Il Tibet di Chögyal Namkhai Norbu – Parte 10

In questa puntata finale del racconto di Raimondo Bultrini della sua visita al villaggio di Changchub Dorje in Tibet con Chögyal Namkhai Norbu nel 1988, finalmente incontrano il Maestro

Chögyal Namkhai Norbu filma uno degli stupa contenenti reliquie di Changchub Dorje. Per gentile concessione dell’Archivio Merigar.

I Vecchi Discepoli

Al mattino ci svegliamo presto, come al solito. Sonam Palmo e Puntsok si alzano dai loro sacchi a pelo mentre io emergo da un mucchio di coperte che non sempre riescono a proteggermi dal freddo. Invece di uno degli anziani discepoli di Changchub Dorje, questa mattina è una monaca sui quarant’anni a portarci la tsampa con il tè. Ormai ci sono abituato, e ingoio senza difficoltà l’impasto, che tuttora però non so preparare da solo. Subito dopo, la stessa monaca arriva con un catino d’acqua riscaldata in una casa vicina. Con il freddo pungente lavarsi con acqua calda è un vero godimento.

La sera, nelle passeggiate con Rimpoche prima di coricarci, il cielo è quasi sempre libero dalle nuvole e un’armonia particolare regna nell’aria. La solita formazione di stelle si presenta puntuale negli stessi punti, visibili oltre al triangolo di montagne che chiude il villaggio. La luce diffusa di una luna ancora bassa sull’orizzonte delinea i contorni delle rocce dalle forme bizzarre.

Con la torcia spenta, i sensi attenti, respiro a pieni polmoni un’aria leggera e inebriante, come un vino frizzante che stordisce e dà brividi piacevoli. Rimarresti qui per sempre? mi domando. Rinunceresti al caos del tuo mondo per i lunghi giorni di meditazione e questa pace notturna? Forse, ma non posso, adesso non posso. Sono troppo eccitato dall’idea di una città che cambia, nel trambusto di vite disperate, che corrono dietro a sogni di ricchezza, di potere o soltanto di tranquillità, amano mille donne e mille uomini alla ricerca di ideali, sempre impossibili e pronti a svanire, creano milioni di oggetti affascinanti quanto inutili.

Qui non esiste un obiettivo visibile, i sogni non si materializzano subito con la volontà. Nel mio mondo, se voglio correre ho un’auto veloce, se voglio volare un aereo. Qui ho solo le mie gambe e le braccia per lavorare.

Stasera una stella cade mentre passeggio prima di risalire in camera. Mi ritrovo a desiderare una pace interiore profonda, comunicabile a tutti. Qualche anno prima avrei chiesto qualcosa di diverso, qualcosa di molto più pratico. Da oggi osservo e rifletto sugli effetti di una vita dedicata esclusivamente allo spirito. Osservo attentamente i lama e gli yogi eremiti, molti dei quali furono discepoli diretti di Changchub Dorje. Non ne conosco i pensieri, non posso parlare con loro senza la traduzione del maestro Namkhai Norbu.

Il monaco somigliante a Marlon Brando.

Posso però valutarne il carattere dai comportamenti, e da molti altri segni.

Uno è alto e robusto, con un viso da Marlon Brando. Dà un’impressione di forza e solidità interiore. L’aspetto imponente e lo sguardo magnetico ne fanno una figura carismatica. Ho la sensazione che provi verso di me sentimenti contrastanti, nutriti dal dispetto per il mio iniziale rifiuto del cibo. E’ lui infatti uno dei nostri più solerti servitori, ed è strano vedere quest’uomo imponente, che fu uno dei principali discepoli di Changchub Dorje, piegare il capo ogni volta che porge il cibo. La mia impressione è che si sia educato all’umiltà, sull’esempio di Garwang, il quale sembra però esternarla più spontaneamente.

Piccolo e agile è l’anziano religioso con il quale ho tentato di suonare il tamburo nel tempio delle divinità terrifiche. Ha una barba bianca raccolta al mento, un segno che incute rispetto tra i tibetani. Deve possedere qualche talento artistico, perché oltre a insegnarmi il tamburo suona la tromba durante tutte le cerimonie rituali.

Anche i suoi occhi possiedono qualcosa di particolare, come accesi da un fuoco che sembra estendersi a tutto il viso, d’un rosso scuro. Potrebbe essere un praticante del “tummo”, l’energia del calore interno che si sviluppa con anni di allenamento del prana. Ma è più probabile che passi gran parte del suo tempo a suonare là dove l’ho incontrato, nel piccolo tempio in fondo al villaggio.

E’ lui a riempire di note l’aria della valle e la sua frequentazione delle divinità terrifiche deve averlo reso ad un tempo forte e intuitivo. Manifesta infatti un certo distacco apparente, mentre gli occhi brillano di passioni non sopite e trasformate interiormente in fede mistica.

Insieme a lui un giorno incontro un ometto dalla testa completamente lucida. Era sceso un solo giorno dal suo rifugio per la grande cerimonia. Vive abitualmente in una delle grotte vicino al villaggio, dove praticò per molti anni Changchub Dorje. Lo ritrovo durante una delle mie camminate sulla montagna davanti alla porta di legno che chiude la bocca del suo alloggio scavato nella roccia. E il suo luogo di ritiro, e m’invita a visitarlo.

Dimostra subito una grande cordialità, ma i suoi occhi chiari hanno un fondo di tristezza e distacco. Ho paura di disturbarlo in questo suo eremo di roccia, più povero di un rifugio francescano, ma il vecchio insiste. Ha un accenno di sorriso e con le mani giunte mi indica il tappeto.

Il monaco eremita che Raimondo incontra durante una delle sue passeggiate, in piedi davanti alla sua grotta di montagna.

L’interno è completamente scuro, l’arredo inesistente. Distinguo un piccolo altare, una cassapanca, la ciotola del cibo, un sacco di farina d’orzo e il thermos con il quale mi versa il tè al burro. Quando gli occhi si abituano all’oscurità osservo il suo viso di vecchio-bambino, mentre lui tiene timidamente lo sguardo fisso sul pavimento della grotta, coperta da assi di legno grezzo.

Nel dialogo muto credo di sentire il profondo legame tra il vecchio e la montagna, come un figlio nell’utero materno. Questa sua condizione sembra rassicurarlo, ma chissà qual è stato il suo percorso prima di rinchiudersi qui dentro. Finisco di bere il tè e mi guardo intorno. In fondo, ho l’impressione che l’eremita sia anche un custode del luogo, uno dei tanti sparsi nelle mille grotte di questa montagna piena di vita.

Gli yogi delle grotte venuti per la cerimonia con Rinpoche.

I Consigli della pratica

Si avvicina ormai la partenza e tutti i lama, monaci e yogi moltiplicano le loro visite a Namkhai Norbu. Ognuno chiede un consiglio per la propria pratica, come facevano da vivo con Changchub Dorje. Insisto a lungo per conoscere almeno uno dei testi che il lama ha trascritto, e alla fine riesco ad avere una traduzione di alcuni versi dedicati a un Lama da nome Pema Loden, che ho rielaborato in italiano eliminando purtroppo la metrica originale.

“Nell’insegnamento Dzogchen si dice sempre che rispetto al modo di vedere non c’è nulla da stabilire; rispetto alla meditazione, nessun oggetto su cui meditare; e rispetto al comportamento, nessuna condotta da osservare.

Ma, anche se non c’è nulla da stabilire, il modo di vedere dev’essere al di là delle limitazioni; anche se non c’è nulla da meditare, la meditazione dev’essere la non distrazione; anche se non c’è nulla da osservare, il comportamento dev’essere privo di artificiosità: questo è il segreto del modo di vedere, di meditare e di agire. I tre aspetti tawa, gompa, chöpa.

Le diverse esperienze sono come i fiori in una pianura d’estate: non inganna, è vera la bellezza del loro colori; così nella dimensione della pura presenza, che è come il calore e l’umidità, meraviglioso è lo spettacolo dell’unico sapore.

Simile allo stato del rigpa, diverse le forme, diversi i colori, unico il calore che tutto governa.

Per un praticante che vive in questo stato, qualsiasi azione del corpo, della voce o della mente diventa parte della continuità dell’autoliberazione.

Se non è questo il profondo insegnamento Ati, cosa mai può esserlo?”

Namkhai Norbu cita qui il testo di alcuni tantra dello Dzogchen del cosiddetto “ciclo della mente”. Il “modo di vedere” non è il “punto di vista” e non presuppone qualcuno che sta osservando, giudicando. L’origine di tutti i problemi sta proprio nel soggetto che guarda l’oggetto credendolo qualcosa di esterno. Tutti viviamo in questo continuo dualismo e non possiamo farne a meno. Gli occhi guardano fuori, le orecchie recepiscono dall’esterno, le mani toccano, il naso fiuta gli odori. Una mente non allenata è tanto condizionata dai sensi da comportarsi automaticamente nello stesso modo anche durante la meditazione, che richiede una concentrazione su un oggetto esterno, dunque l’azione, lo sforzo di chi medita.

A un maestro di Dzogchen, Yungton Dorjepal, fu chiesto che tipo di meditazione praticasse. “Su che cosa dovrei mai meditare?’ rispose. “Cosi voi praticanti di Dzogchen non meditate?” gli chiesero. E lui rimando: “Quando mai sono distratto dalla contemplazione?’. Il significato della sua risposta sta tutto nella differenza tra gompa, “meditare” e tingzin, “contemplare”. Nel primo caso si presuppone un oggetto su cui meditare o un pensiero da creare. Nella contemplazione invece non c’è distinzione tra soggetto e oggetto, non c’è qualcosa da fare o da creare, ci si trova nella condizione unica e immutabile dell’origine.

L’Incontro con Changchub Dorje

Chögyal Namkhai Norbu filma il cortile della residenza di Changchub Dorje a Nyaglagar nel 1988. Per gentile concessione dell’Archivio Merigar.

Siamo ormai prossimi alla partenza e l’incontro avviene quasi a sorpresa, durante una passeggiata con Namkhai Norbu, Garwang e il lama che somiglia a Marlon Brando. Giunti davanti alla casa di Changchub Dorje, suo nipote apre la porta esterna, la richiude alle sue spalle e ci troviamo nel cortile. La montagna è proprio sopra di noi, il  villaggio ai nostri piedi. Garwang entra per primo nell’appartamento del grande lama e nessuno parla. Sembra quasi un incontro clandestino, e un poco lo è, considerando che gran parte degli abitanti di Nyaglagar non conosce ancora il segreto, celato così a lungo per impedire che lo venissero a sapere le autorità cinesi.

Garwang solleva il coperchio di una delle due casse che sono sul pavimento. E’ molto buio, non riesco a distinguere bene la forma che s’intravvede al suo interno. Quasi non respiro, ora so che quello è il corpo di Changchub Dorje e non ho il coraggio di avvicinarmi troppo.

Garwang sposta con le mani un po’ del sale che riempie la cassa. La testa, alla quale è ancora rimasto attaccato qualche capello, è ormai abbastanza visibile, nonostante l’oscurità. Ho quasi una sensazione di vuoto mentale e per rispetto mi inchino come si usa in Tibet, fino a toccare la cassa con la fronte.

Restiamo tutti in silenzio per un tempo che mi sembra interminabile, poi vedo Garwang prendere dei fili di tessuto della fodera di un vecchio mantello di pelle e consegnarli a Rinpoche, che a sua volta li passa a me consigliandomi di custodirli. “Changchub Dorje – mi dice – ha lasciato l’indicazione di conservare il suo corpo per il beneficio di tutti gli esseri. Ogni cosa che è stata a contatto con lui è carica della sua energia”. Alzo il dono sulla testa ringraziando e torno a osservare quel corpo in penombra. Non avrei mai immaginato di vedere una cosa del genere. E come un cadavere imbalsamato.

La cassa non è molto alta, ma è abitudine di questa praticanti tantrici morire nella posizione detta “del loto”, di meditazione, e il loro corpo con le ultime pratiche rimpicciolisce. Mi torna in mente il suo maestro, Nyagla Pema Duddul, che realizzò il corpo di luce, come Togden, lo zio paterno di Namkhai Norbu che ebbe maestri in comune con Changchub Dorje.

La testa comincia a ronzarmi, Namkhai Norbu e Garwang parlano a bassa voce. Siamo soli nel silenzio di questo reliquiario e finalmente ho l’esatta percezione del grande onore che mi è stato concesso.

Raimondo e i resti di un piccolo tempio abbandonato durante la Rivoluzione Culturale vicino alle grotte degli yogi.

Da sinistra a destra: Uno dei nipoti di Changchub Dorje con una giacca gialla, Phuntsog Wangmo, la sorella di Rinpoche, Sonam Palmo, Karwang e un nipote più giovane di Changchub Dorje.

I Doni della Partenza

Siamo ormai alla vigilia della partenza. La sera, com’è prevedibile, si raccoglie una gran folla nella nostra stanza. E’ il momento dei saluti e dei regali. A Namkhai Norbu vengono offerti una statua, un testo sacro e un campanello, simboli rispettivamente del corpo, della voce e della mente. E’ l’offerta più importante di un discepolo al maestro che lo introduce allo “stato”, ponendo i suoi tre livelli di esistenza al servizio dell’insegnamento ricevuto.

Non mi aspetto dei doni quando – uno alla volta – i nipoti di Changchub Dorje vengono verso di me con medicine, reliquie e soldi. E’ un augurio di buon viaggio, un invito a tornare. Dopo di loro, altri soldi, dai monaci, dai laici, dalle suore. Sono commosso e non ho nulla da donare a mia volta, viaggio solo con i vestiti e il minimo indispensabile.

Penso che l’unico modo per ricambiare sia quello di raccontare un mondo, questo mondo, dove la mia civiltà può trovare ancora valori spirituali dimenticati e luoghi di natura incontaminata. Purtroppo non è l’Eden, perché anche qui la violenza e l’ignoranza degli uomini ha lasciato i suoi segni: i monasteri abbandonati e diroccati, le vittime della Rivoluzione, i bambini senza scuole, la gente senza ospedali né strade di collegamento con le resto del mondo.

Forse l’isolamento serve a preservare, ma deve poterlo decidere chi vuole restare fuori dal mondo, come gli eremiti delle mille grotte. Invece è imposto per legge.

E’ ormai notte fonda. Alla fioca luce di una sola candela Namkhai Norbu scrive gli ultimi consigli di pratica a chi li ha richiesti. C’è un’atmosfera eccitante nell’aria che mi tiene sveglio a osservare la stanza buia, l’altare vicino al letto del lama illuminato dalle lampade al burro. I cani sono come sempre padroni dell’oscurità finché il suono forte, costante del tamburo non spezza i latrati, mandandoli a morire nell’eco di una valle lontana.

Poche ore di sonno, partenza all’alba. L’ultima foto di gruppo è sotto un chorten, prima di attraversare il ponte di legno che porta sulla strada maestra. Siamo già sui cavalli quando più di cento persone compaiono nella piccola radura lungo il fiume. Offrono khatag e ci osservano in silenzio andare via. Da un’altura al di là del fiume un gruppo di ragazzi agita le braccia, mentre, a salutare il lama che parte, qua e là si innalzano le colonne di fumo del sang.

Vorrei imprimermi nella mente ogni roccia, ogni colore. Osservo la nostra carovana variopinta, guidata da giovanissimi Khampa con i capelli lunghi legati da cotoni rossi e neri. Indossano camicie bianche, o all’opposto coloratissime e ogni tanto partono al galoppo per riprendere uno del muli che corre nella direzione sbagliata col suo carico di bagagli.

Ritorno in Derghe – Dimensioni senza Tempo

L’estate è ormai al suo apice e ovunque i prati sono pieni di fiori, soprattutto lungo gli argini del fiume. “È difficile che i cinesi riescano a rovinare questa terra” commentiamo con Namkhai Norbu, scoprendoci a pensare la stessa cosa davanti allo spettacolo della natura intensamente colorata.

Lungo la strada adesso è facile incontrare le tende dei nomadi, ormai accampati nelle valli aperte, senza più paura dei venti gelidi dell’inverno appena trascorso e molte famiglie, amici e conoscenti hanno formato accampamenti comuni con centinaia di yak che pascolano su prati ormai verdissimi. Per due volte, prima di ritrovare la jeep che ci riporterà verso il Sichuan, ci fermiamo per accogliere l’invito dei nomadi. Si mangia carne secca e si beve tè al burro senza parlare.

Osserviamo i volti sorridenti degli adulti, quella curiosi e timidi dei bambini, le loro bestie intorno alle tende. Non c’è, a cadenzare il tempo di queste vite, altro che la luce dell’alba e l’oscurità della sera, ne c’è calendario oltre quello delle stagioni. “Non è forse il concetto del tempo – chiedo a Namkhai Norbu – che separa Oriente e Occidente? Non avremo esagerato con la suddivisione in ore, minuti e secondi?

Rinpoche come spesso in questi casi non risponde. Mi indica un punto invisibile verso la valle, e come per una regia perfetta da chissà dove sale una melodiosa e lentissima canzone tibetana. Resto in silenzio ad ascoltare e stavolta non chiedo niente, nemmeno la traduzione dei testi.

 

Leggi le puntate precedenti:

Video di Chögyal Namkhai Norbu in Tibet 1988

 

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