Come ho incontrato il mio Maestro perfetto – Karin Koppensteiner

“Un Guru non dà solo Insegnamenti. Un Guru dà se stesso”. Questa famosa frase è la prima che mi è venuta in mente quando il The Mirror mi ha chiesto di scrivere un articolo su “how I met Chögyal Namkhai Norbu“. Ci sono talmente tanti aspetti nella relazione tra un Maestro e un discepolo. Alla fine l’esempio del Maestro si manifesta nel discepolo ed è a quel punto che, questo è quello che penso, Maestro e studente si incontrano.

Prima di iniziare a scrivere questo articolo, essendo una scrittrice di professione da 35 anni mi sono chiesta “QUANDO ho VERAMENTE incontrato il Guru?” E sono cominciati ad apparirmi ricordi brevi e più lunghi di eventi che hanno preceduto il mio incontro con il Maestro.

Sebbene Namkhai Norbu Rinpoche fosse trasparente come un gioiello aveva il normale aspetto di un tibetano in esilio. Lavorava, è stato un famoso storico, un padre di famiglia, un professore universitario, ma alcuni di questi aspetti non sono mai stati molto rilevanti per me, in quanto sua discepola.

Quando il mio prezioso Maestro è morto nel settembre 2018 ho visto il suo prezioso corpo umano collocato un una teca di vetro nello Stupa a Merigar, completamente arreso al futuro. Due mesi prima, ad Adzamgar nel Kham/Sechuan, nel vecchio Gönpa avevo visto qualcosa di simile, un uomo in una teca di vetro, seduto su di un trono, che indossava degli occhiali da sole. “Deve essere di cera”, ho detto ai miei familiari mentre guardavamo stupiti il trono. Ora, a Merigar, appena due mesi dopo, il mio Maestro aveva un aspetto simile, la pella un po’ grigia, preservato per fede e fiducia future.

“In questo unico Thigle non c’è né separazione né unificazione.” Ho sentito le parole del mio prezioso Maestro quando ho lasciato lo Stupa che conteneva i suoi resti.Quando ho circumambulato lo Stupa, questo Thigle si è aperto. Ho camminato da sola, potenziata e con profonda fiducia.È stato allora che finalmente ho incontrato il mio Maestro?

Dopo la morte di Rinpoche la mia visione ha iniziato a cambiare, a diventare più pura. Lentamente ha cominciato a manifestarsi come dei migliaia Buddha maschi e femmine nell’immendo campo dei Buddha.

Quasi 40 anni prima, in una fredda mattina di’inverno, ero in un bar a Campo de’ Fiori a Roma dove avevamo uno spettacolo al Teatro di Trastevere. Uno dei miei amici viennesi, un tibetanologo e uno dei musicisti della compagnia di teatro, mi dice che il suo Maestro tibetano viveva non molto lontano dal lì.

Avevo già incontrato il Maestro quando ho sentito per la prima volta il Canto del Vajra cantato da alcuni dei primi studenti di Namkhai Norbu in magnifico giardino viennese 39 anni fa?

Il piccolo Sangha a Vienna mi aveva adottata e negli anni seguenti ho imparato da loro lo Yantra Yoga il il Chöd. Desideravo incontrare questo Maestro tibetano che chiamavano “Norbu”. Mi piaceva l’idea di chiamare qualcuno “Gioiello” ma non sapevo cosa significasse veramente. Ho cominciato a leggere libri sul Tibet ma allora ce n’erano pochissimi sullo Dzogchen. Intanto il Maestro tibetano che volevo tanto incontrare, Namkhai Norbu Rinpoche, stava lavorando all’università di Napoli, si era fatto una famiglia italiana, a malapena parlava inglese e dava ritiri solo durante il suo tempo libero.

A Vienna, la mia città natale, vivevo con mia figlia piccola, Elisha, che frequentava l’asilo. In quel periodo avevo smesso di lavorare in teatro e mi stavo preparando per un ottimo lavoro presso una radio austriaca e guadagnare abbastanza ed avere una vita comoda per me e mia figlia.

Ero seduta nell’ufficio del capo di questa radio, di fronte a una grande stampa di uno strano essere dall’aspetto irato, mezzo serpente, tutto coperto di occhi e subito dopo ho deciso di andare in Toscana e incontrare finalmente il Maestro.

Un giorno, ai primi di giugno 1982, con la mia piccola macchina sono andata in Italia con mia figlia e un amico di un amico che aveva bisogno di un passaggio da Vienna a Varese. Esattamente quattro anni dopo mi sono trasferita a Bagnore, vicino Merigar, ma ovviamente allora non lo sapevo ancora. Sono rimasta a Varese per qualche giorno dove ho incontrato un gruppo di studenti di Rinpoche, alcuni dei quali sono diventati amici di lunga data come Tiziana Gottardi e Fabio Andrico. Abbiamo praticato insieme la Ganapuja con una grande bevuta di vino.

Finalmente sono arrivata in Toscana e sono andata a prendere alla stazione il mio ragazzo e degli amici del Dharma arrivati in treno da Vienna. A Paganico, lasciata la strada principale potevamo già vedere il Monte Amiata. Merigar doveva essere da qualche parte sulle pendici di questa enorme montagna  – “Chiedete ad Arcidosso”. Quasi nessuno parlava inglese allora e io non parlavo italiano ma un mio amico sì. La strada che gli abitanti di Arcidosso ch hanno indicato era una stretta strada sterrata, così ripida all’inizio che ci abbiamo messo un po’ per arrivare. In qualche modo siamo riusciti a trovare questa terra nascosta che era Merigar, piena di arbusti e di cespugli, lontano solo pochi alberi, e seguendo la piccola strada siamo arrivati a un’enorme casa, parzialmente senza un tetto.

Abbiamo trovato poche persone, qualcuno aveva già piantato la tenda un po’ più sotto la casa e ci siamo accampati anche noi lì. “Attenti alle vipere!” ci ha detto qualcuno che parlava in inglese e aveva l’aria di essere il responsabile. Dov’era il Maestro tibetano che tutti chiamavano Norbu?

Circa 60 persone, per lo più giovani, provenienti da diversi paesi erano sedute sull’erba secca, non lontano da dove sarebbe stato costruito qualche anno dopo il Gönpa di Merigar. Un’enorme lenzuolo di cotone bianco fissato con delle corde faceva da tetto per creare ombra e il clima erea caldo e secco. Il giorno dopo ci siamo seduti lì per aspettre il Maestro tibetano. È arrivato indossando un grande cappello, accompagnato da due giovani italiani. Si è seduto su di un cuscino sull’erba. Ci siamo seduti intorno a lui, anche noi sull’erba, su delle coperte. Quando il Maestro ha iniziato a insegnare in italiano che qualcuno traduceva in inglese le lacrime hanno iniziato a cadermi sul viso, fino a bagnare il mio vestito e qualcuno mi ha dato un fazzoletto. Ho finito di piangere solo quando il Maestro aveva finito l’Insegnamento. Mi sono sentita leggera e felice. Stavamo nelle tende, facevamo Yantra Yoga la mattina sull’erba, ci lavavamo nel fiume Zancona e andavamo a prende l’acqua potabile dalle fontane di Arcidosso in grossi contenitori di plastica. La sera facevamo il Chöd con Norbu Rinpoche, mentre ci guidava di notte attraverso i cespugli. Le molte torce e il bellissimo cielo notturno mi ricordavano l’universo in cui eravamo.

Il giorno dopo durante l’Insegnamento è accaduta la stessa cosa: lacrime scendevano senza fine. Non era infelicità e nemmeno felicità. Quello che sentivo può essere a malapena descritto come un profondo sollievo, era come se correndo verso l’abisso qualcuno mi avesse presa in tempo. Ha iniziato a crescere in me una profonda e sconosciuta gratitudine, non solo verso il Maestro tibetano, diventato “Norbu” per me. Tutte le pratiche che ci insegnava, tutte le luci che emanava erano reali, familiari, erano senza alcun dubbio casa.

Questa è stata la prima volta che ho incontrato Namkhai Norbu di persona. Era sempre circondato da un piccolo gruppo di studenti italiani e questo rendeva difficile parlargli al di fuori dell’Insegnamento e avevo anche bisogno di un traduttore perché Rinpoche parlava italiano e io no a quel tempo. Il Maestro era distante come persona per me fino a quando, forse il terzo o quarto giorno del ritiro, la mia piccola figlia Elisha dopo l’Insegnamento che seguiva con attenzione, non è andata dal Maestro mostrandogli, senza usare le parole, una strada sulla mappa, poi gli prese la mano e si allontanò con lui. Questo è stato un altro momento di incontro con questo Maestro a un livello che va al di là delle parole.

In questo primo ritiro a Merigar West molti dei miei mondi, passato e presente, si sono unito per diventare uno, Ho sentito di essere arrivata a casa, in un posto sicuro.

Sono cresciuta in un ambiente socio-comunista, in una famiglia della classe media. Da giovane ero politicamente impegnata, specialmente durante i miei studi alla scula di cinematografia a Berlino dove ero entrata in contatto con dei maoisti. A Vienna abbiamo creato un asilo e una scuola alternativi con un gruppo di genitori, dedicanto a questo progetto tempo e impegno. Più tardi la scuola sarebbe diventata un esempio per questa città, arrivando a cambiarne il sistema scolastico di base. Ero una poetessa e una giornalista, a Vienna avevo una casa con un giardino.

Non era possibile per me seguire un sistema tibetano tradizionale o un Maestro all’interno di un monastero. Una volta sono entrata in un centro buddista ma sono corsa via prima che iniziasse l’evento, spaventata dagli abiti rossi e dal loro strano comportamento per esempio buttare a terra davanti a una persona vestita di rosso. Ma lì, a Merigar, ho trovato casa senza le parole. Immediatamente ho provato un enorme rispetto per questo Norbu, una persona normale, senza l’attitudine di un tibetano, che mi ha introdotta nella profonda conoscenza Dzogchen in un modo così leggero, come se fosse la cosa più facile del mondo.

Brevemente voglio scrivere un altro modo in cui ho incontrato il mio perfetto Maestro. È stato quando a Merigar si è presentato come uno studente di erminenti Lama, quali Sua Santità Dalai Lama e il Maestro Dzogchen Lopön Tenzin Namdak. Namkhai Norbu Rinpoche usciva dai suoi abiti abituali per indossare un completo occidentale. Si sedeva insieme a noi, di fronte al maestro, umile ed elegante. Anche in questo modo mi ha insegnato come ricevere e onorare gli Insegnamenti buddisti. È stato quando il Gönpa a Merigar fu costruito nel 1990 che abbiamo cominciato a chiamare il nostro prezioso Maestro “Rinpoche” o “Norbu Rinpoche”.

Quando il Gönpa di Merigar è stato costruito e Sua Santità il Dalai Lama fu invitato per l’inaugurazione io ero Gekö a Merigar. Durante l’evento una persona doveva restare vicino al telefono in casa (era il 1991 – non esistevano ancora i cellulari!). Mi sono offerta come volontaria e questo significava che non acrei potuto partecipare né alla cerimonia né all’insegnamento Dzogchen che il Dalai Lama avrebbe dato. Improvvisamente qualcuno del Gakyil entrò di corsa nella segreteria alla Casa Gialla dicendo: “LORO vogliono del tè nella tenda dei nomadi!” Così ho fatto il tè, ho preso le tazze migliori, sono andata velocemente alla tenda e mi sono impigliata da qualche parte nella tenda. Mi sono seduta in silenzio dietro le due Santità, il Dalai Lama e il mio prezioso Maestro Namkhai Norbu Rinpoche, vestito con il suo abito migliore. Foto Riccardo Dessole, 1990

Voglio tornare all’immagine dello Stupa che contiene  i preziosi resti del nostro Maestro di cui ho parlato all’inizio: tutti i giorni penso alla completa resa di Chögyal Namkhai Norbu che in quanto Buddha riflette le mia personali possibilità e mi insegna ad allungarmi un po’ di più ogni giorno. Mi sono arresa al mondo di esseri, vittoriosa come una figlia di un Buddha e soffice come il più morbido dei cashmere? Mi dedico costantemente a tutti gli esseri senzienti come l’esempio che mi ha mostrato il mio Maestro? Sono queste le domande che mi faccio ogni giorno e ci sono giorni che incontro veramente il mio perfetto Maestro. Magnifico!

Karin Koppensteiner è nata a Vienna in Austria nel 1955. Ha studiato regia e giornalismo. Ha incontrato Chögyal Namkhai Norbu nel 1982. Dal 1986 non ha mai smesso di lavorare per la Comunità Internazionale Dzogchen. Karin è sposata, vive in Svizzera dal 1996 lavorando come artista, scrittrice e traduttrice. A novembre è stato pubbicato in tedesco il suo ultimo libro, ‘Bonsai’.

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