La parola e il Maestro

Fabio Risolo

Nato in Italia nel 1958 Fabio Maria Risolo si è laureato in Filosofia presso l’Università di Napoli. Ha insegnato al liceo e all’università e attualmente è preside. Fabio ha praticato e seguito attivamente gli Insegnamenti Dzogchen del Maestro Chögyal Namkhai Norbu ed è un istruttore del Santi Maha Sangha, della Base e del Primo Livello.

La parola
Nelle pagine che seguono approfondiremo il tema del rapporto del maestro col discepolo, e il valore della sua parola, anche attraverso dei riferimenti alla cultura occidentale.

Nel Fedro Platone, illustrando il mito di Teuth, mette in guarda sulla parola scritta, ritenendo ad essa superiore quella orale. Il filosofo ateniese sottolinea che la parola scritta non è viva, perché cristallizzata per sempre nella scrittura, tradendo quindi l’evento unico, che ha luogo quando si sia uno di fronte all’altro.

La parola scritta non sorge dalla esperienza conoscitiva e comunicativa autentica ed irripetibile, che si instaura attraverso l’ascolto e il dialogo maieutico tra maestro e discepolo. Solo in questo caso avviene una trasmissione diretta da corpo a corpo, da cuore e cuore, da mente a mente. È interessante notare a questo proposito Socrate, come Gesù e lo stesso Buddha, non scrissero nulla.

Maestri spirituali di tutti i sentieri, ed in particolare dello Dzogchen, evidenziano come la conoscenza intellettuale che deriva dallo studio dei libri, non ha nulla a che vedere con la trasmissione viva e diretta.

La parola, una volta scritta, fatalmente si distacca dal suo autore, diviene oggetto di interpretazioni che molto spesso non corrispondono alle intenzioni del suo autore. Essa è inoltre falsificabile, utilizzabile in modo strumentale. La parola scritta diviene replicabile e modificabile attraverso citazioni di parti di testo staccate dal contesto in cui sono nate, e quindi manipolabile all’infinito, come peraltro avviene assai spesso al giorno d’oggi con i social.

Ma in cosa consiste la specificità della parola di colui che possiede la conoscenza?

Nei suoi dialoghi Platone spiega che la parola del maestro, così come l’autentico amore non egoico, derivano dal daimon, ovvero dall’essere ispirati. Lo scopo delle sacre manie è collegare il divino con l’umano, fare da ponte tra le verità superiori e l’uomo, mettere in comunicazione la dimensione invisibile e quella visibile.

La parola che discende dall’ispirazione, utilizza colui che la pronuncia, come un canale, un tramite, un “messaggero”. Il suo autore accetta di essere attraversato da una forza chiara e invisibile che per il suo tramite si esprime. Egli però sbaglierebbe nel ritenere che le proprie capacità, la stessa voce ispirata che lo attraversa, sia lui stesso o una cosa sua. Se pensasse così confonderebbe la corrente per il generatore; il raggio per il sole o il riflesso per lo specchio. Non si tratta di inorgoglirsi dei propri talenti, della propria funzione di tramite e bisogna anzi guardarsi dall’autocompiacimento.

Potenzialmente tutti siamo messaggeri, ma pochi riescono ad essere tramiti puri e trasparenti della parola come manifestazione del nostro essere, che possiede la chiarezza della visione. Occorre preliminarmente compiere un percorso di presenza e consapevolezza. Buddha e Socrate, attraverso il dialogo maieutico, cercavano innanzitutto di condurre i discepoli alla comprensione della impermanenza di ogni cosa (oggetti, cose, persone, emozioni, pensieri). Solo attraverso la presenza autentica alla nostra vacuità, è possibile il riconoscimento della voce del daimon, che da quello spazio silenzioso e atopico sorge, e quindi dimorare presso la nostra natura essenziale[1].

La parola autentica, come voce ineffabile dell’essere, è ciò che Holderlin chiamava “il fiore della bocca”. Ed Heidegger[2] ricordava che, in giapponese il geroglifico corrispondente a “parola” è pronunciato KOTO BA. La traduzione di BA è petali, KOTO vuol dire “il respiro della quiete”. KOTO BA vuol dire allora: petali che fioriscono dal respiro della quiete, dal silenzio. Quando il silenzio si esprime per immagini dà luogo a petali (parole). Rilke  aggiunge: “Bocca di fonte, tu che dai, tu bocca / Che hai solo una parola, e sgorga pura”.

Colui che possiede la conoscenza, il maestro spirituale è, a maggior ragione rispetto a un poeta, un ispirato, qualcuno che è parlato dal daimon sibillino e profetico di cui parlava Platone, e che manifesta senza interruzione la sua potenzialità autoriginata, rendendo possibile ai discepoli di riconoscere la loro stessa parte essenziale. Questo è il senso della trasmissione.

Ma il maestro non è tale perché sa tutto o conosce tutto, ma perché è sempre in contatto con la propria natura essenziale, è tutt’uno con essa, e per ciò stesso è in grado, attraverso l’insegnamento, attraverso la trasmissione, attraverso la parola (ma certo anche nel silenzio), di suscitare nel discepolo la spinta verso la via e il riconoscimento. Egli non dice al discepolo cosa è giusto o non è giusto fare, ma gli insegna come tirare fuori da sé la sua parte essenziale, (innanzitutto smascherando il suo ego e la sua mente razionale giudicante) per poi mostrargli come “partorirla”.

Il maestro non è un Dio, è parlato e attraversato dal daimon in ogni momento e in particolare nel momento della trasmissione, quando parla al discepolo, e, simultaneamente ama, vive nella dimensione di eros.

Egli ama i suoi discepoli in quanto suscita in essi il desiderio di conoscere la propria natura essenziale in modo che finalmente si trovino presso se stessi e riconoscano a loro volta il proprio demone, percorrano un sentiero. Perché la forma più alta di amore, spiega Diotima a Socrate nel Simposio, è amore per la conoscenza.

Ma, per sé, in sé, il maestro mantiene nella sua vita la semplicità dell’umiltà; tuttavia, oltre ad essere presente in ogni istante della vita,  possiede una qualità straordinaria: è un canale cosciente dell’essere[3]. È questo il motivo per il quale l’oracolo di Delfi, interrogato, poteva dire che Socrate era il più sapiente di Atene: non certo perché avesse accumulato dati, nozioni, potere, prestigio o fama: ma perché almeno una cosa la sapeva: che non sapeva nulla, ed era egli stesso un nulla, viveva, per dirla con la terminologia Buddhista, nello stato di prajnaparamita, era atopico, non dimorava in nessun luogo o concetto, eternamente aperto. Non dimorare in nessun luogo, vuol dire dimorare in tutti i luoghi, essere energia invisibile al di là del tempo e dello spazio. E soprattutto era ad Atene l’unico ad essere consapevole di questo suo “non essere nulla”.

Per questo spiegava ai suoi discepoli che gli chiedevano di fuggire per non essere ucciso dai politici ateniesi (lui per paradosso accusato proprio di fuorviare i giovani dalla verità) che voleva restare coerente, anche a rischio della morte, col proprio insegnamento. Socrate viveva con i suoi discepoli, condivideva con essi ogni istante della sua vita quotidiana; essi erano la sua famiglia, era in ogni attimo con loro, perché l’insegnamento era anche mostrarsi vivere. Farsi vedere morire poteva fornire ai discepoli l’ultimo decisivo insegnamento, quello della integrazione completa della consapevolezza nel comportamento.

Socrate, come tutti i maestri, la storia si ripete, non aveva mai giudicato i suoi discepoli, neanche quando nel Simposio tentavano di farlo ubriacare, stanchi di avere dinanzi un uomo perfetto. Ma insegnava con il suo silenzio che poteva bere con consapevolezza, mentre loro, che lo sfidavano a suon di otri di rosso greco, si addormentano in totale mancanza di presenza. Consapevolezza nel comportamento vuol dire nell’insegnamento Dzogchen sapere cosa possiamo e cosa non possiamo fare, lavorando con le nostre capacità e circostanze.

Costruire un rapporto consapevole col maestro

Il dono della trasmissione della conoscenza avviene attraverso la parola. Dopo di ciò Il discepolo, anche se ha riconosciuto il maestro come fonte di ogni bene, si trova generalmente a dovere affrontare il proprio ego, il desiderio di essere riconosciuto come il migliore, e di volerlo tutto per sé. Tale confronto è inevitabile e ineludibile. E’ dal suo superamento che deriva la possibilità di integrare[4] in sé, in modo effettivo e concreto, il potenziamento del maestro e di realizzarsi. Per far questo occorre innanzitutto riconoscere come proiettiamo su di lui, come in uno specchio, tutto il nostro mondo psichico: desideri, emozioni, paure, aspirazioni.

Socrate ama indirizzando i discepoli verso l’amore per la conoscenza di sé stessi. Per far questo mette in moto il discepolo, lo induce a guardare in sé stesso.  Ma Agatone, ci dice Platone nel Simposio, vuole realizzare una prossimità massima col corpo del maestro per assorbirne tutto il sapere e si illude potere possedere l’amato maestro. Ma la conoscenza non può essere posseduta ma solo trasmessa, come suggerita, attraverso rimandi, allusioni, simboli, veicolati dalla parola della trasmissione.

In realtà lo stesso Socrate rappresenta un vuoto di sapere, dal momento che egli è semplicemente un puro amante del sapere, che produce nei suoi discepoli la stessa sete di conoscenza, grazie al suo amore ed alla maieutica. Infatti la conoscenza è possibile solo quando si è vuoti, quando “sappiamo di non sapere”. Il maestro insegna innanzitutto come custodire il vuoto come condizione primaria, per poi rendere possibile la trasmissione del sapere.

Inizialmente il discepolo proietta dunque la propria parte solare sul maestro, attribuendogli ogni qualità e vedendolo come un essere divino. Da lui si aspetta il dono dell’esistere e il riconoscimento del proprio valore. Attuatosi il transfert il discepolo imita il modello, cerca di perfezionarsi per piacere a lui (come l’amante fa con la amata…), per avere la prova di esserci. Tale processo, fino a un certo punto, è assai utile dal momento che permette la purificazione; ma deve divenire consapevole, in modo che sia possibile ritirare la proiezione della propria parte solare e divina sul Maestro; riconoscendo la propria potenzialità in sé. Ciò avviene attraverso la pratica del Guruyoga.

In tibetano la parola sanscrita Guruyoga (unione col maestro) si traduce lamai naljor, ed indica il riconoscimento che la propria natura profonda è la stessa del maestro e quindi di essere non duale con lui. Il discepolo risveglia attraverso tale riconoscimento il proprio stesso daimon, grazie alla funzione riflettente del Maestro. La pratica del Guruyoga è infinitamente più importante del transfert in psicoterapia, perché ciò che il maestro permette al discepolo non è solo di liberarsi dalle nevrosi, ma la realizzazione spirituale. Più precisamente: il discepolo attraverso la parola del maestro riceve il flusso potenziante che deriva dal lignaggio e ciò gli permette di lavorare con esso, assorbendone la potenzialità, fino alla realizzazione. Questa è una opportunità unica e straordinaria.

Questo è il processo interiore, che non avviene senza cadute, disillusioni, sofferenza, che il discepolo può percorrere qualora incontri un maestro autentico, che sappia cioè direzionare verso la consapevolezza e la libertà il transfert del discepolo e non accrescere egoicamente il proprio stesso potere personale[5]. Trovare un maestro del genere non è assolutamente facile.

Certamente il momento cruciale avviene quando il maestro mostra al discepolo, come in uno specchio, i suoi aspetti ombra e proiettivi più difficili da accettare, determinando in lui un vero e proprio choc. Il maestro può far questo sin dall’inizio tagliando l’ego del discepolo (classico l’esempio di Gampopa con Milarepa) o solo in una fase più avanzata. In ogni caso il discepolo deve trovarsi faccia a faccia con la visione della è propria condizione di vacuità. Egli può sentirsi a questo punto un nulla dinanzi al maestro col rischio di deprimersi o, per inverso, avere una reazione orgogliosa staccandosi anzitempo da lui, e ritenere che sia lui stesso  il Guru.

Il maestro guida tale processo, restando presente e consapevole, senza farsi catturare dalle proiezioni. In tal modo il discepolo può trasferire l’immagine archetipale del maestro ed il suo potenziamento in sé stesso, avviando così a compimento il processo di individuazione.

Il maestro amando il discepolo gli insegna ad amare, rendendolo progressivamente libero, permettendo cioè (e questo è il punto decisivo) di riconoscere la propria parte solare, la natura della mente. Si tratta di scoprire che siamo noi stessi il maestro, il re che tutto crea, il  Kunjed Gyalpo[6].

Può sorgere così nel discepolo una devozione consapevole e incrollabile verso il maestro, che si manifesta nella vita quotidiana e soprattutto nell’impegno nel sangha, in cui riconosce ora il corpo vivente del maestro.

La relazione col maestro e il suo potenziamento resta attuale indipendentemente da se egli sia ancora vivo nella dimensione fisica; tale rapporto e la sua potenzialità di realizzazione è al di là del tempo e dello spazio.

 

 

[1] Questa è la non dualità di vacuità e manifestazione del tantrismo. La parola/energia che sorge come manifestazione dallo spazio vuoto del cielo, ovvero dal proprio dimorare nella vacuità.

[2] M. Heidegger, In cammino verso il linguaggio, Mursia, Milano, 1966.

[3] I Maestri terton, o scopritori di tesori, sono proprio persone che ricevono e riscoprono insegnamenti, avendo affinato in modo straordinario la capacità di essere ricettori neutrali.

[4] Portare a termine il processo di individuazione vuol dire, secondo Jung, purificare tutti i contenuti inconsci inconsapevoli e integrarli come aspetti dell’archetipo del Sé.

[5] Cfr. le dettagliate spiegazioni che Chogyal Namkhai Norbu fornisce a questo proposito in “Il Vaso Prezioso”. Il falso maestro  non è uno specchio neutrale del discepolo, perché è a sua volta condizionato dai dharma mondani.

[6] Il tantra radice dello Dzogchen Semde.

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