Rancore o perdono? Una scelta difficile

Nella nostra Comunità Internazionale Dzogchen ci sono persone che hanno diversi stili di vita, professioni e interessi. Molti lavorano nel campo della cura in molti settori, che possono essere mentali, fisici o spirituali. Invitiamo i guaritori della Comunità ad inviarci le loro esperienze, osservazioni e consigli da condividere con i nostri lettori.
Il primo articolo di questa rubrica è del medico e psicoterapeuta Gino Vitiello, di Napoli.

Foto di Edith Casadei

Il tema del perdono è stato a lungo trascurato dalla psicologia perché ritenuto un argomento ‘religioso’; è solo dagli anni ’80 che si è scoperta la sua importanza in campo psicoterapeutico oltre che spirituale. Per comprenderne meglio gli aspetti è utile accostarlo al suo opposto: il rancore.

Se riceviamo quello che consideriamo un torto, un’offesa, è normale provare rabbia, e se questa non viene superata diventa rancore. Il rancore è la sedimentazione della rabbia e può diventare un vero e proprio veleno per la mente e il corpo; è documentato che la rabbia cronica produce danni non solo emotivi ma anche sul piano somatico. Se il rancore ci fa star male, perché a volte è così difficile liberarcene? Probabilmente la risposta sta nel nostro ego, ma qui bisogna fare una precisazione.

Ego è un termine latino che significa io. Freud ha definito l’io come l’identificazione con la propria persona, la consapevolezza di sé, e questo ovviamente ha una valenza positiva: per la qualità della nostra vita è essenziale quello che in psicologia è definito un “io valido”.

Qui però useremo il termine ego per indicare quella forma ipertrofica dell’io che porta ad essere totalmente centrati su sé stessi, sulle proprie aspettative, sulle proprie fantasie e sulle proprie paure. Infatti più l’ego è ipertrofico, più è vulnerabile e suscettibile ad essere ferito; la principale causa di sofferenza per sé stessi e spesso, se si tratta di persone con molto potere, per molta parte dell’umanità.

Il rancore comporta un ritornare continuamente sulle ferite e impedisce che guariscano. Il perdono è il principale percorso di guarigione, ma è proprio il nostro ego ferito che non vuole guarire. Trova ingiusto andare oltre, vuole soddisfazione: “Perché dovrei perdonare chi mi ha fatto o detto questo? Meglio restare nella mia dolorosa e giusta indignazione”.

Se vogliamo capire cosa significa perdonare dobbiamo sgombrare il campo da molti pregiudizi.

  • perdonare è soprattutto una scelta della volontà, che va oltre la spontanea risposta emotiva a una ferita
  • il non perdono blocca il superamento del trauma, quindi cronicizza la sofferenza
  • perdonare quindi è un atto volitivo che può anche derivare dalla consapevolezza della sofferenza prodotta dal rancore
  • personare non significa condonare l’azione perché è rivolto alla persona, non a ciò che ha fatto. È comprensibile il desiderio che l’azione venga espiata, che ci siano delle scuse ma questo può anche non accadere e non deve impedire la scelta del perdono
  • il perdono non si può imporre e non è ‘buonismo’, giustificazione di comportamenti ingiustificabili: se una persona ci è amica abbiamo pieno diritto a difenderci, di allontanarla ma questo si può fare senza odio. Il Buddha ha insegnato che ‘non sarete puniti per la vostra rabbia ma dalla vostra rabbia’
  • infine il perdono non deve necessariamente prevedere la riconciliazione: questa è possibile solo se l’altra parte riconosce la sua responsabilità, ma questo non sempre succede o è possibile

Altro importante aspetto è il perdono di sé; il nostro ego non viene ferito soltanto da ciò che proviene dall’esterno ma molto spesso dalla frustazione di non essere ciò che vorremmo, che ci piacerebbe essere. Quante volte ci siamo tormentati per le ‘brutte figure’ che abbiamo fatto, per non esserci mostrati come ci sarebbe piaciuto.

L’ego non ama i nostri limiti e ci fa desiderare di essere altro da ciò che siamo; questo è un rapporto con quello che il Buddha, spiegando la natura della sofferenza, chiama ‘la sete di esistenza’, il voler esseere di più… Questo non significa impedire il percorso di evoluzione, ma questa non è realmente possibile se partiamo da un falso sé.

Di fatto un altro aspetto subdolo dell’ego ipertrofico è la timidezza, il non esporsi per timore del giudizio altrui.

Ci sono poi persone a cui piace dire ‘sono severo con gli altri perché lo sono prima con me stesso’; anche questa è una tipica posizione egoista, credersi giusto e impeccabile.

Quando riconosciamo di aver commesso azioni di cui poi ci pentiamo, spesso sviluppiamo sensi di colpa ma il senso di colpa, secondo una visione che deriva dalla piscolterapia gestaltica, non è un’emozione apprezzabile. Se lo analizziamo, contiene quasi sempre un’inconsapevole dose di rabbia verso la persona a cui è rivolto e va distinto dal dolore per le azioni compiute, per cui raramente comporta una richiesta di perdono e non aiuta a uscire dalla sofferenza, anzi spesso produce meccanismi di autopunizione che la amplificano.

Il lavoro sul perdono dovrebbe cominciare osservando noi stessi, riconoscendo e accettando la nostra umana inperfezione per scoprire in quanti modi l’ego opera creandoci sofferenza, sia che derivi dal rancore che dal rimorso.

Il percorso per sciogliere questi nodi acquista particolare importanza quando ci si avvia verso gli ultimi anni della vita, per non portare carichi così pesanti nel momento in cui la nostra coscienza dovrà lasciare il corpo.

Luigi Vitiello

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