La Via della Non Distrazione – Adriano Clemente

Un estratto dal ritiro di primavera, Il “Principio della Presenza” secondo il libro di Chögyal Namkhai Norbu “Lo Specchio, Consiglio su Presenza e Consapevolezza”. Dzamlingar 14 maggio 2022

Ieri abbiamo iniziato con il primo argomento (del libro): come possiamo realmente comprendere che tutti i fenomeni del samsara e del nirvana sono originati nella nostra mente. Quando comprendiamo ciò non abbiamo più alcun dubbio al riguardo. Qual’è quindi il punto principale da applicare? Continuare in quello stato di presenza senza distrazione. A questo punto nel libro c’è un esempio: “Se dobbiamo interrompere o bloccare la corrente d’acqua di una fonte o sorgente, dobbiamo andare alla sua origine. Se cerchiamo di bloccarla altrove non ci riusciremo. Nello stesso modo se vogliamo bloccare la radice del samsara dobbiamo andare alla radice della nostra mente, altrimenti non c’è modo di fermare questa corrente o manifestazione del samsara.

Nello stesso modo, quando parliamo di karma negativo e di sofferenza se vogliamo interrompere ciò dobbiamo fermare la nostra mente alla radice. Se non andiamo alla radice, che è la nostra stessa mente, anche se cerchiamo di accumulare meriti mediante buone azioni e impegnandoci in pratiche virtuose, possiamo avere qualche beneficio temporaneo, ma la radice di tutta questa sofferenza e degli ostacoli non sarà mai tagliata. Così continueremo ad accumulare karma negativo e così via.

Il testo da anche un altro esempio, quello dell’albero. Se vogliamo tagliare definitivamente un albero dobbiamo estirparlo alla radice. Se tagliamo solo qualche ramo qui e lì, l’albero diventerà più forte e continuerà a crescere senza mai seccarsi.

La nostra mente è ciò che chiamiamo Il re che tutto crea – c’è un famoso Tantra dello Dzogchen Semde chiamato Il Re che Tutto Crea o Kunje Gyalpo – ma quando diciamo crea non significa che crei attivamente come noi facciamo con la nostra mente. Qui “crea” significa che come uno specchio ha la potenzialità di manifestare al suo interno ogni tipo di riflesso. In modo analogo questa mente essenza o stato primordiale ha questa potenzialità e così tutti i fenomeni del samsara e del nirvana sono proprio come riflessi nello specchio. Questa potenzialità dello specchio è ciò che noi chiamiamo il re che tutto crea.

Così anche la nostra mente – generalmente ci riferiamo alla c.d. mente ordinaria – anche questa mente è come un riflesso nello specchio. Ma come possiamo comprendere o riconoscere lo specchio? Solo grazie ai riflessi, poiché non esiste uno specchio senza riflessi. Lo specchio significa la capacità di riflettere qualcosa, quindi tutti i riflessi diventano un metodo, modi o simboli per scoprire quello stato. Nello stesso modo, se siamo praticanti che applicano il vero senso dello Dzogchen, tutti i fenomeni del samsara diventano un mezzo per scoprire quello stato.

In Tibetano diciamo nalma che significa condizione originaria o fresca, intatta. Il termine Tibetano per yoga, nal jor, viene generalmente tradotto come unione anche se unione corrisponde più al significato della parola Sanscrita. Jor significa all’incirca unione e nal significa condizione originaria, il nostro stato naturale come è, non modificato. Così qui (il testo) dice che se la nostra mente non è nel suo stato naturale dall’origine come è, anche se utilizziamo molti metodi come kyerim (stadio dello sviluppo) e dzogrim (stato del compimento) questi non diventano una completa via per la liberazione. Perché quando pratichiamo lo stadio del kyerim, generalmente iniziamo lavorando con la mente, la visualizzazione e cerchiamo di trasformare la nostra manifestazione fisica impura nella forma della divinità, del mandala e così via. Così iniziamo dal livello del corpo, il corpo significa anche la manifestazione della forma.

Poi andando più in profondità, dopo c’è lo stadio del dzogrim, quando lavoriamo con il livello dell’energia, dei canali, del prana, thigle o essenze, tutte queste manifestazioni delle saggezze delle divinità, cercando di integrare ogni aspetto dello stadio dello sviluppo al livello dell’energia. Quindi la finalità del dzogrim è la vera conoscenza, trovarsi nella reale condizione della mente originaria. Qui (il testo) dice che se questa finalità di trovarsi nello stato naturale della mente non è applicata o raggiunta, tutti i metodi di kyerim e dzogrim non sono la via della completa liberazione. Non dice che siano inutili, sono metodi molto importanti, ma nel Dzogpa Chenpo non sono indispensabili perché andiamo direttamente al livello dell’essenza della mente.

Un altro esempio dato qui è che se vogliamo conquistare un paese straniero, prima di tutto dobbiamo catturare il leader o capo di quella nazione. Se catturiamo soltanto altre persone non possiamo raggiungere lo scopo. In modo analogo, se non abbiamo a che fare con la nostra mente non c’è modo di andare alla radice dei problemi del samsara, sofferenza e dualismo. Se non siamo in grado di mantenere la presenza senza distrazione o non sappiamo farlo perché non abbiamo mai ricevuto istruzioni in merito o non ne abbiamo la capacità, e in questo caso siamo schiavi della nostra distrazione ed illusione. Se continuiamo così non arriverà mai il momento in cui saremo liberi dalla trasmigrazione nell’infinito samsara, ma se non ci perdiamo in distrazioni e dimenticanze, se siamo in grado di controllare o governare noi stessi, se non dimentichiamo e manteniamo la presenza continuamente, in questo modo possiamo far proseguire o sostenere la natura della mente. Se riusciamo a farlo, quella è l’essenza di tutti i dharma e la radice di tutte le vie.

Tutti i fenomeni dualistici, come sofferenza e piacere, bene e male, tutto ciò che possiamo immaginare o esperire, sorge dalla nostra mente. Non c’è dubbio, per questa ragione continuare a riconoscere l’essenza della mente senza distrazione è il punto più profondo della pratica. Se ci chiediamo come tutti i Buddha e Tathagata del passato abbiano ottenuto l’illuminazione (lo hanno fatto) seguendo questa via della non-distrazione. Anche nel futuro, tutti coloro che otterranno la Buddità la conseguiranno grazie alla via della non distrazione. Ed anche oggi, ottenere l’illuminazione risulta dall’applicare la via senza distrazione.

Senza il sentiero della non distrazione è impossibile ottenere lo stato della realizzazione. Quindi la prima cosa da fare è avere coscienza della nostra natura della mente o essenza della mente. Nello Dzogchen si parla dei tre testamenti del Guru Garab Dorje. Il primo è scoprire direttamente la propria essenza della mente. Ci sono diversi modi in cui questa scoperta può avvenire. A volte succede lavorando con la trasmissione diretta di un maestro, ma ciò non significa che il riconoscimento dipenda sempre da quella circostanza, come l’introduzione diretta. Nella Comunità Dzogchen attualmente c’è la famosa distinzione tra chi ha ricevuto l’introduzione diretta e chi no. Comunque introduzione diretta vuol dire che dobbiamo aver riconosciuto la nostra essenza della mente in modo tale da aver ricevuto l’introduzione diretta. Altrimenti anche se abbiamo ricevuto l’introduzione diretta dal maestro venti o trenta volte questa rimane semplicemente come una benedizione. Per questa ragione dobbiamo lavorare con i metodi.

Partecipanti al ritiro di primavera con Adriano, “Il principio della presenza”, a Dzamling Gar, 14 maggio 2022

Per esempio, a volte Rinpoche ha dato l’introduzione diretta yeshe sangthal relativa all’esperienza del vuoto. Perché l’esperienza del vuoto? Perché è la più facile. Ma cosa è facile? Che lo stato della presenza istantanea sia riconosciuto, infatti l’esperienza del vuoto diviene come una lente d’ingrandimento. Lo stato della presenza istantanea non è che ora sia presente e dopo non più. È ciò che chiamiamo changchub sem, bodhicitta, stato primordiale, ma non lo riconosciamo perché siamo troppo condizionati e seguiamo pensieri e distrazioni continuamente.

Quindi mediante i metodi come l’esperienza del vuoto si trova una specie di blocco di tutti i nostri pensieri e possiamo avere quell’esperienza chiamata a volte heddewa, che significa che non abbiamo un’idea precisa o che non possiamo identificare la situazione in cui ci troviamo in quel momento. Per esempio, se abbiamo uno shock come un rumore molto forte o una bomba, prima di tutto abbiamo quello shock, poi possiamo avere un senso di paura, ma prima della paura c’è questo gap, che significa che la nostra mente è bloccata. Se la mente è bloccata ma non siamo svenuti, com’è lo stato della nostra consapevolezza? Come la identifichiamo? Non c’è modo, ma allo stesso tempo c’è chiarezza. Vivendo questa esperienza possiamo riconoscere la presenza istantanea.

Questo è il punto principale per un praticante Dzogchen. Se manca questo nessun metodo ci porta realmente al vero senso dello Dzogchen.
A proposito dell’aspetto dell’integrazione, nella Comunità Dzogchen usiamo molti metodi come la Danza del Vajra e ora anche le Danze Gioiose Khaita e così via. Comunque se ci concentriamo soltanto sulla Danza del Vajra o sulle Khaita, ma manchiamo il punto principale, è come detto prima nell’esempio in cui cerchiamo di tagliare i rami dell’albero. Naturalmente va molto bene, è come piantare semi di virtù per avere una connessione con l’Insegnamento Dzogchen in futuro, ma non è sufficiente come pratica principale. Questo è il punto principale che viene spiegato qui.

Una volta che abbiamo quel riconoscimento è molto importante continuare con la presenza. A quel punto diventa l’essenza di tutte le vie e la radice di ogni meditazione, lo scopo di ogni pratica, il succo di tutti gli Upadesha e il punto segreto di ogni metodo. Per queste ragioni dobbiamo realmente sforzarci di continuare questa corrente di presenza non distratta.

Questo era il secondo argomento (del libro) cioè come dovremmo realmente comprendere al di là di tutti i dubbi che la presenza non distratta è la pratica principale o radice della meditazione.

Fin qui il testo dà il tawa o punto di vista. Prima di tutto spiega cosa sono samsara e nirvana e che qualunque concetto abbiamo dell’esistenza, dell’universo, è basato interamente nella nostra mente. Qual’è l’essenza o natura della nostra mente? Dovremmo scoprirlo. Una volta scoperto, abbiamo raggiunto la finalità del punto di vista; quello è il vero punto di vista. La via ha tre aspetti: il punto di vista, la meditazione e la condotta o azione. Il punto di vista significa che abbiamo riconosciuto il nostro stato primordiale. Meditazione significa che ora coltiviamo quello stato, quel riconoscere in modo tale da familiarizzarci con esso. Condotta o comportamento significa che cerchiamo di portare nella vita quotidiana la stessa esperienza che abbiamo durante le sessioni di pratica seduta. Non interagiamo con soggetti diversi e separati; è sempre sullo stesso punto che si sviluppano le tre fasi. Quindi bisogna iniziare dal punto di vista, una volta che abbiamo stabilizzato il punto di vista per progredire abbiamo bisogno della meditazione o coltivazione della via. In seguito possiamo integrare ciò nella vita quotidiana. Se manca il primo punto il secondo non ha alcuna base. Se manca il secondo non vi è nulla da integrare nella vita quotidiana. Questo è specifico dell’Insegnamento Dzogchen.

Traduzione italiano Paola Rispoli

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