Tutti i sistemi di cui siamo parte

Può la meditazione avere anche un affetto sociale?

Sicilia Francesca D’Arista

Sicilia, con il maglione blu, alla fine dell’ultimo ritiro di gruppo che ha tenuto.

Quando mi sono laureata in Psicologia la tesi che ho presentato era basata su una ricerca sociologica, sperimentale, sulla condizione dei giovani in un campo per terremotati a Napoli. Si trattava di una lettura “sistemica” di quell’ambiente, che mi valse un certo interesse da parte del mio professore e della commissione di laurea.

Trasferita sull’Amiata mi dedicai ai Club per gli Alcolisti in Trattamento e all’approccio psicoeducativo alla comunicazione in famiglie di pazienti schizofrenici ritrovando  quell’approccio “sistemico”, basato cioè sulla Teoria Generale dei Sistemi.

Sintetizzando al massimo, la Teoria Generale dei Sistemi stabilisce che ogni essere può essere considerato come sottosistema di una sistema maggiore-la sua famiglia, il suo ambiente di lavoro, la sua comunità, il mondo e l’universo- e sovra sistema delle parti di cui è composto, per esempio del suo sistema circolatorio, respiratorio, fino al livello molecolare e psichico.

La T.G.S dice quindi che siamo interconnessi a livello macroscopico e microscopico.

Con mio grande piacere ho ritrovato la stessa ottica quando ho approcciato il programma MBSR di Mindfulness per la riduzione dello stress. Anche qui, il gruppo di partecipanti crea un gruppo di auto aiuto e di seguito spiegherò quel che ho visto.

Ho iniziato ad applicare questo programma nel 2008, dopo aver frequentato un training con il prof. Jon Kabat Zinn e il suo collega Saki Santorelli, collaborando con l’Università di Siena su una sperimentazione che proponeva un corso MBSR a un gruppo di studenti di psicologia a cui veniva richiesto di sottoporsi ad una risonanza magnetica al cervello prima e dopo il training. I risultati furono interessanti in linea con quanto si sa su questo programma, in termini di riduzione della sofferenza emotiva, misurata su test sull’ansia, depressione e altro.

Ma la cosa che più mi interessò fu un’analisi sul cambiamento della funzionalità cerebrale nelle persone che si erano sottoposte alla ricerca. Secondo questa diversa analisi nei cervelli di ognuno dei partecipanti si erano creati dei collegamenti funzionali nuovi, uguali per tutti.

In poche parole le singole persone avevano modificato la propria dimensione, nella stessa maniera dopo aver partecipato insieme a soli 9 incontri di meditazione.

Era quindi possibile leggere il gruppo come un “sistema” e analizzare come il singolo influiva sul gruppo e viceversa.

Sempre nello stesso periodo la Provincia di Siena mi chiese di progettare un corso di formazione per badanti straniere di anziani non autosufficienti. In genere questi corsi non erano molto efficaci principalmente per via della lingua, ma anche perché queste lavoratrici sono impegnate H 24 per 6 giorni la settimana e non hanno la forza e la voglia di impegnarsi nello studio.

Nella premessa di questo progetto inquadrai quindi il problema come derivante da una condizione di stress lavoro correlato e proposi di offrire non solo la formazione specifica e tecnica sull’assistenza agli anziani, ma di toccare anche la condizione di stress e in alcuni casi di vero e proprio burn out delle badanti offrendo modi per poterla affrontare. Integrammo quindi alle lezioni alcune sedute di sostegno psicologico, musicoterapia e altri tipi di aiuto e momenti di svago e socializzazione.

I corsi erano progettati come se fossero dei “club” che chiamammo Circoli di Cura, con la presenza degli insegnanti, le badanti e una o due educatrici.

In quel periodo mi ero interessata al lavoro della dr.ssa MacBee che aveva introdotto un programma di mindfulness (MBSR) in una casa di riposo per anziani dove aveva visto l’utilità per gli ospiti non autosufficienti e spesso allettati che qualcuno dei familiari o operatori praticassero vicino a loro, in prossimità del loro letto. Gli anziani erano più calmi e più sereni.

Partendo da questa esperienza e inquadrati i circoli “sistemicamente” diedi alle educatrici il compito di creare un clima di accoglienza che potesse veicolare una certa consapevolezza di sé, necessaria ad affrontare lo stress che le badanti vivevano- lontane da casa, con preoccupazioni costanti verso i propri familiari lasciati a sé stessi, oramai straniere qui e nel paese di origine, alle prese con un lavoro faticoso. La sofferenza era chiara e tangibile e si riversava anche sulla qualità dell’assistenza.

Così proposi il corso MBSR, ma non alle badanti-principalmente per via dell’ostacolo della lingua  – ma alle educatrici. Qual era l’ipotesi?  Che le educatrici che coordinavano i Circoli di Cura (6 nella provincia di Siena) avrebbero approcciato gli incontri partendo dal proprio stato calmo della mente, in una modalità non giudicante e tenendo conto della sofferenza delle badanti, sofferenza che veniva definita in maniera neutrale come stress.

Il tema sottostante, perché la formazione fosse di maggiore qualità,  era affrontare il passaggio da un apprendimenti di semplici nozioni tecniche all’insorgere di una conoscenza e lo sviluppo di una consapevolezza di sé.

Nei documenti introduttivo e finale infatti citai due grandi maestri, S. Francesco, il più amato dagli italiani – per vincere l’iniziale titubanza che il mondo a cui mi rivolgevo avrebbe avuto a sentir parlare di meditazione – con una frase del santo che diceva “Nessuno poteva insegnarmi cosa dovessi fare” e  il nostro maestro “Il principio su cui si basa il comportamento è la consapevolezza e la consapevolezza sorge dalla conoscenza che l’individuo possiede. Solo se abbiamo la presenza della consapevolezza nella vita quotidiana il principio della compassione e dell’amore universale può divenire concreto”.

Le badanti che inizialmente giunsero ai Circoli erano spaventate da un possibile giudizio sul proprio operato e rifiutavano con molta forza l’ipotesi che fossero sottoposte a stress. Pareva loro che essere stressate fosse una debolezza. Si arrabbiavano e tanto. Poi, man mano che frequentavano gli ambienti dei circoli e incontravano l’attitudine delle educatrici si sono rilassate e l’anno successivo nuove badanti si iscrissero al programma chiedendo specificatamente di quel posto dove si poteva imparare dello stress, dove ci si poteva rilassare. Nasceva un timida consapevolezza sulla propria condizione. Cominciarono anche a prendere coscienza delle lacune che avevano, alcune decisero di cominciare a studiare.

La Provincia di Siena fu invitata a Bruxelles e il progetto dei Circoli fu presentato alla riunione del European Social Platform, quell’anno dedicato al lavoro di cura dove fu accolto con molto interesse.

Intorno allo stesso periodo fui invitata dal Primario di Oncologia della Azienda sanitaria di Siena a tenere un corso per gli operatori, medici e infermieri e ugualmente dal primario del Ser.T- il servizio per tossicodipendenze.

Successivamente in collaborazione con il primario del Ser.T abbiamo tenuto un corso con gli utenti  tossicodipendenti presso il carcere di San Gimignano.  I risultati sono stati per me molto interessanti perché potevamo constatare il passaggio dalla completa incoscienza dei detenuti sul reato commesso (si trattava di persone in carcere di alta intensità per reati di mafia) fino al primo bagliore di riconoscimento della propria responsabilità.

Nel 2018  il Dipartimento che si occupa del benessere del personale della Azienda Sanitaria Locale di Siena, Grosseto e Arezzo mi chiese un corso MBSR ma il Covid fermò tutto e quando la programmazione riprese nel 2021 il numero di infermieri, medici e personale sanitario di ogni tipo che richiedeva un programma di riduzione dello stress esplose cosicché dal 2021 al 2024 ho tenuto 12 corsi MBSR. I corsi sono andati bene, ma durante lo svolgimento emerse il problema che una volta conclusi i partecipanti avrebbero avuto bisogno di ulteriore sostegno per continuare nella pratica.

Così esplorammo con la direzione della A. Usl la possibilità di avere dei locali dove continuare l’allenamento creando una sorta di comunità di pratica. La risposta infine è arrivata e abbiamo strutturato dei Circoli che abbiamo chiamato Posillipo. Perché Posillipo?

“Perché Pausilypon , nome che gli antichi greci diedero al promontorio napoletano, significa “pausa dai dolori” per indicare il sollievo che provavano davanti a tanta bellezza.

Uno stato di meraviglia dove il giudizio si sospende per dare posto al piacere. 

Similarmente è possibile stabilire una pausa nella vita di ogni giorno dove trovare quel sollievo e quella conoscenza che nascono da una mente calma, non giudicante, come abbiamo esplorato nei corsi MBSR”.

I Circoli Posillipo, attualmente 7, uno anche sull’Amiata, sono spazi dove le persone si riuniscono minimo un paio di volte al mese e praticano insieme uno dei metodi appresi, un body scan o una meditazione da seduti o una sessione di yoga. A seguire si impegnano in una sessione di Insight Dialogue, un modo di dialogare su qualsiasi cosa in quel momento sta a cuore alla persona, senza avviare un dibattito, ma solo nella consapevolezza della propria reazione a ciò che viene detto e ascoltato.

Il possibile sviluppo dei Circoli che ho in mente adesso consiste nell’approfondire un aspetto del programma MBSR – quello della meditazione sulla gentilezza amorevole -per comprendere la differenza tra ciò che si prova con l’empatia ordinaria che nel tempo può diventare poco sostenibile e portare al burn out e la cosiddetta empatia sostenibile o compassione.

La capacità di condividere i sentimenti degli altri si chiama empatia.  L’empatia rende possibile entrare in risonanza con i sentimenti positivi e negativi degli altri: possiamo quindi sentirci felici quando condividiamo indirettamente la gioia degli altri e possiamo condividere l’esperienza della sofferenza quando entriamo in empatia con qualcuno che soffre. È importante sottolineare che nell’empatia ci si sente insieme, ma non ci si confonde con l’altro; cioè, si sa ancora che l’emozione con cui si risuona è l’emozione di un altro. Se questa distinzione sé-altro non è presente, parliamo di disagio emotivo.

Sebbene la felicità condivisa sia certamente uno stato molto piacevole, la condivisione della sofferenza a volte può essere difficile, soprattutto quando la distinzione sé-altro diventa confusa. Questa  forma di disagio condiviso può essere particolarmente impegnativa per le persone che lavorano nelle professioni di aiuto, come medici, terapisti e infermieri.

Per evitare un’eccessiva condivisione della sofferenza che può trasformarsi in angoscia, si può rispondere alla sofferenza degli altri con compassione. A differenza dell’empatia, la compassione non significa condividere la sofferenza dell’altro: piuttosto, è caratterizzata da sentimenti di calore, preoccupazione e cura per l’altro, nonché da una forte motivazione a migliorare il benessere dell’altro.”[1]

“La compassione può essere molto utile, soprattutto se capiamo che non è necessario sempre fare o aggiustare qualcosa. Nel mio piccolo gruppo ho condiviso una citazione di Pema Chödrön.

 Ho avuto la possibilità di parlare con lei del burnout e le ho chiesto: “Cosa possiamo fare? Come manteniamo questo cuore aperto alla compassione?”

E lei ha detto: “Sembrerà contro intuitivo, ma dobbiamo rinunciare a ogni speranza di realizzazione”.

E non intendeva arrendersi, e non intendeva smettere di preoccuparsi, ma smettere di avere aspettative su come andrà.

Tutti vogliono sapere che ciò che fanno è utile, ma in realtà se si concentrassero maggiormente sulla coltivazione della propria intenzione, coltivando un’attitudine alla compassione, opererebbero sempre da uno spazio sostenibile.

Bisogna anche dire che spesso corriamo immediatamente in aiuto dell’altro, il che è bello, è importante, ma a volte potremmo aver bisogno di fare una sosta lungo la strada per riconoscere che è difficile per noi assorbire il disagio e la sofferenza degli altri”.[2]

Daniel Batson nella sua ricerca ha dimostrato che la capacità di provare emozioni positive per un’altra persona non è solo una specifica qualità di una persona o di una situazione, ma può anche essere influenzata dall’allenamento.

Studi sulla plasticità del cervello umano, condotte tramite Rmi su persone allenate all’empatia ordinaria e altre allenate alla compassione, indicano l’esistenza di due reti neuronali non sovrapponibili mostrando quindi l’esistenza di due circuiti diversi. Con esiti diversi in relazione a quel che i soggetti studiati provano verso la sofferenza degli altri.

Per allenare emozioni socialmente utili come la compassione, la recente ricerca psicologica ha fatto sempre più uso di tecniche legate alla meditazione che promuovono sentimenti di benevolenza e gentilezza. La tecnica più utilizzata è chiamata “allenamento alla gentilezza amorevole”…una pratica che mira a coltivare sentimenti di benevolenza verso tutti gli esseri.”

È stato dimostrato che diverse settimane di formazione regolare sulla compassione possono avere sul praticante un impatto benefico di rafforzamento delle sue emozioni positive, delle sue risorse personali e del senso di benessere durante la vita quotidiana.

È interessante notare che gli effetti benefici dell’addestramento alla compassione non si limitano alla persona che si sta addestrando, ma possono portare benefici anche alla persona che riceve i sentimenti di benevolenza”. [3] 

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[1] Empathy and Compassion di Tania Singer e Olga M. Klimecki  in Current Biology · September 2014 DOI: 10.1016/j.cub.2014.06.054

[2] Eve Ekman

[3] Gli studi di Batson e al. confermano quindi l’esistenza di un corollario di comportamenti che va sotto il nome di disagio empatico quando le persone sono allenate a provare empatia e un’altra situazione quando la persona è allenata alla compassione, come illustrato in precedenza. In Singer e Klimeck

 

Sicilia Francesca D’Arista nata negli Stati Uniti, ma cresciuta a Napoli da dove si è trasferita negli anni ’80 per vivere in prossimità di Merigar. Ha collaborato con il settore delle Politiche Sociali della Provincia di Siena e con la Azienda Usl. Nel 2014 ha fondato con altre colleghe il Centro Senese per la Riduzione dello Stress.

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