‘Tibetan Silver, Gold and Bronze Objects and the Aesthetics of Animals in the Era before Empire’

‘Cross-cultural reverberations on the Tibetan Plateau and soundings from other parts of Eurasia’

John Vincent Bellezza

BAR International Series 2984 – 2020
BAR Publishing, Oxford
pp. 184, paperback.

John Vincent Bellezza, studioso, esploratore, pellegrino e scrittore non è un nuovo autore nel campo delle opere storiche e archeologiche riguardanti il ​​Tibet e l’Asia centrale in generale. È il più famoso esperto in archeologia, cultura antica e storia del Tibet e ha vissuto in Himalaya oltre un quarto di secolo.

A partire dai suoi libri classici come i due volumi Antiquities of Northern Tibet e Antiquities of Upper Tibet pubblicati nel 2001 e 2002 fino al suo magnum opus Zhang Zhung – Foundations of Civilization in Tibet pubblicato nel 2008 e finendo con The Dawn of Tibet: The Ancient Civilization of the Roof of the World nel 2014, Bellezza sta completando un enorme e definitivo lavoro sull’archeologia del Tibet e sulla sua antica storia.

Grazie alla sua profonda conoscenza del tibetano parlato con i suoi diversi dialetti dell’altopiano tibetano, la sua ricerca è un lascito vivente dei suoi innumerevoli viaggi in loco effettuati in oltre trent’anni e supportati da continue informazioni provenienti dalle sue fonti tibetane sia Lama che semplici nomadi.

Ricordo bene il suo magistrale articolo sui talismani in bronzo intitolatoThopchas: Talismans of Tibet pubblicato dalla famosa rivista Arts of Asia nel 1998. La qualità grafica e la profondità della sua ricerca erano complete e dettagliate anche in un articolo così breve, diventando cosi una fonte di conoscenza per tutti i tipi di lettori, dai tibetologi ai collezionisti d’arte.

Dopo di chè John Vincent Bellezza scrisse dodici libri e innumerevoli articoli. La sua ultima ricerca accademica sull’antico Tibet è il suo lavoro più recente, Tibetan Silver, Gold and Bronze Objects and the Aesthetics of Animals in the Era before Empire, segue la qualità dei suoi precedenti ed è la naturale continuazione del suo lavoro. Dopo una breve introduzione che chiarisce lo scopo del libro e il suo contenuto, la sua cronologia e localizzazione, utilizza un approccio comparativo di oggetti metallici e arte rupestre, con resoconti testuali ed etnografici complementari.

Un paragrafo molto interessante è dedicato alla provenienza e alle problematiche riguardanti l’acquisizione e la proprietà delle antichità nel mondo di oggi, dando interessanti suggerimenti su come affrontare questo aspetto.

Il primo capitolo si apre con una presentazione di due ciotole d’argento tibetane della preistoria tarda e prosegue affrontando molti altri aspetti della metallurgia tibetana, illustrando e spiegando le caratteristiche dei thokcha e di diversi oggetti in lega di rame. Il capitolo descrive anche la forma, le decorazioni e la tecnica di fabbricazione di molti vasi appartenenti alle varie fasi dello sviluppo artistico e artigianale dell’altopiano tibetano. Viene inoltre fornita una descrizione dettagliata del manufatto d’argento più famoso del Tibet, il fiasco conservato nella cappella Songtsen Gampo della cattedrale Jo-khang a Lhasa, che ancora oggi si riempie quotidianamente di offerte di birra.

Il secondo capitolo è dedicato agli ornamenti tibetani in oro della tarda preistoria e ad altri oggetti simili, come orecchini e fibule, narrando come, allo zenit del suo potere politico, l’espansione tibetana abbia agito da catalizzatore intellettuale, estetico, e commerciale con i popoli circostanti. Questa vicinanza ha portato ad un arricchimento della lavorazione dei metalli tibetani, che ha adottato forme e stili cosmopoliti, particolarmente evidenti nei vasi tibetani con metalli preziosi. Questo capitolo fornisce anche descrizioni più ampie delle fibule in lega di rame, con bellissime illustrazioni a colori dei pezzi migliori.

Il terzo capitolo parla dei vasi e dei calderoni tibetani in lega di rame nella tarda preistoria. Di particolare interesse è il ruolo decorativo adottato con figure di animali come anatre e oche..

Nel quarto capitolo troviamo la parte più interessante del libro che descrive le borchie trapezoidali tibetane in lega di rame della tarda preistoria con tigri e vari motivi geometrici. Piena di fascino è la targa in bronzo di probabile origine tibetana, con la sua forma trapezoidale coronata da sei tigri. Un altro famoso pezzo descritto in questo libro è uno specchio tibetano in lega di rame inciso con cerchi concentrici, diamanti e volute varie. Questo pezzo apparteneva al collezionista tibetano Namgyal G. Ronge, che era un’autorità in materia. Il capitolo prosegue descrivendo molte altre borchie trapezoidali decorate con file di uccelli in piedi, alcune con fagiani, altre con teste simili a gufi e altre ancora raffiguranti antilopi, serpenti e animali predatori.

Il quinto capitolo descrive il confronto interculturale e interregionale che collega questi oggetti tibetani con le steppe eurasiatiche e gli Sciti, dimostrando che ancor prima dell’invenzione della scrittura, nel periodo imperiale, il Tibet comincio a fare proprie le conoscenze di altri popoli dell’Iran e dei paesi vicini.

Il sesto capitolo mostra lo stile animalista eurasiatico nel nord del Pakistan e nell’Asia interna settentrionale: l’eredità dei Saka. Il capitolo prosegue descrivendo i thokcha, e in particolare vari bottoni rotondi in lega di rame con petali circolari chiamati “dischi di fiori”, ornamenti con rane all’interno di cerchi e per ultimo ma non meno importante, le bellissime borchie traforate in lega di rame che presentano un design popolare noto come nodo infinito.

Nel settimo capitolo troviamo una profonda analisi delle caratteristiche dell’arte rupestre nei territori settentrionali e nell’altopiano tibetano che presenta molte immagini raffiguranti incisioni rupestri in luoghi come Ru-thog, Ladakh, Zangs-skar e così via fatte nell’età del ferro e nei periodi protostorici.

Il libro si conclude con un’analisi approfondita che descrive come è perchè un ampio spettro di persone abbia adottato forme correlate di arte zoomorfa in Eurasia e in Cina e come culture diverse, su un vasto territorio, hanno creato rappresentazioni artistiche con determinati tratti estetici.

Con questa pubblicazione la casa editrice BAR, con sede a Oxford, ha aggiunto un altro piccolo gioiello al suo già ricco e pregiato catalogo di libri dedicati all’archeologia e alla storia dell’Asia centrale e orientale. Infine vorrei ringraziare personalmente John Vincent Bellezza, il nostro “Indiana Jones” in Tibet, per il tempo e l’energia che ha profusamente dedicato nella scrittura e nella raccolta di dati storici sull’antica civiltà dell’Asia centrale. I suoi scritti sono diventati un’eredità di tutta l’umanità.

Sono sempre stupito dalla qualità e quantità della sua produzione letteraria, dalla sua mente brillante e dalla grande quantità dei suoi nuovi lavori. Nel frattempo sono appena venuto a sapere che è uscito il suo ultimo lavoro, Drawn and Written in Stone, edito anche da BAR. In attesa del prossimo capitolo della sua infinita avventura letteraria. Grazie Vincent!

Giorgio Dallorto

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