‘BE ANGRY’ del Dalai Lama

Recensione di John DiLeva-Halpern, 30 novembre 2020

‘BE ANGRY’ è un manuale tascabile di istruzioni accessibili e chiare, di prospettive e affermazioni utili mentre navighiamo nello tsunami di ingiustizia e squilibrio che dobbiamo affrontare.

La rabbia è chiaramente un argomento centrale oggigiorno. Nonostante il pandemonio e le tragedie di questo mondo che mi tengono occupato ho deciso di leggere questo libro, l’unico che sia riuscito a leggere interamente per il valore che ha in quest’epoca di trasformazione sociale.

Giudicare un libro dalla copertina non è mai una pratica da consigliare e il titolo di questo libro potrebbe non piacere ai colti buddisti occidentali o entusiasti del buddismo. Molte comunità ‘fondamentaliste’ buddiste rifiutano di identificarsi con la rabbia. Il loro rifiuto è un attento cocktail tossico di autocritica e giusto giudizio della rabbia altrui.

Quello che Sua Santità suggerisce è che questa attitudine di negare della rabbia giustificata è solo uno spreco di energia e di tempo, piuttosto porta gli individui e le comunità a disprezzarsi. Induce ostilità verso se stessi e rafforza il condizionamento distruttivo che ci separa dal mondo reale.

‘BE ANGRY’, risultato di una conversazione tra il Dalai Lama e l’antropologo culturale Noriyuki Ueda, qualifica e ripudia con garbo la rabbia condizionante che molte persone reprimono pericolosamente e che la psicoterapia sostiene che “liberi”. Questa rabbia, che ‘BE ANGRY’ esamina non è la rabbia infusa dall’ego che ci viene insegnato essere una delle tre “emozioni afflittive” o “veleni” di cui parlano ii sutra e i tantra. Non è la rabbia distruttiva di cui Thich Nhat Hanh parla nel suo libro ANGER.”

La rabbia di cui parla questo libro si rinvigorisce e potenzia quando esprime una risposta proattiva o è una mera trasgressione, come lo sfruttamento contro altri esseri senzienti e del nostro ambiente.

Il titolo si riferisce a quelle emozioni e a quell’energia che scorrono nel nostro corpo fisico, percepito altruisticamente attraverso la nostra interfaccia con tutti gli altri esseri e l’ambiente.

Possiamo usare la rabbia in modo empatico per portare un cambiamento positivo nel mondo. Reprimerla significa sopprimere la nostra basilare, vibrante interdipendenza e la sublime interconnessione con la vita e l’universo.

Sua Santità sottolinea che la rabbia altruistica è l’affermazione della vita e una forza potente nel cambiamento evolutivo quando la sua energia è diretta verso la soluzione dei problemi della società.

S.S. ci incoraggia a distinguere tre tipi di rabbia. Il primo è una rabbia compassionevole, protettiva come quello di una madre che avverte suo figlio. Il secondo è la ‘compassione morale’ che sorge come risposta ad una ingiustizia sociale e allo sfruttamento ambientale. Il terzo è la rabbia reattiva e tossica.

Incoraggia l’inesorabile ricerca della giustizia e il sostegno di questa “rabbia come bussola morale” fino al raggiungimento della giustizia e dell’equilibrio.Di conseguenza, la nostra rabbia non è diretta in modo tossico verso le persone ma piuttosto proattivamente verso quelle condizioni che sono squilibrate, amorali, non etiche e ingiustificate.

Gli abusi sull’umanità e sull’ambiente, così prevalenti oggi, sono quello che rendono questo libro adatto e rilevante.

“Cartelloni” di testo ingranditi, posizionati strategicamente, punteggiano il libro per evidenziare i concetti chiave.

Uno dei fili conduttori di ‘BE ANGRY’ che ho trovato affacinante nella conversazione con Noriyuki Ueda, è come Sua Santità individui e critichi come ‘fuorviante’ la pratica di rituali fine a se stessi, rituali fatti per ottenere dei guadagni, rituali basati su di una fede cieca e rituali che ignorano lo scopo del rituale.

Come studente buddista per più di 35 anni e insegnante di meditazione Nyingmapa, Dzogchen, secondo la tradizione di sua S.S. Dudjom Rinpoche, ho capito che i rituali sono un contenitore che neutralizza la confusione e gli ostacoli che tipicamente interferiscono con la nostra chiara percezione della realtà e l’esperienza diretta dell’interconnessione.

L’efficacia di un rituale dipende dalla capacità dei praticanti di condurre il rituale e immergersi in esso con la consapevolezza sia del suo potere di effettuare la trasformazione esterna che della sua natura transitoria o impermanente che come via o metodo. La mia personale percezione è la seguente: il rituale trattiene lo spazio, è un luogo dove purificare gli ostacoli e vivere direttamente la realtà e l’interconnessine. Il rituale, in sé e per sé, non è l’obiettivo o lo scopo della pratica o della tradizione.

Nel contesto del “rituale” anche la parola “dovrebbe” dentro ‘BE ANGRY’ andrebbe analizzata. L’apparente uso del termine “dovrebbe” da parte di Sua Santità potrebbe essere facilmente inteso come: “Dovremmo essere arrabbiati per queste condizioni”, una sorta di DOVREBBE puritano. Ma eseguire la rabbia COME definita dal Dalai Lama significherebbe meccanizzare la rabbia, trasformandola in un rituale insignificante e pericoloso. Ciò feticizzerebbe la rabbia, rendendola un esercizio performativo scollegato dalla rabbia empatica più profondamente motivata che sento sia l’intento del Dalai Lama.

Per caso il Dalai Lama in ‘BE ANGRY’ sottolinea ancora una volta che il buddismo dovrebbe essere visto come una scienza della mente, che ossessionarsi sulla “Mia” rabbia significa essere dipendenti dal concetto di sé, ritualizzare / amare se stessi e essere guidato dalla rabbia reattiva? E che quindi, essere attaccati alla “Nostra Rabbia” – una rabbia moralmente infuriata e informata, significa abitare l ‘”Io” collettivo universale e vivere responsabilmente nella realtà attraverso l’impegno sociale?

La mia risposta è SI’, ora più che mai, ‘BE ANGRY’. Abbandoniamo il cuscino e diamoci da fare – insieme.
John DiLeva Halpern, artisa e filmmaker di ‘REFUGE’ e di ‘TALKING WITH THE DALAI LAMA, WAKING BUDDHA LIVE’ e co-fondatoire dell’ INSTITUTE FOR CULTURAL ACTVISM INTERNATIONAL
©John DiLeva Halpern, 2020

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