo più intellettuale, parliamo di coltivare il Bodhicitta dell’intenzione e il Bodhichitta dell’applicazione. Intenzione significa che non rimaniamo egoisti perché tutti abbiamo un ego molto forte. Se volessimo ottenere la realizzazione solo per il nostro beneficio, non sarebbe coltivare il Bodhichitta.

Sappiamo quanto sia importante comprendere che la nostra vera natura è lo stato dello Dzogchen, ma quanti esseri senzienti lo ignorano e soffrono giorno e notte, vita dopo vita. Volerlo capire noi stessi e aiutare gli altri a comprenderlo, queste sono buone intenzioni. Ovviamente non dobbiamo essere egoisti, ma prima di tutto dobbiamo realizzarci noi stessi perché, se non lo facessimo, non potremmo creare il beneficio per gli altri. Ad esempio, se una persona cade per strada e non riesce a rialzarsi, abbiamo un pò di compassione e andiamo lì per aiutarla. Questa è una buona azione e a livello relativo dovremmo sempre fare del nostro meglio per essere presenti nelle circostanze. Tuttavia non aiuterà se la persona ha una malattia e in quel caso, invece di aiutarla solo chiamando un medico o portandola in ospedale, potrebbe esserci la possibilità di curare la malattia di quella persona. Questo è applicare la buona intenzione.

Partendo da noi stessi facciamo il beneficio per gli altri. Ma non basta solo avere una buona idea. L’;intenzione sono le nostre idee, possiamo avere diversi tipi di idee, sia buone che cattive, e applicarle in pratica è importante. In questo momento non possiamo applicare la realizzazione totale, ma possiamo fare qualcosa relativa alle circostanze. A tale scopo, ora facciamo l’Ati Guruyoga. Questa è un’applicazione. Facciamo la visualizzazione e entriamo in quello stato. Quindi, possiamo capire e anche ricordare che qualsiasi pratica facciamo è connessa alla nostra buona intenzione e anche alla sua applicazione. Per questo motivo in qualsiasi tipo di pratica nel Vajrayana, e anche nei tantra inferiori, Rifugio e Bodhicitta non mancano.

Anche nell’insegnamento Dzogchen, in generale, è essenziale coltivare il Bodhichitta. Ad esempio, ci sono le parole dell’ Anuyoga tantra che dicono che anche se sappiamo che la natura di tutti gli esseri senzienti è proprio come lo stato perfetto del Buddha, gli esseri senzienti non hanno questa conoscenza, la ignorano e trasmigrano continuamente nel samsara. Ora stiamo coltivando il Bodhichitta per essere di beneficio agli altri, per farglielo comprendere e risvegliarli. Questo è coltivare il Bodhichitta, nello Dzogchen.

Mentre in termini più generali stiamo conoscendo il thun-mong, imparando l’Ati Guruyoga possiamo avere un’idea di cosa significhi la natura della mente o la nostra vera natura. Anche se potremmo non scoprirlo, sappiamo in quale direzione dobbiamo andare. Cosa dobbiamo fare per applicarlo? Coltiviamo il Bodhichitta e lo sviluppiamo sempre di più, giorno dopo giorno, e poiché siamo praticanti Dzogchen, la compassione si sviluppa automaticamente.

Una volta sono andato in Inghilterra e ho fatto un ritiro per molti giorni spiegando lo Dzogchen. Uno degli studenti un giorno mi ha chiesto: “Molti lama, e maestri spiegano sempre quanto sia importante il bodhichitta, quanto abbiamo bisogno di sviluppare la compassione, ma tu non ne parli mai, quindi come consideri questo nell’Insegnamento Dzogchen?” Ho risposto dicendo che quando ne parlo ciò che le persone comprendono e ciò che coltivano è un bodhichitta artificiale. Non voglio che le persone creino un bodhichitta artificiale ma che scoprano cosa significa realmente bodhichitta, che conoscano e comprendano la propria vera natura. Cosi che possano capire la sofferenza di tutti gli esseri senzienti e perché soffrono nel samsara.
La cosa più importante è coltivare il bodhichitta in questo modo, così che quando si ha conoscenza dello Dzogchen (e della propria vera natura), anche se non parlo mai di bodhichitta, il proprio bodhichitta si manifesta e si sviluppa, ma non quel bodhichitta artificiale. È così che l’ho spiegato a quella persona.

Ugualmente è indispensabile comprendere cosa significa bodhichitta a livello relativo. Nel Mahayana si dice:

Se l’intenzione è buona
anche i livelli e le vie saranno buone.
Se l’intenzione è cattiva
anche i livelli e le fasi saranno pessime.

Se coltiviamo e applichiamo buoni pensieri, tutto si manifesterà in termini positivi, mentre se le nostre intenzioni sono negative anche i risultati lo saranno. Dunque nel Mahayana è essenziale coltivare il bodhichitta e le buone intenzioni, il che significa che cerchiamo di fare il beneficio degli altri, non solo il nostro. Alcuni come i praticanti cristiani si dedicano molto al beneficio degli altri, il che è bene. A livello relativo abbiamo tante possibilità di farlo in modo positivo, tuttavia questo è legato alla propria conoscenza e comprensione, quindi è importante che lo applichiamo in questo modo.

Integrazione
In concreto thun-mong indica ciò che possiamo fare per avere più comprensione ed entrare direttamente nel senso dell’insegnamento. Cosa che dovremmo davvero sviluppare. È il motivo per cui molti buoni praticanti di Dzogchen, insegnanti e studenti, si sviluppano sempre di più e giorno dopo giorno integrano la loro esistenza sulla via. Chi lo ignora, segue solo le regole e non comprende l’importanza dell’essere presenti.

Possiamo anche imparare ad essere presenti con il movimento. Se ad esempio, andiamo più in profondità nella danza del Vajra, integriamo con il movimento. Quando impariamo la Danza del Vajra non siamo nello stato della contemplazione perché stiamo lavorando con la mente, pensando a dove dobbiamo mettere i piedi e che tipo di gesti dobbiamo fare. Questa è la condizione relativa. Ma quando diventiamo più familiari con la Danza, semplicemente restando presenti, in quel momento, tutti i nostri movimenti sono integrati nello stato della contemplazione, nel movimento.

Quando andiamo all’essenza della pratica Dzogchen, significa che riusciamo con successo a integrare la condizione relativa nella contemplazione. Questo non è affatto facile vivendo nella visione dualistica in cui il bene è bene e il male è male. Allo stesso modo non possiamo, nello stesso tempo, avere sia la contemplazione che la visione dualistica. Non è possibile essere semplicemente nello stato di contemplazione. L’integrazione non avviene in modo intellettuale, giudicando, pensando e facendo analisi. Quindi, vedete, è molto difficile a livello relativo. Ma se impariamo il metodo dell’insegnamento, allora è sempre possibile, In particolare quando stiamo imparando l’Insegnamento Dzogchen. Quindi, fare la pratica Dzogchen significa integrare totalmente.

Non è facile integrare il livello materiale e le cose visibili ad esso connesse. È molto più facile, nello stato di contemplazione integrare pensieri e concetti legati alla mente. A livello materiale vediamo un oggetto davanti a noi come qualcosa di concreto. Riteniamo che sebbene sembri concreto, la sua vera natura sia il vuoto. Ma non diventa mai vuoto. Rimane qualcosa di concreto perché guardiamo con gli occhi del livello materiale. A livello materiale possiamo vedere solo il livello materiale e per questo motivo non è facile integrare. Tuttavia, quando siamo praticanti sappiamo che esiste un modo più semplice in cui possiamo integrare, quindi lo impariamo e lo sviluppiamo. Diventiamo più presenti e questa presenza è nella nostra mente. Non è cosa relativa ai sensi e al loro contatto con gli oggetti. Quando applichiamo questa presenza, allora c’è la possibilità di integrare.

Per dirla semplicemente, possiamo affermare che essere presenti alla maniera Dzogchen significa imparare a essere nello stato di integrazione. Anche se possiamo non essere completamente nello stato di contemplazione, [essere presenti] è molto vicino a quello ed è come una facile introduzione allo stato di contemplazione. Questo è uno dei motivi per cui essere presenti è una pratica così essenziale. Dopo l’essere nello stato di contemplazione, la cosa più importante è essere presenti, quindi dovremmo concentrarci di più su questo. Non sto dicendo che non dovreste fare altre pratiche come la visualizzazione delle divinità, la recita dei mantra e così via. A livello relativo ci sono anche molti problemi per i quali dobbiamo fare questo tipo di pratiche, ma tutte queste pratiche vengono dopo l'essere presenti, quindi cercate di ricordarlo.

Ora stiamo facendo un ritiro: io spiego, voi imparate e stiamo anche facendo un po’ di pratica come l’Ati Guruyoga. Cercate di essere presenti durante questo tempo. È tutto molto bello, ma quando finiamo il ritiro e ce ne andiamo tutto diventa solo come la storia del ritiro. “Qualche giorno fa sono andato a Dzamling Gar, abbiamo fatto un bel ritiro. Quando facevo la pratica a Dzamling Gar durante il ritiro ho scoperto di sentirmi molto meglio. Adesso sono tornato a casa e non riesco a praticare.” Molte persone dicono: “Cosa dovrei fare, non riesco a praticare!” Se sapete come integrare un po’ non c’è molta differenza tra essere a Dzamling Gar o essere a casa vostra. Ecco perché prima di partire dovreste verificare se avete imparato o no come fare Ati Guruyoga. Se avete imparato o no come rilassarvi con Ati Guruyoga. Alcune persone dicono che non possono rilassarsi perché hanno molti problemi e pensieri che non li fanno rilassare. Naturalmente se inseguite i pensieri questi non sono mai d’accordo con voi. Ma quando vi potete rilassare con i pensieri, allora questa è auto-liberazione. Quindi cercate di fare del vostro meglio per imparare le cose che abbiamo fatto.

Estratto dal Ritiro Atiyoga, Dzamling Gar, dicembre 2017-gennaio 2018.
Il giorno 3, 30 dicembre, continua dal numero 148 di The Mirror.
Trascrizione di Anna Rose
Editing di Liz Granger con l’assistenza di Elio Guarisco
Foto per gentile concessione di Kunsangar South
Editing italiano di Enrica Rispoli

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