Roba e stipare

di Margaret Jasinski

Vicino alla porta c’è una pila di roba. La guardo con lo sguardo di chi prende le misure. Perché? Perché il mucchio sempra misero.

È vero, è un colorato mucchio di maglioni, e non ti tipo ordinario, questi sono tutti di cashmere, alcuni ‘made in Scotland’, la migliore qualità. Allo stesso tempo, non sono i migliori perché sono di seconda mano, raccolti da negozi di beneficenza e sono pochi. Volevo mandare qualcosa di speciale e questi maglioni di cashmere sono ottimi e li avrei usati per fare nuovi indumenti. Ne vedo il potenziale, di ciascun pezzo. Vedo anche che hanno ospitato delle tarme, alcuni hanno dei buchi.
Con una punta di giudizio mi chiedo: è abbastanza, sono adatti? Una capra ha prima mangiato l’erba, poi le è cresciuto il vello che è stato filato e in una fabbrica da cui sono stati produtti dei maglione lavorati a maglia sugli aghi che sono arrivato in un negozio dove sono rimasti temporaneamente, poi qualcuno li ha comprati, portati a casa e poi sono stati donati, poisono arrivata io che li ho acquistati;ora che che sono miei, mando questi maglioni, morbidi e caldi, in Ucraina.Essendo di seconda mano, rivelano il mio sistema di sicurezza personale. Lascio che qualcun altro si prenda il rischio di acquistarli, se si presenterà l’occasione li riprenderò.

Un leggero dubbio mi attraversa la mente mentre valuto il mucchio di roba nella borsa per la spedizione. Questi sono vestiti invernali, quando arrivano potrebbe essere primavera. Come viaggeranno? Mi ripeto ciò che so. Li mando a una vicina chiesa ucraina. Gli articoli verranno smistati e spediti con i container. Come funziona tutto questo?

Nella mia mente vedo un affollato porto di container, una scatola di metallo colorato contenente i maglioni issati dalla gru in pile ordinate su enormi navi. Mi vedo in piedi all’imbocco del porto, a salutare il container finché la nave non si fonde con linea dell’orizzonte. “Buona fortuna e tutto il meglio.” Spero che i contenuti arrivino nelle mani di qualcuno. Spero che qualcuno capisca cosa intendevo: il bellissimo maglione di cashmere, non il buco della tarme. È inviato da me a te. Non ci conosciamo. Lo scambio di merci è altamente personale. I maglioni racchiudono un po’ del mio DNA.

Nella pila ho nascosto alcune sorprese. Tre sciarpe di seta. Sciarpe di seta? Non sono necessari. Ma una sciarpa di seta occupa pochissimo spazio. È qualcosa di bello. Pensavo alle nonne, alle babushka. E c’è spazio per la bellezza nel contenitore della mia mente. Ricordo di aver letto “The Thoughtful Dresser” scritto da Linda Grant, ex direttrice di British Vogue. Il libro conteneva un resoconto della liberazione di Auschwitz; quando alla fine della guerra furono inviate provviste ai sopravvissuti, accadde un piccolo e straordinario evento: qualcuno mandò il rossetto. Sì, rossetto. Questo regalo premuroso ha riportato le donne con la testa rasata e circostanze delicate al tempo “prima”, quando vivevano una vita normale, comprese le irritazioni e le gioie della vita e, in molti casi, un tubetto di rossetto. Questa è la mia fantasia, le sciarpe di seta, appunto. Immagino qualcuno che sia felice per un minuto, che tenga la sciarpa con piacere, e dopo che il momento passa, quando insorgono dubbi persistenti, l’incertezza è supportata dal tatto e dalla sesazione, dal contatto con la bellezza.< In questi giorni, mentre penso a coloro che fuggono dalle loro case, sono colpito dall’enorme volume delle cose nella mia vita. Ogni volta che maneggio uno strumento da cucina, quando prendo una penna in mano, cerco nell’armadio qualcosa da indossare per lavorare, mi chiedo come sarebbe mettere la mia vita in una valigia, salire su un treno diretto a ovest e dirigermi verso l’ignoto. Guardandomi intorno, mi rendo conto di aver comprato gran parte di questa roba, questo assemblaggio, da qualche parte. Mi stupisce. Ho vissuto con le cose per tutta la vita, molte. Vengono e vanno. Mi piace trovare “cose ​​belle” e regalarle. Questa non è generosità, è il mio personale sistema di scambio, una cosa per un’altra, il mondo delle forme. Nelle ultime settimane, da quando è iniziata la guerra, in fondo alla mia mente gioco a fare calcoli. È un gioco mentale di possibilità e contrattazione. Mentre guardo in giro, stringo l’affare. Regalerei tutto ciò che c’è in casa, la macchina da cucire, i libri, i dipinti, la sedia a dondolo, tutta la biancheria e le belle stoffe, li darei via tutti per fermare la guerra? Sì, prendi tutto. E la macchina? Buttarlo dentro? Sì. Le biciclette – ne ho due. Sì, prendi anche quelle. E la casa? Troviamo i nostri limiti. Quanto lontano possiamo spingerci? Che sicurezza senza alcun dubbio. Nessuna indecisione. Prendila. Starò bene senza casa. Posso vivere al lavoro per un po’, capiranno. È un gioco nella mente. Questo per quello. Cosa significa offrire? L’offerta può essere fatta in uno spirito di sconfinamento? Cos’è l’infinito? Non sono sicura perché ho dei limiti. E lo so. Vivo in un mondo di quantità.

Un monte, il monte come il Monte Olimpo, raggiunge i cieli oltre i regni terreni, è un luogo di grande immaginazione, la casa degli dei. Quant’è un trilione di dollari? Immagino un grosso mucchio che raggiunge il cielo mentre mi chiedo, può esistere davvero, un trilione di dollari? In compagnia di altri diciamo di sì. E per sostenere l’idea, una stretta di mano, si immaginano alcuni prodotti, beni reali o immaginati nel cyberspazio. Monte Trilioni. E qui ho pensato che un milione fosse un sacco di monete, e nella “monetammagine del mio cervello” è una bella immagine rotonda. Quando gioco alla lotteria alcune volte all’anno con il mio amico Al, con cinquanta centesimi a testa compriamo un umile biglietto da un dollaro. Siamo d’accordo, non abbiamo bisogno di megadollari, un milione basta, davvero un sacco di soldi, basta contare gli zeri. Riposa in pace, mente, non c’è nulla di cui preoccuparsi ora, e parlando di importo, ci sono un milione di pensieri che accompagnano il premio, uno per ogni dollaro. Quand’è abbastanza? Le quantità esistono nelle nostre teste, un tessuto mentale di ordito e trama, i due fili che tengono direzioni opposte. Con quanta facilità possiamo essere “con noi stessi in guerra” per trovare ciò che è “giusto”, la posizione precisa tra il non troppo e il troppo poco. Quante migliaia di vite, feriti. Valori di proprietà – miliardi. Un oligarca, qua o là, se le cifre che sentiamo sono corrette, potrebbe possedere l’equivalente. E nel momento stesso in cui troviamo l’equilibrio nella contabilità, diventiamo consapevoli di ciò che non ha prezzo e non può essere dibattuto, mentre gli importi, fissi e limitati non toccano il cuore.

Qual’è l’essenza di tutto questo? Lavoriamo con condizioni, condizionamenti e circostanze. Perno. Non stiamo imparando una teoria, impariamo da soli. La vita non è teorica, vero? Lavoriamo con le cose insolite della vita, con le idee legate a “me”, con il sogno di una pensione confortevole e di mettere via le cose per l’inverno, e senza giudizio, andiamo oltre. Andiamo “oltre” e entriamo in contatto con la nostra esperienza. L’altro giorno mia zia, di novantacinque anni, ha detto: “Oggi ho dovuto andare oltre i grani [del rosario]”. In effetti, capisco, più di quanto le parole possano dire. In effetti – c’è una parola riflessiva. Quando andiamo oltre la mente abituale ci troviamo in un momento riflessivo di conoscenza che non dipende da un motivo, o una causa; lo sappiamo, ma non con la mente ordinaria, nel solito modo. Scopriamo uno spazio nella nostra esperienza che non dipende da “cosa penso”. Questo spazio è l’esperienza dell’esistenza, non è un luogo di fantasia, è semplicemente una pausa dall’analisi, dal giudizio e da altre abitudini della mente che ci separano ripetutamente da noi stessi.

In questi momenti di non separazione sappiamo ciò che sappiamo con una naturale riflessività, una qualità che accompagna spontaneamente i momenti di chiarezza. (In caso di dubbio, ricorda un’epifania.) Un’epifania non può essere descritta a parole o pensieri, non è un riferimento a “me” e non ha “causa”. Sorgendo spontaneamente, sappiamo ciò che sappiamo, senza frammenti di dubbio. La vita parla in movimento, senza parole o idee come sottoprodotti.

“La vita è movimento e il movimento è vita” Non può essere nient’altro. Il movimento è la natura della vita. È anche la nostra natura: quando la riconosciamo come tale, arriviamo esattamente dove siamo, ovunque essa sia.

Post Scriptum: Roba, è una parola interessante, che deriva dal francese estoffe che significa tessuto. Estoffer significa stipare o imbottire (per es. un indumento). Dal latino stuppare significa tappare. Stupp è un tappo o tappo di bottiglia. In greco stuppe significa condensare e ingombrare. L’iterazione più lontana della parola deriva dal sanscrito, stupa, che ha due significati: santuario e l’area in cima alla testa. Il dizionario non indica che nella tradizione indù la sommità della testa sia anche il 7° chakra, sahasrara, il chakra della corona, il loto dalle mille punte con petali disposti in ogni direzione in cima a ogni testa. Quando ogni direzione ha un percorso non c’è un dominio fisso, nulla è sacro e tutto è un santuario.

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