Khepa Śrī Gyalpoi Khyechö di Patrul Rinpoche

Chögyal Namkhai Norbu
Estratto dal Ritiro Atiyoga, Dzamling Gar, 30 dicembre 2017, pomeriggio. Continua dal numero 151 di The Mirror.

Ci è stato un Maestro molto famoso di nome Patrul Rinpoche che scrisse un libro chiamato Khepa Śrī Gyalpoi Khyechö (mkhas pa shrI rgyal po’i khyad chos). Quando ero al collegio, il mio Maestro dette questo insegnamento a tutti gli studenti. In seguito scoprii che si trattava del commentario ai Tre Testamenti di Garab Dorje, un testo importantissimo.

Come sono spiegati i tre testamenti? Prima di tutto ci dice come ricevere l’introduzione diretta: il Maestro fa la presentazione agli studenti, che applicano il metodo, e poi in qualche modo, prima o poi, scoprono la loro vera natura. Se qualcuno ha un buon karma o una buona fortuna, quando riceve l’introduzione diretta può scoprire la sua vera natura, cosa non facile per tutti. Può almeno ricordare e ripetere cosa ha fatto il Maestro.

Patrul Rinpoche spiega chiaramente come fare. dovremmo rilassarci, ossia se abbiamo pensieri o emozioni, dovremmo riconoscere che sono collegati alla mente. Soprattutto quando sorgono pensieri forti che distraggono, quando siamo rilassati li osserviamo sorgere, e in quel momento gridiamo un PHAT molto forte.

PHAT è un tipo di mantra che ha il potenziale di eliminare le negatività. La spiegazione della natura non duale di questo suono dice: che consiste nelle due lettere PHA e T. PHA è una consonante tibetana. T non lo è, perché è combinata solo con la PHA. Se anche T fosse una consonante completa dovremmo pronunciare PHATA, ma PHAT è un suono singolo.

Di queste due lettere, PHA rappresenta l’essenza concreta, che nel Vajrayana è simboleggiata dal vajra. T, che non è completa, rappresenta l’energia. Quando consideriamo Samantabhadra/Samantabhadri in unione yab e yum, Samantabhadra siede in una precisa posizione di meditazione e rappresenta il metodo. Samantabhadri è sopra Samantabhadra, non perché manifesta la propria posizione, ma perché rappresenta l’energia di Samantabhadra. Nel vero senso in quello stato, Samantabhadra/ Samantabhadri sono non duali, proprio come la natura non duale di kadag e lhundrub. Il suono PHAT rappresenta questo.

L’uso del PHAT nella pratica, ha la potenzialità di comunicare con tutti gli esseri senzienti, in particolare con esseri potenti come le Otto Classi, permettendo così di eliminare le negatività. Quando poi ci rilassiamo, i pensieri sorgono e noi pronunciamo PHAT con forza. Come ci sentiamo? I concetti non ci sono più; siamo totalmente nella vacuità. Questa è la funzione del PHAT.

Alcuni praticanti, quando, per la prima volta, vengono a conoscenza di questo, pensano che, poiché PHAT è utile per eliminare i pensieri durante la pratica, dovrebbero gridare “PHAT!”; ogni volta che i pensieri sorgono, mentre camminano per strada o fanno altre attività. Questo è sbagliato; Dovremmo rispettare la trasmissione. Usiamo PHAT solo nella pratica. Per esempio, quando pratichiamo il Chöd, con PHAT invitiamo, offriamo, trasformiamo; facciamo molte cose. Quindi c’è un principio preciso, e lo usiamo in quel modo. Altrimenti, se gridiamo PHAT ovunque a seconda di come ci sentiamo, possiamo creare problemi.

In tibetano esiste il detto: “Drenyal phaṭgi lang” (‘dre nyal phaṭ gyis lang), che significa che lo spirito cattivo quando dorme non crea problemi, ma quando gridiamo PHAT si sveglia perché il PHAT ha le potenzialità del mantra. Allora lo spirito cattivo viene a chiederci perché lo svegliamo e cosa vogliamo da lui. Ci parla ma non lo vediamo nemmeno, allora si arrabbia sempre di più e ci crea problemi. Questo è il detto tibetano, non particolarmente legato all’insegnamento, ma questo aspetto dell’insegnamento gli corrisponde.

Non possiamo usare PHAT in qualsiasi momento, ma quando cerchiamo di entrare nella nostra vera natura, allora può essere necessario. Quando con forza gridiamo PHAT, non ci sono pensieri, e prima che i pensieri sorgano di nuovo, siamo nella nostra nuda presenza. Quando lo ripetiamo una, due, tre volte in qualche modo gradualmente la scopriremo.

In questo modo Patrul Rinpoche spiega che quando abbiamo pensieri forti, dovremmo pronunciare PHAT. Suonando il PHAT, dentro di noi sorge la vera condizione del dharmakaya, lo stato di vacuità. Dharmakaya o dharmadhatu si riferisce a questo stato di vacuità. Quando comprendiamo di essere presenti nel dharmakaya, siamo felici e lo consideriamo fantastico. Patrul Rinpoche usa EMAHO, che significa “è fantastico”.

Nella tradizione tibetana, quando per esempio preghiamo Guru Padmasambhava, all’inizio abbiamo EMAHO che significa “meraviglioso”. Qui diciamo EMAHO per dire che “è fantastico”, e poi cantiamo.

Le parole di Patrul Rinpoche sono state tradotte così, ma la traduzione non è corretta. Ci rilassiamo e quando un pensiero sorge, e gridiamo “PHAT” c’è l’esperienza del dharmakaya e ripetiamo EMAHO. Ma Patrul Rinpoche non ha detto che EMAHO debba essere ripetuto più e più volte, come una preghiera. Dopo il PHAT siamo nel dharmakaya, lo comprendiamo ed è fantastico. Questo è il metodo di Patrul Rinpoche del Khepa Śrī Gyalpoi Khyechö.

Il Seconda Testamento di Guru Garab Dorje

Il secondo testamento di Guru Garab Dorje è non restare in dubbio. La maggior parte delle persone capisce o decide che la vera natura è lo stato di Dzogchen. Tuttavia quando “decidiamo” qualcosa significa che la nostra mente sta lavorando e questa è una comprensione errata. Molte traduzioni sono così, ma il vero senso delle parole non significa questo. In tibetano ci sono diverse parole come thagchö (thag gcod), che si riferiscono a quando facciamo la pratica del Chöd. Machig Labdron chiamò questa pratica Chöd, ma cosa significa? Sappiamo che tutto è irreale. Qualunque cosa vediamo con la visione dualistica, buona o cattiva che sia, tutto è illusione. La pratica di recidere la radice dell’illusione si chiama Chöd, significa che stiamo lavorando con la mente.

Ci sono due parole tibetane: chö (gcod) (recissione) e chö (chod) (tagliato). Chö (chod) non significa thagchö. Thagchö: (certezza) e chö (gcod) (recidere) [hanno due significati diversi. Chö (gcod) significa rompere. Con chö (chod) nessuno sta tagliando o facendo alcuna azione. Nell’Insegnamento Dzogchen quando applichiamo quel metodo, sorgono le esperienze e non rimaniamo nel dubbio.

Quindi, quando studiamo dovremmo farlo in modo perfetto. In ogni caso, i Tre Testamenti di Guru Garab Dorje sono molto importanti. Nella dimensione relativa, quando pratichiamo, dovremmo almeno applicare Ati Guruyoga e con quell’esperienza sappiamo in che direzione andare. Altrimenti, potremmo diventare come certi praticanti Vajrayana che realizzano solo lo stadio dello sviluppo – (dal momento che visualizzare la propria dimensione come un mandala e se stessi come divinità, non richiede molto sforzo.) Se non integriamo il livello energetico in quella manifestazione, abbiamo solo una sorta di realizzazione dello stadio dello sviluppo, ma non sviluppiamo lo stadio della realizzazione.

La storia di Khenpo Samten Lodrö

C’è una storia molto bella dal Tibet orientale, il mio paese. In un’area chiamata Trayab (brag yab), un anno i raccolti erano pessimi e la gente non aveva cibo. Sulla cima della montagna un praticante della tradizione Sakyapa stava facendo un ritiro della fase di sviluppo da molto tempo. Aveva una capacità fortissima di trasformarsi nell’intero mandala di Hevajra, ma non era ancora arrivato alla fase di realizzazione.

Alcuni sapevano che questo praticante aveva accumulato molto orzo per anni perché il clima freddo di montagna permetteva di conservarlo per tanto tempo senza che si guastasse. La gente del posto andò da lui e gli chiese di prestar loro un po’ del suo orzo dicendo che glielo avrebbero restituito quando avessero avuto un po’ di raccolto. Il praticante rifiutò dicendo che potevano andare in giro e trovarlo altrove, mentre lui non poteva perché era impegnato a fare un ritiro in quel luogo.

Una notte un gruppo di persone, che non erano molto brave persone, andò lì e in tutta fretta uccise il praticante. Avevano paura che se non l’avessero ucciso subito, avrebbe ancora potuto fare qualche magia e presero tutto il suo orzo. Tuttavia, quel praticante anche se aveva svolto la fase di sviluppo per molto tempo, nel momento in cui fu ucciso era molto arrabbiato e, quando una persona nel momento in cui muore è molto arrabbiata, può ricevere l’influenza della classe dei gyalpo, diventando poi come un servitore di quella classe per molti secoli. Così il praticante divenne un potente spirito cattivo. Creò moltissimi problemi nella nostra zona e, quando morirono, si portò diversi maestri importanti e persone rilevanti nel suo gruppo, Poi Jamyang Khyentse Wangpo e Jamgon Kongtrul, due lama famosi del periodo, affermarono che lo spirito cattivo Trayab Drényen (brag yab ‘dre ngan) era pericoloso, doveva essere conquistato e la sua energia controllata. In un luogo chiamato Chusumdo (chu gsum mdo), dove c’è una confluenza di tre fiumi, costruirono uno stupa molto grande sotto il quale cercarono di mettere tutta l’energia di quello spirito cattivo. Tuttavia, terminata la consacrazione, scoprirono che lo spirito cattivo non era sotto lo stupa e stava creando ancora problemi.

Nella zona in cui stavo, dove viveva il Re del Derge, c’era un grande monastero, che era considerato uno dei più importanti monasteri Sakyapa. Ho vissuto in quel monastero dai miei tre fino a quando avevo quasi nove anni. Nel monastero c’era un khenpo, di tradizione Sakyapa, praticante di Yamantaka, che era molto potente.

Un giorno alcune persone lo invitarono a scendere da Derge Gönchen. Scendendo vide Trayab Dranyen circondato da molti importanti lama e da altre persone che erano morte e che stavano arrivando. Il Khenpo, che si chiamava Samten Lodrö, pensò: “Ah, questa è una buona occasione. Ho le potenzialità di Yamantaka a un livello molto elevato. Oggi devo conquistare questo spirito cattivo”.

Quando Khenpo Samten Lodrö arrivò abbastanza vicino a quel luogo, manifestò uno Yamantaka gigantesco perché voleva sconfiggere lo spirito malvagio. Lo spirito notò Yamantaka e manifestò un Hevajra ancora più grande. Nella tradizione Sakyapa Yamantaka è una pratica secondaria, ma Hevajra è una pratica principale. Allora Samten Lodrö fu sconvolto: “Com’è possibile che uno che ha la capacità dello stadio di sviluppo possa manifestarsi in questo modo e diventare uno spirito cattivo?” e potette solo provare compassione per lui. Ma capì che non sarebbe stato in grado di conquistarlo. In quel momento tutte le manifestazioni scomparvero.

Ho letto questa biografia di Khenpo Samten Lodrö scritta da Jamyang Khyentse Chökyi Lodrö, non sto inventando. Quindi, potete vedere, che anche se qualcuno ha un livello molto alto dello stadio dello sviluppo nel Vajrayana, se non ha integrato la propria energia, non è arrivato allo stato non duale di sviluppo e realizzazione.

Quando facciamo la pratica è importante capire che l’obiettivo finale di tutti gli Insegnamenti è andare oltre i limiti. Quando entriamo in quello stato non duale di kadag e lhundrub, la non dualità della mente e la natura della mente, siamo nello stato di contemplazione. Nel termine saltong yerme (gsal stong dbyer med), sal (gsal) significa chiarezza, ciò che si manifesta, e tong (stong) significa vacuità, anche non duale. Quando siamo nello stato non duale, allora abbiamo quella realizzazione perché la nostra vera condizione è non duale. Quando studiamo intellettualmente non possiamo scoprirlo.

Vista, meditazione, comportamento – tawa, gompa, chöpa

Nell’Insegnamento Dzogchen abbiamo tawa, gompa, chöpa. Tawa significa punto di vista, non guardare fuori o analizzare, se rimaniamo nella dimensione dualistica, analizzando solo le cose, non entreremo mai nella nostra vera natura. Abbiamo bisogno di capire come è la nostra vera natura osservando noi stessi. NellInsegnamento Dzogchen il tawa corretto per la comprensione è scoprire la propria vera natura.

Dall’altra parte in tutti i monasteri buddisti dell’insegnamento del Sutra, vogliono rendere stabile il loro tawa e cercano di stabilirlo discutendo in modo intellettuale come le cose possono essere comprese.

Gompa significa meditazione. Nei Quattro Naljor (rnal ‘byor) o Quattro Yoga di Gampopa, alla fine egli ha usato il termine gomme (sgom med), che significa che quando comprendiamo come è la nostra vera natura, non c’è meditazione. Nell’Insegnamento Dzogchen, allo stesso modo diciamo lhundrub, che significa scoprire che la propria qualità è l’auto-perfezione e la sua natura è il vuoto.

Poi c’è chöpa o atteggiamento. Sia che seguiamo l’insegnamento Sutra o l’insegnamento Vajrayana, dovremmo imparare qual è il nostro chöpa, cosa possiamo e cosa non possiamo fare. Ad esempio, nell’Insegnamento Dzogchen non c’è un chöpa che dobbiamo imparare perché regole e ragionamento sono tutti in relazione con la mente e non corrispondono. E anche se corrispondono alle circostanze di quel momento, o nel tempo e nello spazio, non corrispondono completamente.

Nel Kangyur ci sono molti volumi chiamati Dulwa (vinaya, ‘dul ba), che significa che al tempo del Buddha, giorno dopo giorno, una per una, venivano stabilite diverse regole di comportamento. Le persone che seguono l’insegnamento buddista pensano che dovrebbero comportarsi in un certo modo con un atteggiamento corretto, ma come possiamo capire se [quelle regole di comportamento ndr] corrispondono davvero al nostro tempo? Erano 2000 anni fa. Ora, anche quando passano solo due o tre anni, necessariamente le cose non corrispondono più alla situazione odierna, che è legata al tempo. Per esempio, in Oriente si può considerare positivo qualcosa che non è positivo nel mondo occidentale. E qualcosa che è considerato negativo in Occidente può non essere considerato tale in Oriente. Tutto è legato all’atteggiamento del Paese, al modo di vedere, e così via, quindi nessun tipo di regola corrisponde realmente.

Nell’Insegnamento Dzogchen, che tipo di comportamento corrisponde all’atteggiamento o chöpa? Dovremmo cercare di essere presenti e lavorare con le circostanze. L’atteggiamento Dzogchen è che dovremmo lavorare con le circostanze nel miglior modo possibile. Queste cose sono molto importanti.

Nella condizione relativa, quando studiamo, seguiamo le tre logiche e se corrispondono, allora crediamo che qualcosa sia reale. Le tre logiche sono quello che vediamo, ascoltiamo e tocchiamo, quando i sensi entrano in contatto con un oggetto, sono qualcosa di concreto. Per esempio, se vi mostro questo [cristallo, ndr], sapete che è un cristallo. O questo vajra, sapete cosa sono gli oggetti perché potete vederli. Oppure, se sentite qualcosa, potete scoprire di cosa si tratta. Questa è la logica diretta. Se c’è una logica diretta, noi ci crediamo.

Poi c’è anche la logica indiretta. Possiamo capire che c’è uno specchio d’acqua in un luogo quando vediamo uccelli acquatici che volano lì. Questa è la logica indiretta. Non possiamo vedere l’acqua, ma possiamo capire che c’è acqua nelle vicinanze.

Poi si parla della logica della credenza. In cosa credete? Se coloro che stanno discutendo sono buddisti, credono alle parole del Budda. Se chiediamo perché, il buddista dirà perché Budda lo ha detto in quel libro, e lo accetta. Questa è la logica della fede. Se parlo con persone musulmane e dico: “Budda ha detto questo”, per loro non ha alcun valore. Per i musulmani, il Corano è logico. Anche se voi non ci credete, il musulmano sì.

Quindi, quando stabiliamo le cose attraverso questi tre tipi di logica, crediamo che siano vere. Nello Dzogchen, questo approccio non ha valore.

Trascrizione di Anna Rose
A cura di Naomi Zeitz e Liz Granger
Tibetano con la gentile assistenza di Fabian Sanders e Adriano Clemente.
Editing italiano a cura di Enrica Rispoli

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