Silvia Nakkach: lo spazio tra uno nuvola e il suono

Silvia con ‘Birds and Couds’

 

Se devo raccontare la mia storia da oggi a volte mi domando se sono una musicista o una artista del suono. Mi sento piuttosto una scultrice che modella il suono plasmando il tempo nello spazio. Ha senso, il mio cognome è Nakkach, artigiano, e se separo la N da akkach questo si legge akash, che nella cosmologia indiana significa ‘cielo terso’, ‘cielo’.

A sette anni ho scritto della musica come un poeta, inseguendo metafore alla ricerca della microtonalità mobile tra una nota e lo spazio che consente a quella nota di incontrarne un’altra nota… e per fortuna un ascoltatore. Come vocalista preferisco non soffermarmi davanti o al centro della musica, ma piuttosto preferisco essere presentata come un’ascoltatrice nomade, che vaga nei paesaggi di suoni astratti. Nella musica lo spazio è una tentazione e la tentazione è quella di occuparlo. Credo che la funzione della musica sia quella di calmare la mente e renderla sensibile all’intervento divino e come compositrice ammiro l’estetica minimalista giapponese del “colori, non disturbatemi”. Meno è più potente perché ha più spazio.

La musica è sempre stata il mio santuario personale – mai relegato a una cultura o a una forma ma piuttosto mi ha reso una viaggiatrice del mondo fin da piccola, alla ricerca di suoni mai ascoltati. Considero la musica stessa un viaggio. Anche rimanere confinati in un genere è un’altra tentazione ma in tutti i miei album esploro nuovi territori. Il mio patto con la musica non è mai cambiato: facendo musica divento divina e in cambio sperimento il trascendente e condivido con gli altri questo viaggio. Chi è che canta? La mia voce entra in una specie di trance simile al guruyoga in cui chi canta sente di essere cantato, è uno stato contemporaneamente distaccato che di calda devozione. Lo chiamo la voce che cura. L’album che meglio descrive questa esperiena è AH, uscito nel 1998.

Silvia e Rinpoche

Sono crescita in una famiglia multi culturale, soprattutto francese e libanese, con un tocco di umorismo italiano. Sono nata in America latina, mia padre era un donatore d’organi e un vero Sufi, mia madre era una magnifica couturier che collezionava cappelli di stile regali. Non ho passato molto tempo con loro ma ci sono stata quando sono morti in pace. Amavo la scienza e avevo un laboratorio nel bagno degli ospiti che poi è diventato una camera oscura fotografica. Dentro casa un enorme piano era casa mia. Tutte le mie sorelle e i miei fratelli sono più grandi di me così mentre studiavo musica classica, suonavo la chitarrra e le tabla indiane ero anche il pubblico di me stessa. Ho composto canzoni, opere, boleri e più tardi musica elettronica molto influenzata dal Puntualismo, uno stile di composizione musicale del 20° secolo basato non su di una sequenza lineare di note ma nell’isolare queste ultime in modo tale da eludere le melodie tradizionali. Mi sono diplomata al conservatorio, sono diventata una compositrice, un’artista e mi sono formata come psicoterapista clinica tra di colpi di stato e guerre civili. Ho fatto conoscere la musica ai miei pazienti e sono diventata una delle poche psicoterapiste musicali. La mia pratica è cresciuta e si è arricchita con Freud, Lacan, Mahler, Oliver Messiaen, Gismonti, la bossanova di Joao Gilbert e sempre con poesia indigena.

Silvia ha vinto un Grammy

Non ho mai smesso di viaggiare, studiare e lavorare mentre viaggiavo. Da adolescente ho passato 9 mesi in India praticando Hatha Yoga e suonando musica indiana. Sono diventata una giovane yogini e la mia musica ha subito l’influenza dalla scienza Nada Yoga, una vera rivelazione per me – la via del suono considerata come cosa sola con la vibrazione della coscienza che diventa un ascoltatore virtuoso. Nel 1982 era pericoloso per una giovane artista dell’avanguardia con tanti capelli vivere in Brasile o in Argentina. Era giunto il momento di una nuova incarnazione. Ho sposato il mio primo marito e il giorno dopo siamo esiliati a New York e poco dopo nella Baja, nella solare California. Ho iniziato a lavorare per e con il maestro Claudio Naranjo, che mi ha incoraggiata a integrare la mia musica con la psicologia spirituale e il dharma. Nello stesso mese ho conosciuto Pauline Oliveros, che per i successivi 30 anni è stata il mio mentore incoraggiandomi a sviluppare la mia capacità di profonda ascoltatrice e compositrice come forma di meditazione. Sempre in quel periodo ho conosciuto anche il mio maestro guru della musica, il maestro Ali Akbar Khan, che è diventato il mio Baba (padre musicale). È stato allora che mi sono arresa all’irresistibile mistero della musica raga indiana e la dea Saraswati è diventata la mia famiglia shakti, sorgente e via nella mia vita musicale molto Hindustani.

Silvia mentre insegna a Dondrubling, Berkeley, California

La Voce senza di Me
Immersa nella vita raga tutto ciò che era musicale in me cambiò e lo strumento della mia immaginazione divenne La Voce. Diligentemente ho dedicato il mio tempo all’esplorazione della voce come strumento musicale e le sue infinite potenzialità di curare, esprimere e incantare nuovamente questo mondo al di là degli esseri umani e al di là persino della musica. Ho scritto dei libri per condividere questo mentalità da yogi sulla Voce senza il Cantante.

Subito dopo ho fondato la Vox Mundi School della Voce dedicata all’educazione e alle conservazione delle arti vocali insolite. Canzoni di Mahler agli icaro peruviani. Ho creato il programma della scuola, lo Yoga della Voce – una pratica di ascolto profondo seguita da centinaia di studenti in tutto il mondo. Gli insegnamenti hanno lo scopo di liberare le Voci della Voce e di nutrire l’espressione artistica in senso lato. Ascolto la maestra interiore dire sempre ai miei studenti di ascoltare il Suono, lasciate che sia! L’obiettivo è di spersonalizzare la loro esperienza del canto e di considerare la voce cone un’energia che può essere liberatoria e trasformativa. L’esperienza Dzogchen è diventata la base della mia immaginazione creativa.

Demistificando l’esperienza del canto lo scopo degli insegnamenti della Vox Mundi è quello di abbracciare la sensibilità del sottile attraverso le sfumature della voce. Cantare è di per sé gioioso (sukha), è una attività naturale, e la musica della voce è simile al volo – liberandoci dai condizionamenti, dal peso dell’ego, dalle tracce karmiche o da qualunque cosa ci attanagli. Quando sentiamo i canti delle culture antiche, le voci degli indigeni, i mantra o le tradizioni sciamaniche – cominciamo a capire che quello che chiamiamo voce è un materiale fatto di respiro e muscoli che si manifesta grazie all’eterea architettura del prana, muovendosi liberamente in tutto il corpo e nei suoni che ci ispirano… nei toni magici… nella melodia…. forse nella musica.

Recentemente grazie alla continuità della presenza e al mio voto al guru–shishya parampara (legame discepolo maestro), la Voce mi si è manifestata come uno Specchio. Mi sono resa conto che la voce è una metafora, non vediamo la mente su cui proiettiamo i pensieri e le emozioni di cui la voce ne è un rifletto, un’espressione. Ho scritto sulla Voce e sullo Specchio e incoraggiato i miei studenti ad avvicinarsi alle loro voci con la chiarezza di uno specchio che, sì, riflette ma che è anche sempre vuoto e libero dai giudizi e che ha la capacità di trasformare le emozioni in devozione. In questo modo cantare può diventare una preghiera o un’arte astratta: non concettuale, impersonale e può diventare attivo come un mantra.

Silvia suona il tanpura

Integrare
Nel 1986 ho incontrato Chagdud Tulku Rinpoche e ho passato molte estati e inverni in ritiro con lui. L’ho invitato ad insegnare in Brasile e nelle montagne brasiliane Rinpoche ha trovato il terreno fertile che stava cercando. È lì che ha vissuto fino al suo ultimo respiro. L’ultima volta che l’ho visto mi ha detto di condividere il dharma attraverso la mia musica. Quando ho incontrato Chögyal Namkhai Norbu nel 1992 tutto ha avuto un senso. Il suo caloro e la sua musicalità italiana, gli amici nel sangha, viaggiare nel mondo, danzare la Danza del Vajra sotto la luna piena, nuvole visionarie mentre galleggiavo sull’oceano, la trasmissione degli intrepidi mantra, le fantastiche Ganapuja, la profonda e melodiosa voce di Rinpoche. Queste illuminanti frequenze hanno permeato ogni aspetto della mia vita e del mio lavoro e il Guruyoga è diventato lo stato delle mente che mi ha salvata dal compiere errori di ogni tipo.

Incontrare Chögyal Namkhai Norbu ha rafforzato la mia convizione, la mia capacità di integrare e ha consolidato la mia vita da yogini nomade del suono che lavora mentre viaggia. Ero in presenza di Rinpoche a Merigar durante la mia luna di miele quando mio padre è morto, quando i miei due fratelli sono morti tragicamente e quando mio marito, un divino violoncellista, all’improvviso ha smesso di respirare senza avere il tempo di dire addio. Rinpoche, simile a una pietra, mi ha detto “è il samsara”.

È stato quando mio marito è morto che il mio rifugio nel dharma, nel sangha e nel suono della pratica si sono accesi. Ho iniziato a viaggiare ancora di più diventando un’ossessionata artista alla ricerca della perfetto laya – la durata del silenzio tra una nota e l’altra, al di là del tempo, uno spazio dove le note si interrompono, come il respiro di un fantasma. Da allora mi sono tuffata nell’epica bellezza del canto Dhrupad, la più sofisticata forma di arte vocale che da sempre cerco di padroneggiare sotto la gentile guida del mio Guru’ji, Pandit Uday Bhawalkar.

Nel ricordare la natura devozionale della musica apriamo i nostri cuori alla brama profonda del canto fino a familiarizzarci con gli ‘incantatori’, il cui viaggio nella magia del suono attira il potere dello spirito.

‘In Between a Cloud and a Sound’
Frequentare una facoltà universitaria e ricoprire altri ruoli accademici mi ha permesso di tenere separata la mia musicista dal sistema del ‘reddito’. Così posso capovolgere la sceneggiatura e creare musica come un’offerta di Saraswati. Nel 2015 quando mi hanno comunicato la mia nomination ai Grammy – senza che avessi mandato loro il mio album – ne ho gioito, ho urlato e poi mi sono rilassata! Mi ha dato una grande rilevanza, in un momento di profonda ricostruzione personale. Qualcuno che non conosco mi ascolta! Così… ho continuato ad andare avanti senza, mai, mai fermarmi! Il nome indiano che ho ricevuto è Saraswati Devi, colei che sboccia. Spero di poter dedicare tempo e risorse per aiutare i bambini del centro America, del Tibet e della Siria che hanno bisogno di essere liberi e di potersi ricongiungere con le loro famiglie.

Con il conforto degli insegnamenti di Rinpoche, la pratica di ascoltare gli uccelli e guardare le nuvole è fonte della mia immaginazione creativa e del suono segreto. Sono affascinata dalla melodia presente nel movimento delle nuvole, degli arcobaleni, della luce lunare, del mutevole suono dell’oceano, e questo placa la mia mente, sono come una pratica preliminare a tutto quello che può venire dopo. Finché la risposta alla domanda “Chi è che canta?” è che sono in effetti una muscisita allora continuerò il mio viaggio ed essere aperta e curiosa come un bambino, a rilassarmi come una dakini e a godere del mantra di Rinpoche, ‘Come prima cosa sentiti libero’.

Per conoscere la musica di Silvia:

Liminal, l’intero album (2015)
http://liminalthemusic.com/

Composizione: Morena, successivamente ripubblicato con il titolo Devotion, 2000
https://open.spotify.com/album/60ig4RHKgk2eKFno1dJyG9?highlight=spotify:track:1UAUuTmmGBihBCMtEVyVxr

Da: Invocation, CD (2003)

Sull’artista
Silvia Nakkach, M.A.,MMT, ha vinto un Grammy come compositrice, è artista del suono, psicologa e autrice. È conosciuta internazionalmente come una pioniera nel campo del suono della coscienza e delle terapie musicali interculturali. Ha prodotto molti album e tra le varie pubblicazioni citiamo il suo libro ‘Free Your Voice‘, pubblicato dalla casa editrice ‘Sound True’ (2012). Vive a Berkeley, California.

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