‘The Dalai Lama and the Nechung Oracle’

Christopher Bell
Oxford University Press 2021
pp. 328
ISBN 9780197533352

Review by Alexander Studholme

Sebbene il XIV Dalai Lama si senta a casa nel contesto mondiale odierno, sia sotto il profilo scientifico, sia geopolitico, non ha mai fatto mistero del fatto che uno dei consiglieri a cui si affida con più fiducia è un essere irato della classe dei gyalpo, con cui comunica per mezzo di un medium, il monaco conosciuto come l’oracolo di Nechung. È noto che Sua Santità nella sua biografia racconta di aver richiesto il consiglio dell’oracolo per decidere se fuggire dal Tibet nella primavera del 1959. “Fui meravigliato,” scrive, “di sentirlo urlare, ‘Via! Via! Stanotte!’ Il medium era ancora in trance, e poi… in maniera abbastanza sicura e chiara scrisse il percorso che avrei dovuto fare per uscire [da Lhasa], fino all’ultima città tibetana al confine con l’India.”

Christopher Bell, nel suo formidabile studio su questa strana relazione, dimostra che l’oracolo non è soltanto un supporto fondamentale alla vita del Dalai Lama, ma una componente essenziale dell’arte di governare tibetana. In India, il monastero di Nechung si trova a poca distanza rispetto alla residenza del Dalai Lama, appena sotto la collina dove hanno sede gli uffici del governo tibetano in esilio. I raggi rossi emanati dal sole introdotti nella bandiera tibetana dal XIII Dalai Lama, sono essi stessi un riferimento all’oracolo. Bell chiarisce che fu il II Dalai Lama ad avere il primo contatto con l’oracolo all’inizio del sedicesimo secolo, mentre il suo ruolo fu sancito sotto il Grande V, nel contesto del governo lamaista che unì il Tibet nel 1642.

Si racconta che, a colloquio con il III Dalai Lama, l’oracolo disse: “Io mangio la carne e bevo il sangue dei nemici e degli spiriti che ostacolano.” L’attuale Dalai Lama definisce così i rispettivi compiti: “Il mio incarico, in quanto guida, è pacifico. Il suo, in quanto protettore e difensore, è collerico.” La nazione tibetana ha altre importanti divinità protettrici, come la dea Penden Lhamo. Tuttavia, Bell indica che, almeno in parte, Nechung – spirito noto anche come Pehar, di recente comunemente identificato con Dorje Drakden – acquisì tanta autorevolezza per aver messo in connessione l’istituzione del Dalai Lama con alcune rilevanti componenti della storia politica e religiosa del Tibet.

In particolare, Pehar fu uno degli spiriti sopraffatti da Guru Padmasambhava nell’ottavo secolo e rientra quindi tra i miti di fondazione del Tibet: Pehar è una abbreviazione di Pehar Kordzoling, tesoro di Samye, il primo monastero del Tibet e anche la prima dimora tibetana del protettore. Pehar ha un’origine tenuta in grande considerazione, anche perché proviene dall’India, la patria del Buddha. La dimora di Pehar prima di essere condotto in Tibet era in Asia Centrale, precisamente in Mongolia, il Paese dei khan mongoli che furono i principali patroni del Dalai Lama. Infine, Pehar in passato ebbe stretti legami con la gerarchia Kagyu: l’assimilazione dell’oracolo nella ritualità del governo del Dalai Lama è una prova di fatto della vittoria dei Gelukpa nella guerra civile tibetana risalente al diciassettesimo secolo.

Bell fa riferimento a fonti Nyingma per descrivere la nascita e l’attività di Pehar: ci racconta così che nacque da una delle tredici uova frutto dell’unione di un maschio mara e di una femmina naga. Esplora quindi una raccolta di testi, i Nechung Record del V Dalai Lama, nella quale si riferisce dell’arrivo dello spirito presso il monastero di Nechung tramite alcuni racconti: come un uccello che si posa su una betulla, che di conseguenza diviene un albero sacro. Esamina inoltre il calendario liturgico e i rituali connessi a Pehar. Indaga nella storia e nell’architettura del monastero di Nechung, anche tramite un’accurata analisi dei dipinti murari. Espone infine le ragioni che hanno portato Nechung a essere il centro di una rete di templi e rituali in alcuni monasteri circostanti.

Bisogna sottolineare che gran parte delle narrazioni sono estremamente particolareggiate e ricche: difficili da seguire per un lettore non specialista. È invece di più facile lettura il capitolo finale, riferito all’oracolo – il monaco che servì successivamente come medium. Tra le altre cose, si viene a conoscenza del fatto che fu l’oracolo a spingere il III Dalai Lama a recarsi in Mongolia per creare la fondamentale connessione con i khan, in opposizione all’opinione prevalente dei politici tibetani. L’identificazione di un nuovo medium [sku rten] non è sempre così facile, e l’oracolo non si è dimostrato sempre infallibile. Sappiamo infatti che al tempo del XIII Dalai Lama il medium predisse il successo contro l’invasione inglese del 1904. Migliaia di tibetani furono così massacrati, poiché le loro armi antiquate e gli amuleti buddhisti nulla poterono contro le mitragliatrici inglesi.

Bell arricchisce le sue pagine con osservazioni tratte dalle sue ricerche sul campo in India e Tibet. L’attuale oracolo descrive le sensazioni disturbanti che prova nello sprigionarsi della possessione. Mentre recita il mantra di Hayagriva, la sua consapevolezza si affievolisce per dissolversi completamente, fino a non avere memoria di quanto accade dal momento in cui la divinità si manifesta. Bell ha visto l’oracolo in azione: tremante e sibilante, si muove e danza come fosse una spirale di energia zampillante, mentre parla con una strana voce dal tono acuto. Accanto a lui, un gruppetto di praticanti laici, uomini e donne, entrano spontaneamente in stato di trance: urlano, si agitano, si dimenano e alla fine svengono.

Questo studio è molto ben realizzato, anche se talvolta fin troppo elaborato, tramite il quale ci immergiamo nella complicatezza di uno degli aspetti più misteriosi del Buddhismo tibetano, che ancor oggi mantiene un ruolo rilevante nell’identità nazionale del popolo tibetano. Ci sono però alcune voci dissonanti. Nel 2016, nel corso di un incontro del parlamento in esilio, un politico tibetano criticò apertamente la fiducia del governo nell’oracolo, per poi essere investito da una pioggia di proteste pro-Nechung da tutte le comunità tibetane sparse per il mondo. Perlomeno, ancor oggi l’influenza di Pehar continua a farsi sentire.

Traduzione di Luca Villa

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