Il Tibet di Chögyal Namkhai Norbu – Part 4

Da Galenteen alla valle Lhalung

Il cespuglio di rosa canina in fiore vicino ai resti della casa natale di Chögyal Namkhai Norbu

Il mattino scelto per la partenza verso il luogo del celebre terma scoperto da Khyentse presso la roccia di Yedzong, era nuvoloso e prometteva pioggia. Sotto alla casa era già arrivato a prelevarci un gruppo di monaci e laici tra i quali molti dei cavalieri che avevano vinto le corse di galoppo. Dovevamo prendere la direzione nord verso la regione dello Qinghai e Rimpoche venne fatto salire su un cavallo dalle bardature eleganti mentre a me ne verrà offerto più d’uno lungo il tragitto, in una gara tra i nostri accompagnatori per dimostrarmi la supremazia delle loro cavalcature. A un trivio di mulattiere vedemmo per la prima volta la cima della montagna formata da una grande pietra bianca circondata di abeti dove si dice visse a lungo Lhalung Palgy Dorje, di fronte a un’altra vetta più bassa dove si recava spesso in ritiro lo zio Khyentse. Il maestro mi disse che erano luoghi sacri dell’azione di numerose divinità e avrebbe voluto costruire alla base di entrambe due residenze per i ritiri spirituali. Lungo il fiume vedemmo gruppi di cercatori d’oro cinesi che continuavano a rastrellare la sabbia sotto una pioggia che si fece incessante e ci fermammo a mangiare sotto una delle tende di un accampamento dei nomadi che nonostante l’acqua era riuscita ad accendere diversi bracieri per il cibo e il sang in onore del lama.

Attraversammo a cavallo parecchi fiumi e torrenti dove seguii i consigli del maestro di non sbilanciarmi e mantenere la presenza dell’acqua che scorre a valle per evitare un capitombolo. Dopo sette ore raggiungemmo la prima mèta, ai piedi della roccia sacra chiamata Yedzog o Badzong in una piccola valle nascosta da alcuni rilievi e nota come “Montagna del cappello interno”, dove un sogno delle dakini condusse Khyentse Wangchuk a scoprire il terma contenuto dentro un oggetto dalla forma di “uovo di gru” nascosto nelle rocce in un punto piuttosto alto. Rimpoche aveva partecipato nel lontano 1951 alla spedizione per il ritrovamento, dopo aver saputo dalla bocca dello zio i dettagli dei sogni (descritti nella biografia de La Lampada) e insistito per andarci insieme. Anche il nostro gruppo fu accompagnato da centinaia di persone che affollarono quel 15 di giugno la valle alla base della roccia, un’intera giornata di cavallo da Galen.

I monaci prepararono il nostro accampamento sotto la pioggia e fu difficile vedere la forma delle cime delle montagne proprio sopra di noi. Fummo ospitati nel frattempo dentro le tende dei nomadi circondate da mandrie muggenti di yak e monaci ai quali il maestro insegno’ i rituali che avrebbe eseguito il giorno dopo nel luogo del terma. A sera la nostra tenda fu pronta e potemmo dormire, nonostante la tempesta incessante, sui giacigli di frasche che isolavano dal suolo bagnato i nostri materassi fatti con i tappeti delle selle. Provavo un senso di enorme gratitudine per quell’ospitalità e la calda giacca di pecora di cui si era privato uno di loro. Dissi al maestro che avevo pena per i nostri accompagnatori sdraiati sulla nuda terra all’ingresso della tenda con un solo tappeto e una coperta. Rimpoche disse che si trattava di gente molto forte e devota e che sarebbero rimasti tutta la notte a proteggerci dai cani e dagli animali selvaggi.

Mi spiegò quella sera che sopra di noi, come vedro’ meglio con la luce del giorno, c’era una grotta visitata e “potenziata” da Guru Rimpoche (Padmasambava) e – di fronte – il luogo del terma indicato dalle dakini a suo zio nel sogno come il Palazzo delle Tre radici. Disse che aveva nella parte superiore la forma di una lettera A tibetana e all’interno una striscia di roccia bianca luminosa dove era celato il contenitore con cinque cicli di istruzioni segrete.

Ignoravo in gran parte il significato profondo di quelle informazioni ma chiesi al maestro come potevo connettermi all’energia di quei luoghi, e predisporre la mia mente a percepirne la natura divina. Mi disse di rilassarmi e restare all’ascolto in silenzio lasciando i pensieri svanire da dove vengono. Come ho già scritto nel primo resoconto del viaggio, restai in una veglia vigile dove ogni suono sembrava trasformarsi in mantra: la pioggia che batteva sulla tela della tenda e sul terreno molle, lo scorrere del fiume sotto di noi, i tuoni lontani, i campanelli dei cavalli legati e quelli liberi nel pascolo, il respiro regolare del maestro che si era addormentato e quella notte sogno’ – come mi disse – l’”energia delle guardie locali”.
Al mattino la pioggia era cessata e il maestro, dopo aver scritto due pagine di appunti sul sogno del quale non mi parlo’ come solitamente fece in altre occasioni, salì con un gruppo dei nostri accompagnatori nel punto più vicino alla roccia dove suo zio scoprì il terma di Yedzong. Nei miei appunti parlo della mia tristezza per aver già perso quel frammento di stato contemplativo seguito al consiglio di Rimpoche. La magia della notte era passata e una pioggia fitta batteva sulla tenda dove ero rimasto da solo a osservare i miei pensieri. A farmi uscire all’aperto fu l’odore sempre inebriante del sang e il suono di corni cimbali e tamburi che annunciavano alle “guardie” locali l’arrivo del maestro nel luogo del terma scoperto 37 anni prima da suo zio alla presenza di una multitudine di tibetani. La voce della presenza di Rimpoche, che in quel momento si trovava all’altezza della grotta circondata di bandierine tibetane sotto al luogo terma, si era sparsa negli accampamenti di tende nomadi del circondario e molti giunsero anche quel giorno piovoso di giugno. Conoscevano la fama del luogo e il ruolo che ebbe nel ritrovamento un Norbu 13enne, entusiasta di poter partecipare a una spedizione così importante con il venerato fratello di sua madre. Lo zio gli aveva mostrato anche i rotoli con le sillabe ricevute in sogno, le stesse ritrovate dentro la roccia nel contenitore lucente e ovale dove era preservato il testo che successivamente svanì. La scomparsa avvenne nel piccolo altare dentro la stanza del Khyentse, la stessa dove avevo dormito molte notti, ignaro dei fatti, in un lettino di fianco a Rimpoche. “Mio zio disse che furono le dakini a decidere di non rivelare il contenuto perché i tempi non erano maturi e c’era troppa turbolenza nell’energia dei luoghi e della gente”.

La mattina della prevista partenza per la grotta dove visse in ritiro Lhalun Palgyi Dorje sembrava addirittura più piovosa delle precedenti ed ero un po’ preoccupato. Rimpoche prese allora le due pagine di appunti scritte all’alba e condusse da solo con il supporto di un monaco un rito alle “guardie” locali, le stesse sognate evidentemente la notte precedente. Quando al termine diede l’ordine alla carovana di procedere la pioggia non era ancora finita e il maestro decise di non raggiungere la vetta di Lhalung, ma promise che avremmo visto presto un altro luogo speciale. C’era solo il problema di un cavallo che aveva una pietra nello zoccolo e assistemmo alla delicata opera di estrazione con un coltello mentre l’animale veniva legato per non farlo muovere. “I nomadi amano i loro cavalli come membri della famiglia” commento’ il maestro.

Il cavallo con una pietra nello zoccolo nella valle di Lhalung

Finalmente il tempo miglioro’ e attraversammo un panorama di boschi incantato e pieno di odori intensi di piante selvatiche finché i cavalli non presero a correre attratti dalla vasta pianura che cominciava a distendersi davanti a noi. Era la Valle di Lhalung dove gli antichi re del Derghe fino ai tempi della rivoluzione venivano a passare i mesi d’estate attratti dalla sua rara bellezza e dalle gare equestri senza paragoni. “Il posto più bello del regno”, disse uno di loro, come mi racconto’ Rimpoche. Quattro o cinque giovani si esibirono in una gara cavalcando le loro bestie a pelo con acrobazie degne di stupire chiunque. Dormimmo in una tenda a ridosso del bosco e dopo la visita a una famiglia che offrì la colazione, Rimpoche recito’ dei mantra alla base delle rocce che stavamo per scalare attraverso un terreno fangoso e sotto una pioggia più leggera ma insistente. Giunti in cima il sole apparve tra le nuvole e illumino’ la valle sacra di Lhalung e – davanti a noi ben visibile – la montagna di Lhalung Palgyi in cima alla quale c’era un grande abete circondato da un prato fiorito come l’intera distesa d’erba più sotto.

Al ritorno in discesa i cavalli scivolavano nel fango e il sentiero era stretto, notammo attorno una pianta di rabarbaro e un prato di erbe regpà – se ho trascritto bene – un incrocio tra cipolla e aglio. Qui Rimpoche indico’ uno dei luoghi di ritiro perché – disse – vi aveva scoperto i resti di un tempio Bon con dei mantra scolpiti, e avrebbe voluto permettere a dei monaci di questa importante religione pre-buddhista di praticare i loro “protettori”, che sono stati in gran parte integrati da maestri come Padmasambava e i suoi discepoli nel pantheon del buddhismo Vajrayana.

Nelle istruzioni che mi detto’ quel giorno – riportate in dettaglio nel libretto “In Tibet” pubblicato al termine del viaggio – c’erano alcune indicazioni storiche e mistiche sul luogo noto come Paese di Suko nella Valle del Su (potrebbero essere solo trascrizioni fonetiche), a un’altezza di 3800 metri. L’intera regione – disse – era nota come Paese Waja, o Continente della stirpe Waja, al cui centro si trovava Galen. La montagna dove si rifugio’ Lhalung Palgyi dopo l’assassinio del re era consacrata a Vajrapani, la divinità originaria, a Manjushri e Vajrapani nelle loro manifestazioni pacifiche e feroci. In una grotta di questo rilievo lo yogi ottenne il corpo di luce, lo stesso luogo dove Khyentse Wangchuck scoprì l’immagine di Vajrapani che – dopo la scomparsa del terma di Yedzong – dono’ per sicurezza al nipote Norbu.

Madre e figlio nomadi nella valle del Lhalung

Altri rilievi e valli più piccole attorno a noi avevano nomi esotici come le due principali, la Valle del Sole e la Valle del Cielo. Una era chiamata “la foresta delle sentinelle” dalla forma triangolare “di un’aquila che plana”, un’altra la “Montagna della Valle del cielo” formata da piccoli sassi rotondi, un’altra più semplicemente “Il Belvedere”, la cui forma – mi fece scrivere il maestro – “rappresenta l’ottenimento dell’azione di potere” e vorrebbe costruire qui un collegio di studi e pratica da chiamare Odzel o della Luce raggiante per 25 persone. Presso i ruscelli dove l’acqua fredda si unisce alle sorgenti calde del sottosuolo Rimpoche pensa di finanziare una turbina per fornire elettricità al collegio e ai nomadi così che non geli d’inverno, una delle varie opere pubbliche che nella sua idea integreranno scuole religiose e classi per i figli dei pastori. “Ora crescono come alberi”, disse il maestro, “senza alcuna educazione”.

Negli appunti i progetti trascritti sono molti e non so quanti abbiano trovato realizzazione visti i limiti d’intervento imposti dalle autorità specialmente nei momenti di maggiore tensione politica. Nella Valle del Sole ad esempio il maestro voleva creare una casa di ritiro per 4 soli praticanti dello dzogchen da istruire alle pratiche del trechod e todgal in quel luogo solitario e generalmente assolato dove abbondano acqua e legna. Vicino all’eremo dove lo zio pratico’ le manifestazioni pacifiche e feroci avrebbe voluto creare un altro luogo di ritiro per altri 4 praticanti del chod, mentre vicino alla residenza estiva dei re pensava di riaprire un monastero di monache già esistente ai tempi di Lhalun Palgyi e ormai completamente distrutto. Tutte le nuove strutture avrebbero dovuto far parte – spiego’ – del Collegio di pratica disseminato ai margini della “Valle più bella del Derghe”.

Rientrammo a Galenteen completamete bagnati e senza forze. Dimenticai la candela accesa e mi sveglio’ il bagliore della fiamma che sfrigolava nella cera squagliata. “Candele cinesi” commento’ Rimpoche prima di addormentarsi. Al mattino mi recai a lavare i nostri panni nel fiume e al ritorno trovai centinaia di piccoli nastri preparati dal maestro che era già intento a riparare il namkha di un nomade che si era rotto. Restai a osservarlo a lungo per la maestria con cui muoveva sempre le mani finché non giunsero, per chiedere uno di questi nastri di “protezione”, due boss funzionari locali che offrirono una donazione di 10 yuan, circa un dollaro e mezzo.

Il mattino successivo, era il 20 giugno, Rimpoche si fece portare carta e penna e scrisse senza interruzione un’invocazione a Lhalung Palgyi Dorje e la storia del monastero di Galen come l’aveva ricevuto più volte in sogno durante il viaggio, prima ancora di entrare nel territorio del Tibet.

Fu dopo l’iniziazione di Avalokitesvara della quale ho già parlato che partimmo per un’altra spedizione importante alle origini del lignaggio di famiglie che hanno fatto la storia di queste regioni fin da tempi remoti. Stavamo per recarci nella loro culla, l’antico regno dei Wagmo dove ebbe i natali il maestro discendente da uno dei rami di questa stirpe aristcratica, in una località nota come Geug. Ma prima devo introdurre persone e luoghi, sempre grazie a La Lampada e alla biografia del maestro su Ugyen Tendzin, a sua volta vissuto in lunghi ritiri negli stessi eremi e grotte di Lhalungar.

Il continente degli Wango

La parola Wa di Wangpo e Wangchuk, nel dialetto locale significa “la gobba” (notai divertito l’analogia col soprannome dato a tutti i parenti del mio nonno materno di “paggioni”) e derivava dal nome dato al rampollo di una famiglia chiamata Wamgo Tsan originaria di un piccolo borgo – dove poi sorse Geug – con tre sole persone, una coppia e la loro figlia che coltivavano la terra e allevavano capre. E’ una storia lunga raccontata ne La Lampada ma per farla breve dalla figlia nacque un bambino dalle doti di forza e intelligenza sovrannaturali, tanto che lo chiamarono Wamgo figlio divino. Aveva una piccola gobba sulla nuca e venne mitizzato per aver sconfitto armate tibetane nemiche e mongoli, ottenendo in dono dai re del Derghe la valle di Geug per sé e i suoi discendenti, pratica interrotta dall’occupazione cinese.

È tra questi eredi degli Wamgo che nacque – come predetto prima di morire da Chokyi Wangpo – lo zio Khyentse, nella stessa valle nascosta tra le vette della catena di monti a strapiombo sul fiume Yangtse che fu culla di numerosi maestri compreso Namkhai Norbu. Quando giunse il giorno della partenza per il villaggio di Geug il maestro era ancora indisposto con i postumi dell’influenza che lo avevano tenuto chiuso parecchi giorni nella stanza di Galenteen, mitigata da una cerimonia del sang per le “guardie” locali che condusse lui stesso. Disse che molte negatività del passato ancora pesavano su tutta quell’area, dove perfino famiglie di devoti furono impossessate di fervore rivoluzionario e costrinsero lo zio Khyentse – che accetto’ senza battere ciglio – e la sua sorella maggiore Jamyang Chodron, una rinomata poetessa allevata alla corte del re, discepola come visto di Khyentse Wangchuck e altri grandi maestri, a torture come dover bere l’urina dei “rivoluzionari”. Jamyang passo’ 20 anni in gran parte a lavori forzati e routine di pulizia delle celle in condizioni indicibili tra il ’59 e il ’79 (Rimpoche la incontrerà credo nel 1982 raccogliendo sue sconvolgenti testimonianze riferite ne La Lampada). Invece Sonam Palmo – mi racc0nto’ il maestro – “era stata più fortunata perché le avevano assegnato maiali e polli da allevare e ne moltiplico’ in quantità soddisfaccnti per i cinesi, che in cambio le fecero la vita meno dura”. Anche a Lhasa dove si trasferì anni dopo le sue rendite venivano dagli allevamenti, in particolare di mucche.

Chögyal Namkhai Norbu con le sue due sorelle (a destra) a Ralung sulla strada per il Monte Kailash nel 1988. Foto di Brian Beresford

Un giorno Rimpoche mi indico’ tra gli abitanti che si affollavano attorno alla casa due anziane che si tenevano a distanza e sembravano non avere il coraggio di avvicinarsi. Riconobbi le donne che spesso mi seguivano durante le passeggiate e meditazioni attorno al luogo dove la gente del posto aveva raccolto una gran quantità di pietre scolpite con figure di maestri e divinità tra le quali sventolavano lungta scolorite dal vento. Un giorno – dopo molti tentativi precedenti e timorosi – si avvicinarono così tanto che toccai le loro teste per allontanarle e raccontai l’episodio al maestro che non ne fu affatto contento. “Quelle donne così pie furono due delle peggiori aguzzine tra gli attivisti. Avevano ricevuto numerosi insegnamenti e iniziazioni da mio zio, poi lo perseguitarono per salvare sé stesse e fecero lo stesso con molti altri praticanti. Mia sorella fu uno di loro, e non accetto’ di perdonarle quando anni dopo torno’ a Galenteen e le trovo’ imploranti ed emarginate dall’intera comunità”. “Sanno che a me non possono avvicinarsi – aggiunse – Noi non possiamo fare niente per loro perché non si cambia con un nostro perdono il karma di aver infranto in questo modo il rapporto sacro di samaya col proprio maestro. Non credo che serva niente se tu tocchi la testa, solo a farle credere che in qualche modo hanno avuto un contatto con qualcuno della famiglia delle loro vittime”. Fu uno dei pochi rimbrotti diretti che ho ricevuto, ma ho conosciuto abbastanza il volto severo di Rimpoche da non invidiare Fabio Andrico, suo più assiduo accompagnatore in giro per il mondo. Va da sé che si tratto’ soprattutto di prove di presenza al cospetto di un maestro di vita esigente con i suoi studenti come con i suoi stessi figli.

Spedizione da Galenteen a Geug (Gheogh)

Gheug. Cortesia del MACO, 2016

Fui dispiaciuto che Rimpoche non fosse con noi nel gruppo dei parenti in visita ai familiari superstiti di Geug, ormai semi-isolati dal resto del mondo. L’influenza era riaffiorata e gli fu consigliato di accettare l’ospitalità e le cure dei suoi familiari nella valle subito al di là del fiume Yangtse, in territorio del Tibet centrale. Dopo un trasferimento in auto fino al confine tra Tibet orientale e Tibet centrale il maestro proseguì quindi assieme a Phuntsok oltre il ponte sul grande fiume in quel tratto non ancora al massimo dell’estensione che avrà più a valle. Sarà Sonam Palmo a guidare me e la carovana di parenti e conoscenti saliti a piedi o a dorso di cavalli e muli lungo ripidi sentieri pietrosi che ci porterà – senza di lui – al suo villaggio d’origine. Appena scesi di cavallo Sonam Palmo mi tenne le mani senza parole se non quelle dei suoi sentimenti di nostalgia più volte manifestati nell’emozionante immersione nei luoghi della propria infanzia e di quella del fratello tulku. Furono anche per me due giorni intensi di meraviglia e tristezza in quell’avamposto umano abbarbicato sulla montagna con una storia così ricca di figure ormai leggendarie anche se realmente esistite e di miracoli raccontati di bocca in bocca, fino all’epoca di quelle tragedie che furono l’occupazione e la follia della rivoluzione culturale.

Ormai prossimi al villaggio Sonam Palmo mi indico’ una roccia arrotondata come un cranio bianco spuntato tra boschi di abeti che non avevano conosciuto ancora le motoseghe cinesi e formavano una massa scura e uniforme alla base della vetta. La gente del posto riponeva incrollabile devozione in quel posto della “guardia” Godrang e Sonam lancio’ assieme agli altri del nostro gruppo sciarpe augurali gridando invocazioni prima di riprendere il cammino con i cavalli sempre più stanchi. Mi offrii di proseguire a piedi visto che ero il più pesante di tutti, ma non potei percorrere che poche centinaia di metri per via dell’altitudine superiore a quella di Galenteen che rendeva la salita ancora più impervia.

Gheug. Cortesia del MACO, 2016

Giunti poco prima del borgo Sonam Palmo fece fermare i cavalli per indicarmi un posto particolare, certa che potevo capire. “Rimpoche” si limito’ a dire indicando sé stessa e con la mano a circolo l’ampio perimetro con poche pietre rimaste di quella che era la loro casa di famiglia, nota nella zona come la casa dei Norsang. Erano ancora visibili tratti di muro non più alti di venti centimetri e ovunque l’erba da pascolo li ricopriva. C’erano due ruderi con i mattoni più alti, davanti a uno di questi Sonam Palmo mi fece capire prostrandosi che era il luogo esatto dove la loro madre Yeshe Chodron aveva dato alla luce il piccolo tulku. “Rimpoche” disse ancora Sonam Palmo facendo il gesto del cullare un bebè. Poi si asciugo’ una lacrima di commozione e prese dal taschino della chugkpa una scatolina di tabacco che amava sniffare, una volta tanto senza i rimbrotti del fratello che la disapprovava.

Incontrammo numerosi eredi delle famiglie che videro nascere il maestro e ricordavano le storie delle nascite miracolose dello zio e del suo predecessore Chokyi Wangpo, tutti collegati al lato materno del lignaggio. Ma erano ancora in vita i testimoni dell’arrivo a Geug dello zio paterno Togden Ugyen con l’annuncio che quel bambino era la reincarnazione del suo maestro Adzam Drugpa, morto un anno e mezzo prima lasciando indicazioni che corrispondevano alle caratteristiche del figlio dei suoi parenti da parte di padre. Drugpa gli era anche apparso in sogno, disse, proprio nella casa dei Norsang, e dopo essersi prostrato il Togden lo vide rimpicciolire nel corpo di Yeshe Chodron. Fu lui – lo yogi passato alla storia per la realizzazione del corpo di arcobaleno – a riferire nelle sue memorie raccolte da Rimpoche la fioritura in quel freddo dicembre della pianta di rosa canina, considerata ancora una vera reliquia dagli abitanti di Geug in gran parte imparentati con i Norsang. Sonam Palmo me la fece notare a ridosso dei resti della ex dimora e potei fotografarla nella sua stagione di fioritura naturale di fine maggio.

Rinpoche e il cugino maggiore di Sonam Palmo di Geug con i suoi nipoti

In una delle poche case del borgo viveva la famiglia estesa dei figli di uno zio che venne ucciso dai burtsonpa fanatici perché era un “latifondista”. Uno di questi cugini del maestro viveva da allora paralizzato con disturbi psichici e non mi fu permesso di visitarlo per timore che si agitasse alla presenza di un estraneo, ma vidi Sonam Palmo tornare dalla visita con gli occhi umidi, come le accadrà spesso in quei giorni che furono per lei un tuffo dentro ricordi straordinari e intensa sofferenza. Con commozione struggente abbraccio’ un altro cugino, un uomo più anziano di lei e malfermo sulle gambe che non vedeva dai giorni terribili della rivoluzione. Con lui – una delle ormai poche persone che ricordavano i giorni della nascita e del riconoscimento da parte dello zio – passeremo molte ore a camminare nei prati fioriti con i suoi nipotini che correvano all’impazzata e poi tornavano di tanto in tanto ad abbracciare le gambe del vecchio nonno posando per la macchina fotografica.
Nella stanza dove eravamo ospiti stesero a terra per noi due stuoie dove passammo la notte e al mattino visitammo la parte alta del villaggio dalla quale si poteva vedere chiaramente la montagna guardiana di Godrang. Il cielo alternava sole e nubi scure e con coincidenza sospetta l’acqua scendeva con grossi chicchi di grandine ogni volta che per fotografarla tiravo fuori la videocamera affidatami dal maestro, finché a un certo punto Sonam Palmo mi fece segno di offrire il mio rispetto e chiudere la camera in borsa. La pioggia pesante cesso’.
Rimpoché lascio’ Geug già all’età di 5 anni dopo essere stato riconosciuto da molti altri maestri tra i quali il Karmapa che lo ritenne una delle tre incarnazioni del Dharmaraja bhutanese, (lo Shabdrung). Ando’ a studiare nel castello del re di Derghe che gli impedì di andare in Bhutan per i rischi che poteva correre in un paese dove la “guerra dei tulku” e la situazione politica potevano assumere risvolti pericolosi, visto che due predecessori erano già stati uccisi in passato. Anche la famiglia si trasferì presto a valle poco al di là del fiume Yangtse che a quel tempo divideva – a est del Fiume Azzurro – la parte sotto controllo cinese da quella occidentale rimasta sotto l’amministrazione tibetana di Lhasa, quindi del Dalai lama. E’ qui, nel villaggio di Kuanto’ (spelling fonetico) che ci riunimmo con il maestro e Puntsok, rimasta ad assisterlo e curarlo assieme agli altri parenti da una fortissima tosse ormai quasi passata.
Si concludono così le due parti del viaggio dedicate ai maestri che furono anche parenti di Norbu Rimpoche. Addentrandoci a cavallo nelle valli prive di strade percorribili in direzione del capoluogo Qamdo o Chamdo (dentro la cosiddetta “Regione autonoma”) deviammo ancora più all’interno verso il villaggio di Changchub Dorje a Khamdogar. Spero di potere presto descrivere questa esperienza che mi porto’ a conoscere la comunità di contadini-yogi creata dal maestro del maestro del quale vidi il corpo conservato sotto sale prima della consacrazione degli stupa che conterranno le reliquie. Qui mi limitero’ a trascrivere un passo da uno dei canti poetici più belli composti da Rimpoche per quei discepoli del suo guru radice, praticanti dalle conoscenze già profonde dello dzogchen.

“L’esperienza è come il fiore d’estate nella pianura;
non lasciarti ingannare da bellezza e colore.
Ogni cosa è retta dall’umido calore,
simile allo stato del rigpa
diverse le forme diversi i colori
unico il calore che tutto governa”.

Possa il racconto di questo viaggio essere di beneficio a chi legge.

Nota del redattore: la poesia è tratta da Advice for Three Students of My Master ed è la terza canzone Advice to Lama Pema Loden, Shang Shung Publications.

Leggere parte 1

Leggere parte 2

Leggere parte 3

 

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