Rebirth – A Guide to Mind, Karma, & Cosmos in the Buddhist World

di Roger R. Jackson

Shambhala Publications, 2022

352 pagine

ISBN 978-1611809022

Recensione a cura di Alex Studholme

I buddhisti credono nella reincarnazione, no? Per la maggior parte delle persone, questo è assolutamente indiscutibile. Se la religione è un “progetto per l’immortalità”, che ci assicura una vita dopo la morte, allora il Buddhismo lo fa affermando la realtà di una successione di rinascite, seguite alla fine dal nirvana, uno stato trascendente al di là della vita e della morte usuali. Tuttavia, per i buddhisti occidentali le cose non sempre sono così semplici. Credere nella reincarnazione, che non è una cosa radicata culturalmente, può essere in un certo senso marginale rispetto alla propria identità come buddhista, incombendo invece più o meno irrisolta in qualche angolo. L’opera ultima di Roger Jackson su questa tematica, la reincarnazione, è una preziosa guida sia per quanto riguarda come la tradizione buddhista affronta il tema della rinascita, sia come questo concetto è stato recepito dal pensiero moderno.

Coloro che si aspettano una risposta conclusiva alla domanda su come avvenga la rinascita o se davvero abbia luogo, saranno delusi. Invece Jackson ci offre una obiettiva disanima di questa tematica, inquadrando la questione della reincarnazione con la prospettiva più ampia possibile. L’autore collega la rinascita alle idee buddhiste di cosmologia (i reami del samsara), di ontologia (la natura della realtà), di karma e di origine dipendente. Esamina così i diversi approcci a tali argomenti dei primi canoni Pali e delle scritture Mahayana e Vajrayana. Inoltre analizza anche come la rinascita è stata recepita nei diversi ambiti culturali buddhisti dello Sri Lanka e del Sud Est Asiatico, della Cina e del Tibet, includendo sezioni che affrontano i diversi atteggiamenti riguardo alla rinascita come donna.

Senza dubbio tutto questo è molto prezioso per guidare i neofiti attraverso le molteplici modalità con cui i buddhisti considerano la rinascita: non semplicemente come un’idea filosofica o un articolo di fede, ma come una parte integrante di un sistema religioso originale e altamente evoluto. Interessante conoscere, ad esempio, che l’usanza nello Sri Lanka di offrire oboli ai monaci, quale mezzo per far arrivare cibo agli spiriti affamati, può derivare dai riti hindu di dare da mangiare ai defunti. Oppure di trovare in Cina un modo di burocratico di considerare la rinascita, dove le punizioni o i premi karmici sono comminati da ufficiali purgatoriali che agiscono in un modo che è sospettosamente simile quello degli impiegati statali cinesi. Tuttavia, lettori buddhisti più esperti potrebbero voler passare oltre la gran parte di quell’altrimenti più familiare materiale informativo, per andare a cercare i punti salienti.

A tale scopo Jackson fornisce un utile compendio delle molte argomentazioni buddhiste a difesa della reincarnazione, senza affrontarle in modo troppo approfondito, spesso limitandosi semplicemente a rilevarne gli ovvii punti deboli. Così, giustificare un comune modo di vedere riguardo alla propria personale continuità – in questa vita, per non dire da una vita alla successiva – è difficile da conciliare con l’enfasi buddhista sull’impermanenza alla base di tutto. Similmente, i tentativi di affermare ciò che veramente rinasce sono minati dalla dottrina buddhista della mancanza di un sé: le diverse soluzioni creative per risolvere questo problema possono inavvertitamente contrabbandare un sé dalla porta sul retro.

Jackson non lo dice esplicitamente, ma si può sospettare che ritenga che nessuna di quelle argomentazioni buddhiste sarebbero considerate accettabili in una facoltà di filosofia dei giorni nostri. Anche Dharmakirti, il pandit indiano del VII secolo che molti tibetani ritengono abbia dato vita al più importante dibattito filosofico riguardo alla reincarnazione, è bistrattato. Per supportare la nozione che il flusso mentale può continuare senza il corpo, Dharmakirti sostiene che la mente non può dipendere dal corpo o esser una appendice del corpo, perché i due sono fondamentalmente diversi: la mente è chiara, avveduta e immateriale, mentre il corpo è grossolano, insensibile e materiale. Questo, scrive Jackson, “sembra un evitare di affrontare l’argomento, in quando definisce i termini in modo da rendere inevitabile la conclusione desiderata.”

Jackson scopre le sue carte nella sua illuminante discussione finale su come la reincarnazione sia stata recepita nell’occidente moderno. Non è uno di quelli che si attiene al senso letterale, ricordando il suo sbigottimento riguardo al racconto sincero di un lama sul destino di due fratelli che avevano commesso cattive azioni gravi, ma leggermente diverse: uno era rinato come pesce rosso con la testa blu, l’altro come pesce blu con la testa rossa. Ma non è neanche quel buddhista laico e umanista che ritiene si dovrebbe buttare alle ortiche la dottrina della reincarnazione, o magari interpretarla da un punto di vista simbolico o psicologico, sfrondando una serie di insegnamenti basilari dalle speculazioni metafisiche e dalla superstizione. E al contrario di alcuni di questi secolaristi, Jackson non trova una buona motivazione per pensare che lo stesso Buddha non credesse nella reincarnazione.

Piuttosto, l’autore si dichiara essere quello che lui chiama un “agnostico possibilista”, che ritengo voglia dire qualcuno che tiene aperta l’idea che la reincarnazione in un modo o nell’altro possa avvenire, assumendo però nello stesso tempo un atteggiamento “possibilista”(ossia di scetticismo, penso N.d.T.) nei riguardi dell’attitudine tradizionale verso la reincarnazione, confidando che l’adottare un simile atteggiamento mentale potrà essere di aiuto per entrare nel dharma liberatorio e ricco di significati e, persino, per capire come le cose stiano davvero. Un tale atteggiamento mentale potrebbe essere supportato da appelli all’esperienza: il consiglio di venerabili maestri che portano avanti la linea convenzionale e, forse le molte testimonianze straordinarie di bambini che ricordano le vite passate, raccolte dalla studioso americano Ian Stevenson.

Nella sua discussione finale, Jackson pone altre due questioni che saltano all’occhio. Per prima cosa, parecchi dei maestri buddhisti che sono diventati fra i più influenti in occidente erano quelli che minimizzavano l’importanza della reincarnazione. Secondo, le dottrine su cui quei maestri si sono maggiormente centrati – come lo Dzogchen, la Mahamudra o lo Zen – si focalizzano sull’esperienza diretta della mente illuminata, mentre le considerazioni sul karma e la rinascita sembrano in un certo senso remote. Forse questa è la risposta al perché alcuni buddhisti occidentali – anche quelli coinvolti in sangha tradizionali di stampo monacale – sentono che la questione della reincarnazione non è di primario interesse. Perché se il Buddhismo è una forma di “progetto immortalità”, saremmo forse incoraggiati a scoprire per prima cosa e soprattutto quello stato “senza morte”, non in un futuro remoto ma nella nostra stessa esperienza immediata. Questa potrebbe essere la vera direzione del viaggio.

Lo stesso Jackson punta a una tale conclusione nell’episodio con cui conclude il suo eccellente libro. In una vita precedente, disse Buddha, era stato un indovino che era in grado di viaggiare veloce come il vento per centinaia di anni, ma non era riuscito ad arrivare alla fine del mondo. Ma questo, ci viene detto, era stato un errore: avrebbe dovuto cercare la fine del mondo nel luogo in cui “non si nasce, non si diventa vecchi e si muore, non si trapassa e si rinasce.” E dove si trova?“ Buddha rispose: “È in questo piccolo corpo, dotato di facoltà percettive e di mente, che risiede l’origine del mondo, la cessazione del mondo e il modo che ci porta alla cessazione del mondo.”

Traduzione di Clara Lovisetti

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