Santi uomini pazzi – Una recensione di due libri

The Holy Madmen of Tibet,
di David M. DiValerio, Oxford University Press 2015, 368 pagine, ISBN: 9780199391219

The Guru Drinks Bourbon?
di Dzongsar Jamyang Khyentse, edito da Amira Ben-Yehuda, Shambhala Publications 2016, 272 pagine, ISBN: 9781611803747

 

Drukpa Kunley è forteente incastonato nell’immaginario popolare come il poiù famoso e oltraggioso di tutti i santi-yogin anarchici del Tibet. È una figura scandalosamente priapica e una figura scatologica, che faceva all’amore con le donne in pubblico, che rubava le mogli agli altri uomini, che interrompeva le grandi assemblee nei monasteri e che urinava sui preziosi dipinti religiosi. È ampiamente annunciato come l’archetipo dei così detti “saggi pazzi”, uno stato di realizzazione che trascende tutta la civiltà e le norme sociali. È quindi sorprendente vederlo descritto, nel libro di David DiValerio The Holy Madmen of Tibet (I santi pazzi del Tibet), come “sobrio, pensieroso e, in un certo senso, conservativo”. Non sono molte le riformulazioni erudite più drammatiche di questa.

DiValerio afferma che i buddisti tibetani sono così intrappolati nell’ideale della mahasiddha, il cui comportamento è inteso come una spontanea esaurimento dello stato illuminato, che sono troppo rapidi per identificare tratti eccentrici o antinomici come manifestazioni di questo tipo di attività ispirata. Il suo affascinante libro è, in larga parte, un’attenta evidenziazione delle diverse sfumature della parola tibetana “pazzia” (smyon) –  che può essere usata, per esempio, a supporto di una visione filosofica nonortodossa del “vuoto”. Presenta una lettura ravvicinata delle biografie di tre influenti “santi pazzi” del 15° e 16° secolo: il Pazzo di U, il Pazzo di Tsang e lo stesso Drukpa Kunley, conosciuto anche come il Pazzo del Bhutan.

Il contemporaneo lama e celebrato regista Dzongsar Jamyang Khyentse Rinpoche sostiene una simile analisi accurata nel libro Guru Drinks Bourbon ? (Il Guru beve Bourbon?), una guida su come avvicinare un maestro Vajrayana. “L’ ‘esperienza della grande spontaneità’ è uno dei grandi termini Dzogchen” scrive, “ma in questi tempi molti lama, specialmente quelli giovani, sono così intossicati da termini come ‘spontaneità’ e ‘non artificiale’ che tutta la questione si è ridotta a uno scherzo. Nessuno di noi sa cosa sia veramente la spontaneità”. E ci mette in guardia da qui guru che si comportano come se fossero al di là delle questioni mondane – anche nel caso abbiano raggiunto un certo grado di potere sovranaturale. “Non gli interessa essere di beneficio agli esseri senzienti”, avvisa, “Non si preoccupano che queste attività possona finire per disilludere o fare del male a qualcuno”.

Il Pazzo di U e quello di Tsang mangiavano entrambi cervelli umani. Si vestivano con gli abiti delle divinità irate, ricoprendo il loro corpo di cenere, sangue e grasso, indossando intestini come collane. Pur correndo il rischio reale di essere picchiati o uccisi uscivano in pubblico comportandosi provocatoriamente, e spesso tiravano biglie contro persone importanti. DiValerio sostiene che questo tipo di comportamento era specificamente richiesto nei manuali tantrici sotto la rubrica della “pratica di osservanza” (brtul zhugs spyod pa): è parte della pratica dei yogini che hanno “raggiunto il caldo”, spesso associato alla “pratica del recidere” (chod). In altre parole, non era un comportamento spontaneo ma deliberato e in coscienza.

Nel frattempo Drukpa Kunley sembra si sia guadagnato il soprannome di “pazzo” solo per aver abbandonato i celibato monastico e per avere poi una compagna e questo gli attirò critiche scabrose. DiValerio fa una distinzione tra un testo conosciuto come “storie scabrose” o “biografia segreta” e quattro altri volumi dei suoi “scritti vari”. Il promo è quello che influenza maggiormente la biografia moderna scritta nel 1966 da una studioso butanese e poi tradotto in inglese da Keith Dowman nel 1982, il popolare testo The Divine Madman: The Sublime Life and Songs of Drukpa Kunley (Il divino Pazzo: la vita sublime e canti di Drukpa Kunley). Il quattro volumi di “testi vari”, secondo DiValerio, svelano una personalità totalmente diversa: “estremamente astuto e relativamente convenzionale”.

Curiosamente questo rivisitazione di Drukpa Kunley ricorda inconsapevolmente Dzongsar Khyentse Rinpoche stesso. Entrambi erano nati in una specie di contesto regale del dharma. Entrambi condividono lo stesso modo un po’ ambiguo di vestirsi: Kunley si descrive come una “governante monastica” (ser khyim pa), mentre Khyentse indossa vestiti marrone e la testa era pelata pur non essendo un monaco. Gli alterchi di Kunley con i monaci eruditi prefigurano gli scontri di Khyentse con gli accademici di Oxford. Entrambi sono vagabondi dallo spirito libero – Kunley della regione dell’Himalaya e Khyentse del moderno e villaggio del dharma globale fatto di aeroporti e internet – affrondando l’ipocrisia ovunque la trovassero e dilettandoci con le loro visioni spiritose e provocanti degli affari tibetani buddisti.

Condividevano obiettivi simili: la rapacità dei lama tibetani del 15° secolo, per esempio, si ritrova nella storia di un lama contemporaneo che manda suo fratello per fare l’inventario dei beni dei centri occidentali. Entrambi si rallegrano con ironia e autocritica: Kunley insiste nel dire di non avere alcun talento e di non essere qualificato per insegnare il dharma; Khyentse innervosisce i suoi studenti – il suo “circolo di groupies (fan)” – con quella che definisce la sua “falsa modestia”. La dedica di questo libro – “A tutti i ciarlatani – senza di voi il viaggio spirituale sarebbe troppo noioso” – ricorda una delle affermazioni di Drukpa Kunley: “Mi prostro dovanti a coloro che hanno scambiato il dharma per ricchezza!”

Khyentse Rinpoche rende omaggio a Drukpa Kunley per essere un’alternativa a quei discepli delle principali correnti buddhiste, quelli “sereni, a piedi nudi con una ciotola da elemosina”. Eppure, pensandoci bene, Khyentse sembra essere personalmente meno coinvolto con lo stile di vita dalla condotta libertina secondo la tradizione popolare, piuttosto fa parte di una certa tradizione retorica e letteraria che DiValerio dipenge come più sobrio. I testi generosi e di ampio spettro di Khyentse dovrebbero essere sia di immenso aiuto che di grande stimolo per chiunque si trovi a negoziare conn la via esterna, interna e segreta. È serio e appassionato riguardo la devozione e la verità e allo stesso tempo è ironico, scherzoso e critico: “Il concetto di ‘salute’ e ‘normale’ che un terapista cerca di coltivare è probabilmente quello che il guru cerca di eradicare.”

Trova affascinante l’ambiguità di tutta questa situazione. “Le persone che affermano di essere devote al guru spesso tendono a essere dei meri sicofanti”, dice a un certo punto, mentre successivamente sottolinea che l’orgoglio necessario per fare questo tipo di giudizio sugli altri “ci distruggerà”. Ammette la possibilità di fare una offerta sessuale al lama ma dice anche che “la probabilità che un guru che sa come trasformare il desiderio e la passione nella via possa incontrare un discepolo che sia in grado di farlo è prossima allo zero, e la possibiltà che si sviluppi invece un grande attaccamento è molto grande.” Una volta che uno studente riceve una iniziazione, scrive, “se si calunnia il guru o se solo se ne sottolineano i fatti negativi, questo distrugge il seme della pura percezione”, mentre ci sono sezioni su come non essere d’accordo con il guru o su come allontanarsi da lui.

A word, in conclusion, about Chogyam Trungpa Rinpoche, the contemporary “crazy wisdom” lama, par excellence. Khyentse admires and praises him for his effectiveness in bringing so many people to the dharma. “Are there any serene, gentle monastics from [his] generation who have accomplished this much in the West? I’m still looking,” he writes. DiValerio, whilst acknowledging Trungpa’s many achievements, strikes a characteristically scholarly note of caution. He is not aware of any source for the actual term “crazy wisdom” (ye shes ’chol ba) and quotes the Dalai Lama as saying this is “new vocabulary”. What Trungpa created, he concludes, “must be seen as his own formulation, despite his claim that he was conforming to tradition.”

Una parola, per concludere, su Chogyam Trungpa Rinpoche, l’attuale “pazzo saggio” lama per eccellenza. Khyentse lo ammira e lo loda per la sua efficacia nel portare così tante persone al dharma. “Esistono monaci gentili e sereni della sua generazione che hanno ottenuto così tanto in occidente? Ancora lo sto cercando,” scrive. DiValerio, mentre riconosce a Trungpa molti meriti sferra una tipica erudida nota di cautela. Trungpa non conosce l’origine del termine attuale “pazza saggezza” (ye shes ’chol ba) e cita il Dalai Lama quando afferma che questo è un “nuovo termine”. Quello che Trungpa ha creato, conclude, “deve essere visto come una sua propria definizione, nonostante affermi di conformarsi alla tradizione.”

Alexander Studholme

Download PDF