‘Keeping the Dalai Lama Waiting & Other Stories’

Keeping the Dalai Lama Waiting & Other Stories

An English Woman’s Journey to Becoming a Lama

Shenpen Hookham

Shrimala Publishing 2020

pp. 337

ISBN 9798617593411

Lama Shenpen Hookham è parte di quel piccolo gruppo ristretto di avventurose donne occidentali, che si recarono in India negli anni sessanta, per andare a vivere con i tibetani in esilio, presero i voti da monache, ed eventualmente diventarono insegnanti buddiste a pieno titolo. Come Tsultrim Allione, Tenzin Palmo e un altro paio, anche lei ha una storia straordinaria da raccontare – di una vita vissuta in completa dedizione al dharma, inspirata dall‘accesso senza precedenti che aveva nei confronti di alcuni dei più grandi maestri tibetani di quell‘epoca. Il suo libro di memorie è una testimonianza preziosa di quel periodo, profonda e perspicace per quanto riguarda il buddismo tibetano, e straordinariamente interessante. Una successione di aneddoti di prim‘ordine – il piede calloso che sfonda il soffitto del suo luogo di ritiro una notte, la storia di Lama Phurtze che starnutisce sul vassoio della colazione, il Karmapa e il tamburo giapponese, per nominarne soltanto tre, sono tutte riportate con grande vivacità e arguzia.

Trasmette vividamente l‘ambiente straordinario dei lama. Karma Thinley Rinpoche è eccentrico – dà da mangiare alle lumache, e fa pressione sull‘ambasciata americana per mettere un‘enorme immagine del Buddha sulla luna – ma non per questo meno imponente. “Poteva cambiare improvvisamente, scrive, e si riceveva un‘esplosione di potere, mentre assumeva il ruolo del Budda primordiale.“ Kalu Rinpoche ha una presenza ammaliante,“radiosa, con un sorriso gentile, ma ironico“. Dudjom Rinpoche le parla dolcemente e teneramente,“come se da una diversa dimensione dello spazio“. Prende l‘ordinazione di monaca dal Karmapa stesso, che intuisce il suo più profondo desiderio al primo sguardo, dichiarando spontaneamente: “Al di là della meditazione e della non-meditazione, così potrai aiutare tutti senza sforzo“.

Alla fine, si avvicina più di ogni altro a Bokar Rinpoche, che fresco da un lungo ritiro, ha tempo per aiutarla con la traduzione, e lavorare sulle sue domande. Shenpen non è una donna che da‘ niente per scontato.“Non era per ascoltare questo che ero venuta fino in India“, osserva a proposito degli insegnamenti tradizionali sui reami infernali, e la sua messa in discussione della visione del mondo tibetana e‘ spesso illuminante. È molto brava nel porre l‘enfasi sull‘accumulazione di punya o merito, e sullo sviluppo di tendrel o connessioni propizie. Descrive il modo in cui una fiducia nel karma e nella reincarnazione si insinua in lei, assorbita quasi per osmosi, fino a che non scopre un giorno di aver sviluppato la rinuncia. E condivide con il lettore i suoi primi scorci sulla natura della mente.“È come un uomo forte che lotta con uno più debole,“spiega Bokar, “Eventualmente, l‘uomo forte diventa debole e quello debole forte. Poi è facile.“

Le sue esperienze in India hanno una qualità elevata e provvidenziale. “Il tempo si è fermato,“ scrive del suo arrivo, “e non ha ripreso a scorrere fino a quando non ho messo piede nell‘aeroporto di Heathrow cinque anni e mezzo dopo.“ Un ex-fidanzato generoso la sponsorizza finanziariamente, permettendole di sentirsi completamente libera. Il suo appetito prodigioso per la meditazione solitaria è visto dai tibetani come il risultato di una vita precedente e quasi sin dall‘inizio, i lama – incluso il Karmapa – danno per scontato che tornerà ad insegnare in occidente. Questo senso di destino è forse più acutamente sentito in un misterioso incontro con Thukse Rinpoche, che le chiede quale è il suo nome tibetano.“No, non è questo“, risponde, quando lei glielo dice, “è Shenpen Zangmo.“ Shenpen, che significa “di beneficio agli altri“, è il nome che usa da allora.

Tornata in occidente, le cose non filano cosi‘ lisce. Si trova a dibattersi nella tensione tra il seguire il consiglio dei lama, e lo scoprire la propria autonomia.“Mi ero messa sotto la guida di persone che non sapevano ciò che stavano facendo,“scrive ad un certo punto esasperata, “per cui stava a me arrivarci da sola“ Trova stabilità per un certo periodo come traduttrice di Gendun Rinpoche, nel sud della Francia, ma le esigenze particolari di questo ruolo sono talvolta schiaccianti. Poi quando incontra il suo maestro principale, lo yogi ed erudito Khenpo Tsultrim Gyamtso Rinpoche, le viene detto di lasciare il monacato e tornare alla vita laica. Il suo resoconto di come affronta questa difficile transizione con il suo nuovo guru, è particolarmente sincero e rivelatore.

Sotto la guida di Khenpo Tsultrim, completa un dottorato ad Oxford, uno studio innovativo della filosofia Kagyu sulla Natura di Buddha, pubblicato sotto forma di libro, con il titolo di The Buddha Within (Il Buddha dentro), in un‘epoca in cui gli studi accademici tibetani erano ancora molto dominati dalla visione gelupa di vacuità. È qui che incontra e sposa un altro yogi occidentale, Michael Hookham, che fa un ritiro di tre anni nella sua casa bifamiliare. Inizialmente, lavorano insieme per promuovere una comunità di studenti chiamata la Fondazione Longchen, ma il matrimonio naufraga e lei se ne va per la sua strada e crea la propria organizzazione: The Awakened Heart Sangha.

Quando Shenpen era bambina, il pensiero che sarebbe diventata monaca le giunse d‘improvviso, mentre faceva la verticale nel cortile della scuola. “Sono una vecchia signora ora“ scrive, “che vive in semi-ritiro nella natura selvaggia del Galles nord-occidentale.“ Questo è un libro di dharma straordinario, profondamente riflessivo, originale e divertente, una brillante incapsulazione – nella storia di vita di una donna – dell‘incontro occidentale con il buddismo tibetano, e come ogni buona autobiografia spirituale, è ricco di insegnamenti utili e di ispirazione, non ultimo l‘incredibile esempio, di diligenza ed entusiasmo incrollabile che dimostra per tutto il tempo.

Quando arriviamo all‘ultimo capitolo, Bokar Rinpoche è morto, stroncato improvvisamente all‘età di 64 anni. Shenpen scrive in modo commovente della partecipazione al suo funerale, accompagnato da diversi fenomeni miracolosi, e dove riceve alcune sue reliquie. Anche Khenpo Tsultrim, sebbene ancora irradi un‘incredibile presenza spirituale, sembra essere entrato in uno stato di senilità avanzata, e si comporta in modo sempre più bizzarro. Dopo aver viaggiato fino a Katmandu per andarlo a trovare, le viene consegnata una grande borsa di mele dal suo guru, e le viene detto di mangiarle tutte, meditativamente, nel suo tempio, assaporando ogni morso. Accingendosi obbediente al compito, si chiede: “Sapeva in qualche modo che odio le mele?“

Recensione di Alex Studholme

Traduzione in italiano Rosanna D’Urso

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