Lettere d’artista

Giorgio Dallorto mostra la pratica di Arya Tara con la sua calligrafia. Foto di Lesya Cherenkova

di Christian Correnti

Giorgio Dallorto è per me un amico, spesso una guida. Così non penso che questa possa mai
diventare un’intervista canonica, spero che la redazione non me ne vorrà troppo.

Stamani sono andato a casa sua. L’ingresso era pieno di luce d’agosto che qui sull’Amiata è color dell’oro, lo stesso oro che riecheggiava a spirale lungo il canto del Tantra della Danza del Vajra, maestoso, su sfondo blu, appoggiato al caminetto, di fronte alla scrivania: una delle ultime opere. Una vera calamita per l’occhio e la mente.

Libri, thangka, quadri, calligrafia, statuaria, non so da che parte farmi per parlare di Giorgio. Una cultura vasta e poliedrica, che spazia dalla storia alla letteratura, dall’arte alla numismatica, dalle religioni alla filosofia e che abbraccia occidente ed oriente in una visione lucida e forte; potrei iniziare dicendo questo, ma sarebbe soltanto un modo. Altri, migliori se ne possono trovare.

In molte materie è stato per lo più autodidatta, ma ha saputo sviscerarle, possederle, come testimoniano la sua biblioteca e il suo carattere rigoroso. È geniale Giorgio, ma ha la pazienza degli umili; sa quanto ci voglia ad apprendere una tecnica, quanta pratica si deve osservare per raggiungere uno scopo, sia esso materiale o più alto.

La sua curiosità, le sue letture, l’amore per la cultura Himalayana e l’attrazione per il Buddhismo tibetano lo condussero nell’estate del 1978, poco più che ventenne, ad incontrare Chögyal Namkhai Norbu e quest’epifania ha indubbiamente cambiato il corso della sua esistenza di uomo e di studioso. Il desiderio di apprendere, l’amore per l’insegnamento e per la filosofia unito a quello per l’arte e per le sue applicazioni lo condussero presto verso lo studio della lingua e della calligrafia tibetana col professor Fabian Sanders e più tardi col calligrafo Tashi Mannox.

Il suo desidero di apprendere, il suo amore per l’insegnamento e la filosofia, combinate all’arte e alle sue applicazioni presto lo hanno portato a studiare il tibetano con il prof. Fabian Sanders e più tardi la calligrafia con il mastro calligrafo Tashi Mannox.

La calligrafia divenne presto una passione profonda, “molti motivi mi spinsero a studiare, ad esercitarmi. In primis le difficoltà: a me le sfide son sempre piaciute. Inoltre questo è un terreno poco frequentato, direi quasi di nicchia, a cui pochi, anche tra gli addetti ai lavori, si dedicano”.

25 Spazi di Samantabhadra (sinistra) e la pratica di Arya Tara (destra). Foto di Antonio Ruffaldi e Lesya Cherenkova

Le circostanze erano quindi le migliori: la sfida, lo studio, la fatica, la pratica, la passione e il desiderio, cos’altro serve perché nasca un artista mi chiedo? La domanda ha tante risposte quante sono le opere di fronte alle quali vi siete sentiti catturati e compresi. Credo di non sbagliare affermando che nel caso di Giorgio quel quid vada ricercato nell’Insegnamento.

Scrivere un Canto e scriverlo con maestria, dare a questo un movimento su una tela o su un rigido legno, conferirgli il giusto colore, corredare di stelle e decori le parole, i simboli, farsi ispirare dall’Insegnamento, non è trascrivere e decorare. È pregare, praticare e infine fare arte; e la cosa più interessante, forse, è che nel caso di Giorgio, fare arte non era, non è, una priorità, ma, a giudicare dalle sue opere, un indiscutibile traguardo.

Ma come inizia un torinese a scrivere tibetano, e soprattutto perché?

“Ho iniziato ricopiando i testi del mio Maestro scritti in bella grafia per noi studenti. Come metodo di studio, infatti copiare testi di Pratica mi ha sempre aiutato a memorizzare le parole e a fissare come simboli gli stessi grafemi, quindi apprendere la grafia da principio è stata una necessità per Praticare, un mezzo che col tempo si è trasformato anche in altro”.

In tanto altro. Sapevo, infatti, che Giorgio aveva questa grande passione, sapevo che dedicava alla calligrafia molto tempo da anni e che i suoi traguardi si erano fatti indubbiamente alti, o lui, meticoloso ed esigente come è, non avrebbe mai fatto dono a Rinpoche di un testo, come invece accaduto in più di un’occasione, ma mai, mai potevo immaginare che questa cosa avesse investito tanta parte della sua esistenza.

Un mondo fatto di colori, di simboli, di materia, di parola, di Pratica. Qualcosa che nasce forse per caso, come sfida, ma che cresce e si nutre dell’Insegnamento, si fa arte, si mischia all’occidente, all’influenza di Kandinskij alla passione per la miniatura occidentale antica, all’illustrazione. Non so, ma questa mediazione occidentale all’arte della calligrafia tibetana, pur lasciando intatta la tradizione orientale, se possibile, ne accresce la comprensione e ne facilita la fruizione ad un pubblico occidentale. Anche ignorante in materia. Sono infiniti infatti i livelli di lettura che si possono avere di un’opera. Tanti quanti gli occhi che la ammirano e i momenti in cui lo fanno.

Non è il mio campo la filosofia e forse neppure l’arte. Certamente non potrei parlare di Insegnamento. Ma chiunque abbia incontrato il Maestro sa quanti meravigliosi semi egli abbia piantato in ciascuno di noi. Mi piace pensare che molti di questi stiano crescendo in ciascuno forti e prosperi. È chiaro, a chi osservi cronologicamente le opere di Giorgio, che queste dopo la morte di Rinpochè si sono moltiplicate, fatte grandi, impreziosite, mi verrebbe da dire come offerte, come alberi rigogliosi. Gli ultimi mesi di quarantena poi, hanno fornito a ciascuno un tempo al quale non eravamo abituati, un tempo che Giorgio ha saputo magnificare in una produzione artistica davvero abbondante e ispirata.

Dopo avermi illustrato opere di dimensioni ragguardevoli (per la maggiore realizzate su legno) che occupavano gran parte della stanza intima e gioiosa dove abbiamo fatto una lunga conversazione, Giorgio è andato a prendere qualcosa di là. Io mi son sentito soddisfatto, in parte sopraffatto direi. Avevo fin troppo di cui parlare e il mio problema era anzi come sintetizzare, come rendere la mia emozione. Si perché non si può certo raccontare l’arte. L’arte va goduta direttamente, per questo vi consiglio di andare al Castello Aldobrandesco di Arcidosso e per questo desidererei che Giorgio aprisse una pagina internet per esporre, almeno virtualmente, tutte le sue opere. Così, mentre ero perso a mettere in riga qualche pensiero, eccolo arrivare abbracciato a grandi cartelle giallo e arancio evidentemente pesanti.

Canto del Vajra (sinistra) e le 21 Lodi a Tara (destra). Foto di Antonio Ruffaldi

Giorgio è risoluto, vigile, determinato. Un uomo senza fronzoli. Non ha bisogno di raccontare, mostra. E così, mentre ancora mi chiedevo quanto tempo potesse impiegare a completare un’opera 50×70, ecco che davanti a me sfilano cinque, sei fogli di questa dimensione e sono soltanto i primi: di bella carta spessa, lavorata o liscia, ecru o candida sulla quale a mano libera egli traccia colora e dà spessore materico a canti, mantra stelle e fantasie.

È a queste opere più piccole, direi più intime, a cui mi piacerebbe accennare. Forse perché le vedo come qualcosa di ben fruibile in casa mia, forse perché vengo da una cultura semplice dove la devozione privata, la tela a cui guardare, la thangka, la preghiera da leggere danno conforto e sicurezza.

Sono i lavori più piccoli, più intimi, che voglio menzionare. Forse perché li vedo come qualcosa che potrei apprezzare a casa mia. Forse perché vengo da una cultura semplice dove la personale devozione trova conforto e sicurezza da un quadro che è possibile vedere, da una thangka, o da una preghiera scritta.

E in particolare penso a questa tavoletta di legno recuperata al Gonpa dopo un restauro. Un legno che ha respirato gli incensi e le preghiere di Rinpoche e nostre. Tre linee verticali in caratteri U- chen che recitano il canto del Vajra. Caratteri fatti d’oro materico impresso con il pennino sul blu oltremare che copre le venature. Su ogni tavola si trovano piccoli compendi dell’Insegnamento, mi verrebbe da dire summe. Son rari infatti gli spazi che Giorgio lascia vuoti. Come anche tradizionalmente facevano i calligrafi e come piace fare a chi ha da dire e sa farlo. Così su questa stele dalle dimensioni ridotte (76x14x4) troviamo anche il Thigle fatto dai 5 colori dei cinque elementi, la Om a: hum (le tre lettere) dei tre stati illuminati dei Buddha (corpo voce e mente), e ancora le sei lettere dei sei stati autoliberati, fino alla dedica al Maestro Chögyal Namkhai Norbu.

“Mi sono forse avvicinato come un allievo pigro alla calligrafia che poi invece col tempo è diventata strumento prezioso per studiare e approfondire le Pratiche. Da ultimo è stato un omaggio tardivo ma profondo al grande calligrafo e Maestro che fu “il re del Dharma gioiello del cielo”.

Giorgio chiude così la nostra chiacchierata mentre io ancora, come voi, ho domande e curiosità. Ma al piacere degli occhi alla gioia della mente, devo, a queste opere, una cosa ancora più importante forse, la giusta armonia per Praticare.

È così che Giorgio conclude la nostra conversazione mentre io, come voi, ero pieno di domande e curiosità. Ma a queste parole aggiunte al piacere degli occhi e alla gioia della mente devo una cosa più importante, l’armonia per praticare.

Io concludo con una citazione di Kandinsky tratta da Lo spirituale nell’arte “La profondità la troviamo nel blu …, se lo lasciamo agire, in qualsiasi forma geometrica, su di noi. La vocazione del blu alla profondità è così forte, che proprio nelle gradazioni più profonde diviene più intensa ed intima. Più il blu è profondo e più richiama l’idea di infinito, suscitando la nostalgia della purezza e del sovrannaturale. È il colore del cielo, come appunto ce lo immaginiamo quando sentiamo la parola cielo.” Questo virgolettato descrive più di qualsiasi altra parola ciò che ho provato ammirando la tela con i sei Thigle entro cui si sviluppa il canto del Vajra e i 25 Longsal. Un Canto, ma anche un dipinto, raccontato in larga misura da quella piccola stella in basso a sinistra da cui nascono iridescenti i raggi vigorosi di un arcobaleno.

S’è fatto tardi, è quasi ora di pranzo e per sbaglio Giorgio ha aperto la cartella dei work in progress, ma purtroppo, per vedere questi, dovremmo ancora aspettare!

[La citazione di Kandinsky tratta dal libro On the Spiritual in Art (La spiritualità nell’arte) è stata presa dall’archivio digitale della Solomon R. Guggenheim Museum Library and Archives che per prima ha avuto la traduzione del libro]

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