Cos’è lo Dzogchen? .

Un estratto da EVOLVERSI secondo l’insegnamento Dzogchen, Chögyal Namkhai Norbu a cura di Alfredo Colitto, Shang Shung Publications, 2018.

Quando sono arrivato per la prima volta in Italia, tanti anni fa, nessuno sapeva cosa fosse lo Dzogchen, a eccezione di alcuni professori che scrivevano articoli in cui si leggeva, ad esempio: “In Tibet esistono varie correnti di buddhismo, tra cui una chiamata Dzogchen.” Al giorno d’oggi lo Dzogchen sta diventando sempre più noto nel mondo occidentale. Ciò nonostante, le persone che sentono o leggono questo nome per la prima volta, pensano: “Oh, deve trattarsi di una filosofia orientale.”

Potete considerarlo una filosofia, una religione o una via spirituale, se volete, ma non è così. È importante comprendere che lo Dzogchen non è una scuola o una tradizione. Lo Dzogchen è la nostra vera natura, una potenzialità che tutti noi abbiamo. È una conoscenza molto antica che è stata trasmessa e insegnata dalla notte dei tempi. La via che insegna i metodi per scoprire quella potenzialità e usarla nella vita quotidiana si chiama insegnamento Dzogchen. Seguendo questo insegnamento noi possiamo scoprire la nostra vera natura che è perfezione (dzog) totale (chen).

È un insegnamento elevato, ma elevato non vuol dire per forza complicato. Lo Dzogchen può essere molto semplice. Perché? Perché è basato sull’esperienza, più che sullo studio. Il maestro spiega le cose essenziali e ci introduce alla nostra vera condizione, e quando noi la scopriamo attraverso l’esperienza abbiamo quella conoscenza.

Questo è molto utile anche da un punto di vista pratico: se conosciamo la nostra condizione reale, riusciamo a superare tutti i conflitti e i problemi che abbiamo e a conoscere un po’ meglio noi stessi. Ecco che cosa può darci l’insegnamento che io insegno da più di quarant’anni.

Lo Dzogchen e la cultura orientale

Ogni insegnamento viene trasmesso attraverso la cultura e la conoscenza degli esseri umani. Ma è importante non confondere una cultura, o una tradizione, con l’insegnamento stesso, perché l’essenza dell’insegnamento è la conoscenza della natura dell’individuo.

Se una persona non sa comprendere il vero senso di un insegnamento attraverso la propria cultura, può creare confusione. A volte gli occidentali vanno in India o in Nepal per ricevere iniziazioni e insegnamenti dai maestri tibetani che vivono là, magari in qualche monastero. Restano affascinati dall’atmosfera esotica, dalle “vibrazioni” spirituali e, dopo alcuni mesi, quando tornano a casa, si sentono diversi dagli altri. A volte si vestono in modo diverso, mangiano cibo tibetano, adottano comportamenti particolari e pensano che tutto ciò faccia parte della via spirituale.

Ma la verità è che per praticare un insegnamento che arriva dal Tibet non c’è bisogno di diventare come i tibetani. Al contrario, è importantissimo per i praticanti integrare l’insegnamento nella propria cultura in modo da renderlo vivo interiormente.

Spesso gli occidentali, quando si avvicinano agli insegnamenti orientali, credono che la loro cultura non abbia valore. È un atteggiamento errato perché ogni cultura ha il valore che le deriva dall’ambiente e dalle circostanze in cui è sorta. Nessuna cultura può essere definita migliore di un’altra. Per questo motivo è inutile trasportare regole e costumi in un ambiente culturale diverso da quello d’origine.

Dzogchen e religione

Gli esseri umani hanno creato diverse culture, filosofie e religioni, in tempi e luoghi diversi. Chi è interessato all’insegnamento Dzogchen deve esserne consapevole e deve sapere come lavorare con culture diverse, senza lasciarsi condizionare dalle forme esteriori.

Per esempio, qualcuno potrebbe pensare che per praticare lo Dzogchen sia necessario convertirsi al Buddhismo o al Bön perché lo Dzogchen si è diffuso attraverso queste due tradizioni religiose. Questo mostra quanto sia limitato il nostro modo di pensare. Se decidiamo di seguire una via spirituale, siamo convinti di dover cambiare qualcosa: il modo di vestire, il cibo, il comportamento e così via. Ma per praticare l’insegnamento Dzogchen non c’è nessun bisogno di aderire a una dottrina religiosa, di entrare in un ordine monastico o di accettare ciecamente alcuni principi, diventando uno “dzogchenista”. Al contrario, tutte queste cose possono creare grossi ostacoli alla vera conoscenza. Monaci e monache possono praticare lo Dzogchen senza dover rinunciare ai loro voti, proprio come può farlo un prete cattolico, un impiegato, un operaio, senza dover abbandonare il loro ruolo nella società, perché lo Dzogchen non cambia le persone dall’esterno, ma le risveglia dall’interno.

Lo Dzogchen non è una scuola, una setta, un sistema religioso. È uno stato di conoscenza che i maestri trasmettono al di là dei limiti di scuole o tradizioni monastiche. Nel lignaggio dell’insegnamento Dzogchen si trovano maestri provenienti da ogni classe sociale: contadini, nomadi, nobili, monaci e grandi figure religiose di ogni tradizione o setta spirituale. Una persona realmente interessata a questi insegnamenti deve comprenderne il principio fondamentale senza lasciarsi condizionare dai limiti di una tradizione.

Come accedere alla via

Gli studenti interessati a scoprire la loro vera natura seguono un maestro che ne possieda la conoscenza. Nello Dzogchen è indispensabile ricevere da un maestro qualificato quella che noi chiamiamo introduzione diretta, o trasmissione diretta. Ma di questo parleremo più tardi.

Lo Dzogchen è relativo al livello fisico, all’energia e alla mente, perché noi abbiamo questi tre aspetti. Perciò, quando veniamo introdotti a tale conoscenza da qualcuno che ne ha realizzato la potenzialità, la scopriamo non in modo intellettuale, ma attraverso l’esperienza diretta. Se scopriamo la nostra vera
condizione e come restarci, possiamo liberarci da tutti i nostri problemi. Ma in generale non ne siamo consapevoli, non sappiamo neppure che c’è qualcosa da scoprire.

Scoprire e credere

Scoprire e credere sono due cose diverse. Per esempio, potete dire: “Quel tizio è un esperto, mi piace il modo in cui spiega, credo a ciò che dice”. E forse ci credete quest’anno. Ma l’anno prossimo magari conoscete una persona ancora più esperta e decidete di seguire i suoi insegnamenti, anche se sono diversi da quelli in cui credevate prima. Questo significa che la vostra convinzione non è stabile, può cambiare in qualsiasi momento. Ma se scoprite qualcosa per esperienza diretta, a quel punto non c’è nulla da cambiare.

Non è difficile capirlo. Ad esempio, sappiamo che lo zucchero e le caramelle sono dolci e non abbiamo bisogno di libri che ci spieghino la teoria della dolcezza. Perché? Perché il sapore dolce l’abbiamo già scoperto attraverso l’esperienza. In generale, anche se sappiamo qualcosa a livello intellettuale, siamo curiosi e vogliamo avere un’esperienza concreta. Se dite a un bambino piccolo: “Non avvicinarti al fuoco, altrimenti ti scotti,” il bambino non sa di che cosa state parlando, vuole farne l’esperienza. Così un giorno, mentre non lo sorvegliate, si avvicina al fuoco, tocca qualcosa e scopre che il calore può essere doloroso. Dopodiché non scorda più quella conoscenza.

Nell’insegnamento Dzogchen applichiamo lo stesso principio. Il maestro non spiega le cose chiedendovi di credere alle sue parole. Naturalmente, se ci credete va benissimo, la fede e le convinzioni possono essere potenti, lo sappiamo. I sistemi religiosi sono basati sulla fede, ma il principio dell’insegnamento Dzogchen non è tanto credere a ciò che dice il maestro quanto scoprire personalmente la nostra vera natura. Un maestro può aiutarci a capire, per esempio, spiegando che in questa realtà relativa abbiamo tre livelli di esistenza che chiamiamo anche le “tre porte”: il corpo, l’energia e la mente. Possiamo anche studiare queste nozioni, ma è necessario scoprirle attraverso l’esperienza personale.

Comprensione diretta e comprensione intellettuale

Quando vogliamo comprendere qualcosa, ci chiediamo: “Perché è così?” Poi troviamo una giustificazione: “Forse è così per questa o quella ragione.” Ci pensiamo su ancora un po’ e alla fine decidiamo: “Sì, dev’essere così.” Questa si chiama comprensione intellettuale. Ma nel caso della nostra condizione reale non funziona perché manca l’esperienza diretta. Se non abbiamo un’esperienza diretta, possiamo dire: “Sì, la nostra vera condizione è così,” ma domani o la prossima settimana possiamo cambiare idea, e questo significa che abbiamo solo una comprensione intellettuale.

Per esempio, io vi mostro i miei occhiali da sole e voi vedete che le lenti sono scure. Non avete nessun dubbio al riguardo perché li percepite direttamente con i vostri occhi. Ora, supponiamo che io vi dica: “Per favore, cambiate idea, in questi occhiali le lenti non sono scure, sono gialle.” Come potete farlo? Come potete cambiare idea su una cosa che state vedendo? È impossibile. La conoscenza diretta che
ottenete attraverso l’esperienza non è modificabile.

Ma se io non vi mostro nulla e vi dico solo: “Una volta avevo degli occhiali da sole scuri,” voi pensate: “Oh, una volta lui aveva degli occhiali da sole scuri.” Ma poco dopo io vi dico: “Scusate, non è così, gli occhiali da sole che avevo erano gialli, non scuri.” A quel punto voi immediatamente cambiate idea: “Va bene, ha detto che erano scuri ma si è sbagliato, ora so che i suoi occhiali da sole erano gialli”. Perché potete cambiare idea così facilmente? Perché non avete avuto una percezione diretta di quegli occhiali.

Questa, vedete, è la differenza fra scoprire qualcosa con l’esperienza o solo con la mente. La logica ha un valore molto, molto relativo.

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