Come ho incontrato Chögyal Namkhai Norbu – Tshering Choden

Tshering Choden con Rinpoche

 

Sono nata in Bhutan, nella regione del Bhumthang, in un villaggio chiamato Tang Ogyen Choling. Il mio villaggio fu fondato da Longchenpa (ed. il filosofo Nyngma). In seguito Dorje Lingpa (ed. maestro e terton Nyingmapa 1346-1405) vi si trasferì e ne fece il proprio luogo principale di residenza cosicché i suoi discendenti sono ancora qui e mantengono vivo il luogo.

Da bambina ho vissuto una vita molto semplice nel mio villaggio. E poiché vi era solo una scuola a due ore di cammino, la mia famiglia decise di mettermi in collegio a sei anni. Comunque mia nonna non volle lasciarmi da sola e così andò ad abitare in una piccola casa vicino alla scuola e si prese cura di me fino a quando ebbi otto anni.

A scuola avevamo un programma in inglese. Tutto era insegnato in inglese e la nostra lingua nativa Dzongkha era la seconda lingua, per cui sono cresciuta bilingue.
La lingua Dzongkha ha la stessa grammatica del Tibetano, ma il modo in cui è pronunciata e scritta è un pò diverso. Il Tibetano parlato è diverso dalla lingua classica e in Bhutan noi studiamo la forma classica del Tibetano, non la lingua parlata.

Sfortunatamente poi mia nonna ebbe un cancro al pancreas e fu portata a Thimpu, la capitale del Bhutan e decise che io sarei andata con lei. Thimpu è stato il primo posto in cui ho incontrato il mondo moderno, viaggiato in auto, scoperto l’elettricità e gli oggetti ad elettricità. Mia nonna era molto malata, così decisi di non andare a scuola, ma semplicemente di prendermi cura di lei. Lasciai la scuola per un anno e badai a lei fino alla sua fine.

Prima di morire mia nonna aveva fatto promettere a mio zio che avrebbe avuto cura di me. Io ero la sua nipote preferita e dal momento che ero la figlia maggiore in una famiglia con molti bambini, lei era certa che se fossi tornata al villaggio non avrei potuto continuare gli studi. Così rimasi a Thimpu e andai poi a trovare i miei familiari una volta all’anno.

Avevo nove anni quando andai a vivere con mio zio. Era un monaco che viveva nella propria casa, ma con regole monastiche! Dovevo alzarmi alle tre del mattino e recitare le preghiere come si fa in un monastero. Ho dovuto anche praticare il nöndro che ho completato all’età di dodici anni. Alle otto del mattino andavo a scuola, ma poi nel pomeriggio dalle tre alle otto dovevo recitare invocazioni, fare le prostrazioni del nöndro e così via. A quell’età non ne ero felice perché tutto ciò mi era imposto di forza. Mio zio veniva a controllarmi per vedere se facevo tutto correttamente e non imbrogliavo. Se lo vedevo un pò assonnato facevo scorrere la mala un pò più veloce così invece di una prostrazione ne segnavo tre!

Quando ebbi dodici anni il Bhutan cominciò ad aprirsi all’ Occidente ed alla cultura occidentale e a noi piaceva qualsiasi cosa venisse da lì: parlare inglese, vestirsi all’occidentale e così via. Dal momento che ero cresciuta con un’educazione monastica ero timida con i miei amici. Quando a scuola c’erano insegnamenti Buddhisti classici io sapevo tutto, ma facevo finta di non sapere perché mi vergognavo di mostrarlo ai miei amici. Gli studi Buddhisti non erano di moda. Mio zio mi aveva cresciuto in modo molto tradizionale e io vivevo la vita di una monaca perché era molto severo. Non gli piaceva nulla che avesse a che fare con la cultura Occidentale e così era una lotta per me nascondere il fatto che invece a me piacesse.

Ho vissuto con mio zio fino ai diciotto anni e mi sono diplomata alla scuola superiore, ma la mia vita era molto difficile con lui ed io stavo crescendo e volevo che fosse un po’ diversa, così decisi di andare al First Institute of Technology per un corso e fui accettata. È stato lì che ho visto un computer per la prima volta e che ho deciso che volevo viaggiare e conoscere il mondo.

Fino ad allora i miei viaggi erano stati relativi al sentiero spirituale, andare in pellegrinaggio in India a Bodhgaya ed altri posti collegati a Padmasambhava. Ma un fine settimana ho parlato con mio zio e il suo migliore amico, un altro monaco, e ho spiegato loro quanto desiderassi viaggiare. Voler viaggiare era molto insolito per una persona bhutanese e loro mi consideravano strana. L’amico di mio zio raccoglieva biglietti da visita di chiunque venisse dall’ estero perché a quei tempi non molte persone visitavano il nostro paese. Quando vedeva una persona in visita la fermava e le chiedeva il biglietto, aveva una collezione di almeno 200 biglietti. Quando sentì del mio desiderio di viaggiare portò la sua collezione e praticamente me la diede tutta dicendo che se volevo viaggiare davvero, forse una di queste persone sarebbe stata d’aiuto.

Dando una scorsa ai biglietti ne trovai uno con scritto: prof. Namkhai Norbu e decisi di scrivergli. L’indirizzo era a Napoli e pensai che fosse da qualche parte in Nepal. Il monaco aveva ricevuto il biglietto da Andrea Sertoli, che aveva lavorato in Bhutan e preso lezioni di Tibetano da lui. Se il mio karma era di partire, pensai, il professor Namkhai Norbu mi avrebbe aiutato.

Mandai al professore una lettera e mi rispose dopo circa due mesi. Disse che riceveva molte lettere da Tibetani che gli chiedevano aiuto per venire in Occidente, ma fino a quel momento non aveva mai aiutato nessuno. Comunque mi disse che avrebbe aiutato me. Mi chiese quando volevo partire e disse che poteva aiutarmi ad entrare in Italia. Ero entusiasta e risposi che sarei partita subito.

Non avevo assolutamente idea di dove fosse l’Italia, ma preparai il bagaglio e mi diressi alla città di frontiera nel sud del Bhutan. Ero molto ingenua pensavo che una volta arrivata lì avrei potuto comprare un biglietto di autobus per l’Italia. Naturalmente non ho potuto e scoprii di dover andare di nuovo alla capitale, fare il passaporto, comprare un biglietto di aereo e preparare altre cose.

A quel punto l’Istituto Shang Shung d’Italia mi aveva mandato un invito ed io presi un volo per Delhi. Fortunatamente su quell’aereo incontrai il padre di un mio amico, l’Ambasciatore del Portogallo in Bhutan. Mi spiegò che quell’invito non era un visto. Una volta a Delhi l’Ambasciatore mi invitò a stare da loro e mi accompagnò personalmente dall’Ambasciatore italiano che mi consegnò il visto per l’Italia sul momento. Quando scoprii che i miei cento dollari non erano sufficienti per un passaggio aereo per l’Italia, l’ambasciatore gentilmente comprò il mio biglietto. Ero totalmente inconsapevole di come funzionava il mondo, ma tutto si manifestò spontaneamente e perfettamente senza conflitti, ciò che Rinpoche chiama lhundrub.

Quando arrivai a Roma fui molto shoccata perché all’aeroporto mi sembrò che tutti urlassero. Il Bhutan è un posto molto tranquillo e le persone non urlano mai, così le rumorose grida dell’aeroporto mi fecero desiderare di tornare a casa. Laurie Marder venne a prendermi e mi accompagnò a Merigar 2 in Toscana dove sono stata un paio di settimane prima di incontrare Rinpoche.

Ero una Buddhista molto devota e in Bhutan mi avevano detto che Rinpoche era una specie di Bonpo nero. Venivo da una famiglia di tradizione Vajrayana, dove tutti erano praticanti e per me lo Dzogchen rappresentava qualcosa di molto lontano, per arrivare al quale avrei dovuto fare un gran numero di passi. Quando seppi che Rinpoche dava insegnamenti Dzogchen pensai che non fosse un vero maestro. Avevo molti dubbi.

Con Rinpoche in Bhutan

Rinpoche mi invitò ad incontrarlo a Roma, ma quando lo vidi ebbi istantaneamente la sensazione di conoscerlo già. Mi chiese di aspettare fino a che avesse finito di insegnare e poi avremmo parlato. A Roma dava insegnamenti in un teatro, ma io non ascoltai perché ero ansiosa di conoscerlo. Quando ebbe finito di insegnare lo ringraziai per avermi invitato, ma gli dissi che non volevo restare in Italia perché mi sentivo molto sola a Merigar 2 e volevo tornare a casa. Mi raccontò che quando era arrivato in Italia pensava di restare solo uno o due anni e poi ritornare a casa. Ma mentre era qui pensò che avrebbe dovuto imparare qualcosa perché l’Italia è un paese speciale. Mi suggerì di provare a fare qualcosa, come studiare la lingua. Così decisi di restare per un anno. Non lo incontrai più fino all’estate successiva.

L’anno successivo Rinpoche mi invitò ad andare in Sardegna e lì la nostra relazione cambiò.

È stato un grande maestro di Dzogchen e insegnava con così tanta facilità e semplicità a tutti! La maggior parte dei maestri è ingenerosa e ti fa sacrificare molto tempo senza farti capir molto. In Sardegna qualcosa cambiò e io capii che era l’unico. Fino ad allora non avevo capito niente. Tutto ciò che avevo fatto nella mia vita dai 9 ai 19 anni non lo avevo capito. Fino ad allora avevo praticato seguendo la tradizione. Iniziai perché obbligata e poi continuai per tradizione. Mia madre, mio padre, mia nonna e mio nonno praticavano in questo modo e così anche io dovevo farlo. Dopo un certo tempo, quando ero più grande, se non facevo la pratica mi sentivo piuttosto in colpa, così ne sentivo il bisogno. Se non avessi fatto tanta pratica per tutti quegli anni probabilità non avrei capito gli insegnamenti di Rinpoche.

Per gli occidentali è più facile comprendere gli insegnamenti di Rinpoche. Ma io sono cresciuta in una regola, praticare in modo graduale e se non facevi così non potevi arrivare allo Dzogchen. Ma dal momento che avevo fatto tutte quelle pratiche, quando Rinpoche parlava degli insegnamenti Dzogchen, era molto più facile. E così provai un grande senso di gratitudine e capii ciò che avevo fatto in passato.

Penso che la connessione che avevo con Rinpoche fosse davvero forte. Per molti anni avrebbe voluto andare in Bhutan ma trovava sempre difficoltà ad andarci. Quando arrivai in Italia nel 2004, mi raccontò che avrebbe voluto andare in Bhutan ma non gli riusciva. Poi un giorno, nel 2013, eravamo a Gadeling, la residenza di Rinpoche in Italia, e mi disse: “a settembre dell’anno prossimo vado in Bhutan”. Gli chiesi se potevo accompagnarlo, “ma certo” disse. E quando gli chiesi chi organizzava il viaggio , “Tu!” mi rispose. Ero scioccata, non avevo alcuna idea di come farlo. Mi dette soltanto le date.

Pur essendo molto preoccupata non dissi nulla. Andai a casa a pensarci e poi cominciai a contattare persone e ad organizzare tutto. E tutto andò incredibilmente bene e senza problemi. Mi aspettavo ostacoli, cancellazioni dell’ultimo minuto, ma funzionò tutto davvero bene, Rinpoche era felice e parteciparono 150 persone.

Nel 2015 organizzai un secondo viaggio in Bhutan, con un numero minore di persone, durante il quale ci fu un ritiro di tre giorni in cui Rinpoche dette una introduzione allo Dzogchen. Rinpoche era molto contento e disse che il Bhutan era il vero paese dell’evoluzione. Era stato lì da giovane e amava ogni aspetto del paese. Credo che questo sia vero, perché quando Rinpoche era lì noi non pubblicizzammo il ritiro, organizzai tutto con l’aiuto di pochi amici, ma agli insegnamenti parteciparono più di 2000 persone tra i 18 e i 40 anni!

Così, benché nata in Bhutan e benché parlassi in Tibetano con Rinpoche quando ero appena arrivata in Italia, col passar del tempo l’Italiano ha avuto la meglio su di noi e siamo diventati entrambi italiani! Rinpoche è nato in Tibet, ed io ero bhutanese, siamo arrivati in Italia a 18 anni, ma, col tempo, siamo diventati veri Italiani.

Traduzione in italiano Paola Rispoli

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